Tre voci inattuali

1 Marzo 2010

piras

Natalino Piras

Due voci che più inattuali non si può. Poi diventano tre. Potrebbero diventare molteplici, coro, grido, urlo di massa. E pure sinfonia di partitura orchestrale. L’inattualità è data dal fatto che le voci, forti, belle a sentirsi, magnifiche a tratti, sono dentro l’oggettività di una storia che continua a ripetersi sbagliata per gli operai, per il lumpen, per gli straccioni nel mondo e per coloro, prendo a memoria da Paulo Freire, che con loro soffrono e con loro lottano. Cosa c’è di più scontato di questa sofferenza e di questa, queste inattuali lotte? Appunto le voci, l’Alcoa e il vasto mondo potremmo dire. Una delle voci, la prima in ordine di tempo, è quella di Bustianu Satta, il poeta, quello che più di un secolo fa (è nato e morto a Nuoro 1867-1914) ancora credeva nella possibilità dell’utopia (che è poi una contraddizione in termini): “Se l’aurora arderà sui tuoi graniti, tu lo dovrai Sardegna ai nuovi figli”. Già: l’aurora. Le fredde albe diacce sopra silos e ciminiere, torri campanarie di cattedrali nel deserto, chiese senza seme di speranza, solo eclissi (che è l’oscuramento dell’aurora) e mercoledì delle ceneri, quello dei mamentomo, del ricordati che sei polvere. (Provate a rileggere “Il dio petrolio” di Francesco Masala per contestualizzare). Ma di Bustianu ci interessa qui amplificare un’altra utopia. “Avanti, neri/Compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,/Giù! oltre la radice aspra dei  monti,/Oltre l’alvo sereno delle fonti,/Oltre ogni umana mole,/Oltre ogni sogno infranto,/Oltre la terra che matura al sole/La sua messe di pianto…”  È il centro, la viscera vulcanica (per dare qui voce anche al minero Salvatore Poddighe, il poeta brujo della mundana commedia) dei “Morti di Buggerru” da Satta composta  per i 3 operai uccisi appunto a Buggerru dalle pallottole delle forze dell’ordine, il 4 settembre 1904. Manifestavano contro una miniera bugiarda. (Provate a rileggervi “Quel giorno a Buggerru” di Romano Ruju per contestualizzare).  La seconda voce è di Vincenzo Pira, classe 1956, dorgalese, coordinatore di diversi progetti in una onlus, a Roma. A 18 anni è stato obiettore di coscienza  al servizio militare e poi per altri otto anni “ho vissuto direttamente con gli indios in Amazzonia. Li stanno continuando ad ammazzare. Ho conosciuto con loro nuove schiavitù, non obbligatoriamente solo fisiche, ma anche di asservimento culturale. Troppi fermenti di modernizzazione indotta, in poco tempo, non sempre positivi”.  Così scrive Pira nell’inizio di un libro fatto su internet e poi stampato su carta: “L’antenna sul nuraghe. Modernità e tradizione tra locale e globale”.  Il libro è stato  presentato a Dorgali il 20 febbraio scorso nell’aula consiliare del Comune. (Molta gente, partecipe, relazioni del sindaco Antonio Testone, dell’assessore alla cultura Giuseppe Ruiu, di Angela Testone, di Maria Mereu e di chi scrive, di forte, affabulante  impatto, l’intervento dello stesso Vissente Pira). L’antenna sul nuraghe come segno di una modernità che altera, devasta il paesaggio della nostra eterna sarditudine. Ma pure si confronta con la monditudine, specie il sud del mondo privato di diritti, quello dove l’acqua vitale prima che lustrale – datzenos abba Segnore! chi es custu chi ti petimus e non purpas de boe – è, resta, miraggio, presenza-assenza desertificante. È un libro che parla sardo, la lingua materna dorgalese recuperata con i sensi di un Ulisse nostro contemporaneo, che dice di janas, di contos, di banditi e viaggiatori. Ma è anche, elemento di scuola impropria, un raffronto continuo di codici conflittuali, la ripetizione in differenti altrove delle storie dei barbari (Dorgali è anche in Barbagia) e della loro cristianizzazione. Zingari compresi.
La terza voce la trovo oggi, 26 febbraio, come “poesia del giorno” nel sito www.poesia.it È di Kriton Athanasulis (1916-1979) poeta costretto al silenzio e all’esilio dalla  dittatura dei colonnelli dopo il 1967, quella “dell’orgia del potere” per riprendere il titolo italiano (brutto) del film  Z (che significa “è vivo”), realizzato da Costa-Gavras nel 1969.
“Brano del mio testamento”, De su chi ti lasso,  di Athanasulis,  versione italiana di Filippo Maria Pontani,  la traduco qui in sardo.
Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo. Non cheglio chi tue sias a risu de su munnu.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre Ti lasso su sole chi m’a’ lassatu babbu
