La sfida del femminismo degli anni Settanta

16 Dicembre 2020

[Lea Melandri]

Ciò che ha caratterizzato il femminismo degli anni ’70 è stato il tentativo di disseppellire una materia “oscura” di esperienza, che la politica ha sempre considerato “altro da sé”: corpo, sessualità, sentimenti, sogni.

Ciò che non ha potuto entrare nella polis è il corpo pensante, sessuato. La politica parla tuttora al neutro. Rossana Rossanda riconobbe allora che il femminismo si era inoltrato in quelle «acque profonde e insondate della persona», che la politica si era lasciata dietro, una «materia segreta», imparentata con l’inconscio. Tutte le parole della politica – libertà, uguaglianza, democrazia, ecc. – erano rivisitate e ridefinite nel momento in cui erano riportate alla persona nella sua interezza e non alla figura astratta del “cittadino”. Era la messa in discussione di una forma della politica che si è costruita nell’assenza delle donne.

La parola “libertà” richiama, per esempio, tutte le illibertà che le donne si portano dentro, per cui diventa riappropriazione e modificazione di sé. Alle donne è stata negata l’esistenza stessa, come persone, come individue, ridotte a “genere”.

La presa di distanza, lo scarto, avviene sia nei confronti della storia precedente dei movimenti femminili – l’emancipazionismo -, sia rispetto alla sinistra rivoluzionaria degli anni ’70. Il segno più evidente e più forte è il separatismo. In quella “rivoluzione” non era previsto il cambiamento del rapporto tra i sessi, le donne erano collocate nel ruolo subordinato di sempre. Ma il separatismo è soprattutto ricerca di un’autonomia profonda da modelli interiorizzati, dalla visione del mondo costruita dall’uomo; è costruzione di una socialità tra donne non mediata dallo sguardo maschile, che ha visto le donne solo come “mogli di”, “madri di”.

L’analisi del dominio maschile si sposta dalla scena sociale, in cui era stato visto solo come “questione femminile”, svantaggio, discriminazione, alla storia personale: il corpo, la sessualità, la maternità diventano il luogo primo, originario, dell’espropriazione di esistenza, del corpo come delle proprie capacità creative. La cancellazione della sessualità femminile, identificata con la procreazione, e quindi “naturalizzata”, è vista come l’origine del confinamento della donna nel ruolo biologico di madre: sottomissione e dedizione all’uomo, sacrificio di sé. Non si parla di “libertà”, ma di “liberazione”, non di “differenza” ma di “differenziazione”, che è alla base di ogni dualismo.

Il sessismo, la violenza maschile contro le donne, le radici dello sfruttamento nel lavoro domestico e della marginalità sociale, si andavano a cercare scavando nel vissuto corporeo, sessuale, amoroso, nella malattia, nella follia, nell’assimilazione al desiderio e alla legge dell’uomo. Si analizzava soprattutto la “violenza invisibile”, come sottofondo di tutte le altre forme di violenza e oppressione.

Riappropriazione del corpo voleva dire riconoscersi e legittimarsi una sessualità propria, ma anche sottrarre il problema della salute all’invadenza della scienza medica. La “presa di parola” propria – quindi la nascita alla polis – avveniva con questa tenace, dichiarata aderenza al corpo, al mondo interno, come riscoperta dei segni duraturi che la storia maschile vi ha lasciato sopra – e perciò “politici” essi stessi.

Il passo successivo sarebbe stato quello di riattraversare le costruzioni della civiltà dell’uomo, a partire dalla famiglia, mantenendo però fermo lo sguardo su quei territori, considerati a-politici, che le pratiche del femminismo venivano riscoprendo: la storia personale, le formazioni inconsce, la complicità, le cancellazioni. Voleva dire uscire dal dualismo, cercare “nessi” tra sessualità e politica, sessualità e simbolico; voleva dire riconoscere che la sessualità appartiene alla sfera pubblica quanto a quella privata, e così l’economia, la cultura; smascherare il lavoro gratuito che passa dentro l’amore e la cura, vedere le contaminazioni che ci sono sempre state tra “realtà oggettiva” e vissuto personale.

Rossana Rossanda intuì che quelle «acque insondate» ci avrebbero portato in «lande deserte», e che, al contrario, altre donne si sarebbero accontentate di alcune conquiste democratiche.

Quando si parla del femminismo anni ’70 si ricordano quasi solo le battaglie per i diritti: divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia, leggi sulla violenza contro le donne, consultori. Si ricordano le manifestazioni, salutate dai gruppi di sinistra come l’”uscita all’esterno”. “Interne”, perché anomale rispetto alla politica tradizionale, erano considerate l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio, i luoghi delle donne, le vacanze femministe, dove al centro c’era il corpo, la sessualità, l’omosessualità, l’elaborazione di un pensiero collettivo. Non si ricordano mai i convegni nazionali di Pinarella di Cervia, nel 1974 e 1975. Un posto centrale ebbero in quegli anni sia l’analisi dell’inconscio che i gruppi di medicina e salute delle donne, la nascita dei consultori autogestiti. Anche la questione dell’aborto fu affrontata dall’interno di queste pratiche.

«Il movimento delle donne da anni ha una propria pratica politica che investe la sessualità e quindi anche il problema dell’aborto… è una questione che ci riguarda in prima persona e tutti vogliono in questo momento coinvolgerci, dai preti ai partiti della sinistra extraparlamentare. Il ritrovarci tra noi significa che affrontiamo questa tematica nei modi politici che sono nostri. Non è nel nostro interesse trattare il problema dell’aborto per se stesso. Il nostro sforzo è invece di legarlo a tutta la nostra condizione, e in particolare alla nostra sessualità e al nostro corpo». (Sottosopra rosso, Milano 1975)

Quello che nessuna voleva era che «l’aborto come il divorzio venga ridotto a un pezzo di riforma isolato dalla sessualità dominante e dalla struttura sociale che ha fatto della donna una macchina per la riproduzione».

IL SIMBOLICO

L’importanza della parola, del linguaggio, è sempre stata presente fin dagli inizi del femminismo, ma si voleva spingere la parola il più vicino possibile al corpo, all’esperienza. Circolavano volantini, documenti e una rivista “Sottosopra”, il giornale di tutti i gruppi femministi italiani che volevano scriverci. Nel presentarlo, il Collettivo femminista milanese di via Cherubini 8 scriveva:

«le donne lottano a partire da esigenze, desideri che vengono dalla storia personale, di cui si riconosce la politicità. Di qui l’impossibilità di teorizzare, organizzare un punto di riferimento del movimento delle donne. Possiamo solo essere un riferimento, trasmettere le esperienze, divenire una “alternativa vivente” al ruolo di donna… la parola scritta appare indispensabile, l’unico modo per far circolare esperienze e documentare un “esistere”…fare solo una raccolta di esperienze incentiva la responsabilità e attività personali, al contrario di un giornale di linea o di propaganda. Essere creative nel ricevere, niente redazione che sceglie per gli altri. Che sia agile e non diventi strumento di potere in mano a chi maneggia bene la parola scritta».

Non si poteva sottovalutare la parola, quando nei gruppi politici di cui molte femministe avevano fatto parte, era proprio la parola «il miglior strumento di affermazione», che per le donne diventava «lo strumento della nostra esclusione». Difficoltà a misurarsi col linguaggio maschile, un linguaggio elaborato da altri e su cose portate avanti da altri. Comincia anche a diffondersi in quegli anni il desiderio di “fare” insieme alle altre, applicarsi a cose materiali, compreso il denaro.

Nel 1974 nasce la Libreria delle donne di Milano. Ne seguiranno poi altre in varie città.

L’intento, come emerge dal documento Il tempo, i mezzi, i luoghi (Milano 28.1.76) era di darsi “il tempo, i mezzi, i luoghi” per trasformare la realtà sociale, politica, ideologica, nella quale «le donne sono sfruttate, ridotte al silenzio, rimosse»; creare situazioni in cui le donne possano stare insieme, per vedersi, parlarsi, ascoltarsi…coinvolgere in queste situazioni collettive il corpo e la sessualità.

Fare una libreria significava «un momento di lotta per un popolo senza scrittura».

Nella prima metà degli anni ’70 il femminismo ha effettivamente conosciuto un momento particolare, in cui di fatto si agiva sottraendosi alle dicotomie; i nessi erano già nella nostra teoria-pratica, nel tenere insieme individuo e collettività, privato e pubblico. Era un sapere nuovo che si costruiva attraverso la lenta «modificazione di sé».

Il problema nasce quando si entra in rapporto con le istituzioni politiche e culturali – partiti, parlamenti, accademia, ecc. La discussione sull’aborto ha oscillato tra la messa al centro della sessualità e i modi diversi di affrontare la questione della legge o della depenalizzazione, oltre che le manifestazioni, le iniziative dei partiti. Qualche rara voce chiede che «si faccia autocoscienza sul nostro rapporto con le istituzioni». Le pratiche del femminismo avevano richiesto spostamenti radicali nel rapporto con le istituzioni. C’era stata una «scandalosa inversione» nel rapporto tra cultura e vita, storia sociale e storia personale, a favore del secondo polo. La «presa di coscienza» spostava il processo conoscitivo in prossimità del corpo e lo rendeva in questo modo inseparabile dall’idea del cambiamento. Da lì saremmo poi passate a mettere mano alle nostre competenze, alla nostra formazione intellettuale, sapendo che non saremmo più state le stesse. Purtroppo il nucleo del nuovo sapere era molto fragile e difficilmente avrebbe retto all’urto dei linguaggi disciplinari.

Sul rapporto con le istituzioni si sofferma già il Convegno internazionale sul movimento di liberazione della donna in Italia, che si tenne a Milano nel 1978. Nella relazione di Marina Zancan si legge:

«…dal 1977 ha inizio un’operazione massiccia di esproprio e ridefinizione del patrimonio prodotto dalle donne da parte degli ambiti istituzionali, della politica e della cultura: politicamente acquistano voce le sezioni femminili dei diversi partiti… culturalmente troviamo prodotto e inserito in un discorso “altro”, neutralizzati come nuovi filoni di pensiero e di cultura, tutti i modi di conoscenza prodotti dalla pratica politica delle donne».

«Questo nostro ri-entro non ha le caratteristiche di una ritirata: ci siamo portate dietro lo spessore e la forza del patrimonio politico e conoscitivo che abbiamo contribuito a produrre; abbiamo tutelato spazi di autonomia e di autogestione; abbiamo attivato momenti di autoriflessione su questa nostra presenza…e ci siamo proposte di ridefinire dei diversi paradigmi scientifici».

In realtà c’è stata anche molta omologazione, e conseguente cancellazione di pratiche e saperi ingombranti, che avevano come riferimento il corpo. Per una parte del femminismo è successo quello che ha caratterizzato la nascita di nuovi soggetti alla storia: bisogno, per essere riconosciuti, di costruirsi una propria identità, una propria cultura, lingua, tradizione. Un terreno vergine, “autentico”, che cerca però una legittimazione nel passato.

In questa direzione si muove il “pensiero della differenza”, che fa capo alla Libreria delle donne di Milano. Per innalzare la “differenza femminile”, psicologica e culturale, occorreva un solido fondamento biologico o metafisico. Per Luce Irigaray è la morfologia dei corpi a dare forma al desiderio. Si è due per natura, sensibilità, cultura. Per Luisa Muraro sarà «l’ordine simbolico della madre». Il pensiero della differenza, preso nella stretta di preoccupazioni identitarie, omogeneità, orgoglio, appartenenza, non poteva che semplificare la complessità della pratica femminista, fissare un linguaggio, una leadership, un’autorevolezza già data. Sparisce l’attenzione ai corpi e al vissuto.

Col Convegno di Modena (1987) si può dire che debutta un ceto intellettuale femminile. Nascono nello stesso anno l’Associazione per una Libera Università delle Donne, a Milano, la rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminile”. Preoccupazione principale è la trasmissione. Per Luisa Muraro invece occorreva un «atto fondativo»: un’autorità, un linguaggio. Resta sullo sfondo, inesplorata, la relazione reale madre-figlia/o, e la domanda d’amore, che aveva attraversato i gruppi di autocoscienza. Un percorso più vicino ai temi e alle pratiche degli anni ’70 avranno o corsi delle donne, nati nell’ambito dei corsi “150 ore”, e la rivista “Lapis”, che uscirà per un decennio (1988-1998). Il femminismo che entra nelle istituzioni perde la sua carica trasformativa, l’ambizione di modificare «sé e il mondo».

Da Dinamo Press

Immagine di copertina e foto nell’articolo: Tano D’Amico

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