a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali a mie. Sos astros an’a  luker uguales, e uguales
t’indurranno le notti a dolce sonno, ti nch’an’a picare  su denotte a sonnu durke,
il mare t’empirà di sogni. Ti lascio  su mare s’at a prenare de visiones. Ti lasso
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo  su risu meu ranchidu: bargaminatìlu
ma non tradirmi. Il mondo è povero ma no’ mi traicas. Su munnu est poveru
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo oje. S’est meta prenatu de sambene custu munnu
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu  e d’est restatu poveru. Diventa tue riccu
guadagnando l’amore del mondo  balanzanne s’amore de su munnu.
Ti lascio la mia lotta incompiuta  Ti lasso sa guerra mea chene concruita
e l’arma con la canna arroventata. ei s’arma chin sa canna in carda.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno. No l’impiches a su muru. Su munnu n’a’ bisonzu.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena  Ti lasso su meu cordotzu (condolentzia). Pena meta
vinta nelle battaglie del mio tempo. ‘ issa in sa battaglias de su tempus meu.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio. E ammenta. Custu cumannu ti lasso.
Ricordare vuol dire non morire. Ammentare chere’ narrere a non morrere.
Non dire mai che sono stato indegno, che  Non neglias mai chi no’ so’ istatu dignu, chi
disperazione m’ha portato avanti e son rimasto disisperu m’at ispintu a dainnantis e so’ restatu
indietro, al di qua della trincea.  in daesecus, a cust’ater’ala de su trinceramentu.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no, Apo abochinatu, abochinatu milli e milli vias nono,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, grandine: ma survaiat orte su ventu, e abba, e grannine:
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio  ‘ana sepurtatu sa oche mea. Ti lasso
la mia storia vergata con la mano  s’istoria mea iscritta chin sa manu
d’una qualche speranza. A te finirla. de una carchi ispera. A tie a la concruire.
Ti lascio i simulacri degli eroi  Ti lasso matzines de eroes
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo  chin sas manos truncatas, pitzinnos chi no’ an fattu a tempus
ad assumere  austera forma d’uomo, a picare vorma de homine intreu,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate. mamas in curruttu, pitzinnas violentatas.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz. Ti lasso s’ammentu de Belsen e de Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene  Acuita a diventare mannu. Nutri vene
il tuo gracile cuore con la carne  su coro tuo istrigile chin sa carre
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.  de sa pake de su munnu, pitzinnu, pitzinnu.
Impara che milioni di fratelli innocenti  Ischi chi milliones de vrates innossentes
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate sono sono isparitos de bottu in su nive astragatu
in una tomba comune e spregiata. in d’una ossa a cumone, disprezzata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio. Si naran inimicos: e de certu! so’ inimicos de s’odiu.
Ti lascio accampamenti   Ti lasso so’ accampamentos
d’una città con tanti prigionieri: de una citate chin meta prejoneris:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia  naran semprer chi embo, ma intro de sé muilat
l’imprigionato no dell’uomo libero.     su no’ prejoneri de s’homine liberu.
Anch’io sono di  quelli che dicono, di fuori, Jeo puru so’  de cuddos chi naran, in foras,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.  su embo custrintu, ma intro nono, custu sustento.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio  Gai est istatu su tempus meu. Ghetta s’ocru
dolce al nostro crepuscolo amaro. durke  a su nostru iskurikare de amargura.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango, Su pane s’er fattu preta, s’abba lutu,
la verità un uccello che non canta. sa veritate unu putzone chi non cantat.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio Est custu chi ti lasso. Jeo su coraggiu mi l’appo conquistatu
d’esser fiero. Sfòrzati di vivere. de esser fieru. Isforzati a bivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero. Brinca a sa sola su ossu e aketi liberu.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.  Isetto novas. Est custu chi lasso.
È una voce affine, nel silenzio e nel frastuono, alle altre due che  sono,  per il paese e per il mondo, parola nel deserto,  grido di massa, partitura musicale.

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI