I trent’anni di ‘’Anime salve’’ e il coraggio di essere servi disobbedienti alle leggi del branco

8 Gennaio 2026

[Mattia Lasio]

Scorgere le piccolezze del quotidiano, tenerle strette a sé, farle proprie. Renderle uniche, preziose, tramutarle in istantanee su cui focalizzarsi per arrivare a una comprensione della realtà profonda, in grado di andare oltre gli stereotipi e la faciloneria.

Di tutto questo Fabrizio De André ha fatto il proprio caposaldo, creando un immaginario  personale di grande pregnanza contenutistica e stilistica in cui condensare il suo pensiero e la sua visione di un mondo che corre freneticamente senza però cambiare mai in meglio.

Una visione del mondo, quella del cantautore genovese, venuto a mancare all’età di 58 anni a causa di un carcinoma polmonare l’11 gennaio del 1999, che affiora pienamente dal suo tredicesimo e ultimo disco intitolato ‘’Anime salve’’, pubblicato dall’etichetta discografica BMG Ricordi il 19 settembre del 1996, a sei anni dal precedente lavoro ‘’Le nuvole’’.

Un album di caratura elevatissima all’insegna della raffinatezza e di una capacità di scandagliare l’animo umano rara, avente al suo interno nove tracce, e che si avvale della collaborazione di figure preziose le quali hanno arricchito un lavoro dove nulla è lasciato al caso, di cui nel 2026 ricorre il trentennale dall’uscita.

Figure chiave come quella di Ivano Fossati, di Piero Milesi, del percussionista Naco, del fisarmonicista Gianni Coscia, del figlio Cristiano De André e tanti altri. Un progetto contraddistinto da una forza evocativa incomparabile, come si intuisce già dalla copertina in cui risalta l’immagine di una bambina, scattata dalla talentuosa fotografa di origine brasiliana e varesina d’adozione Isabel Lima, nei pressi di una cascina in quel di Mendrisio con un geranio in mano, il tutto accompagnato da un effetto retrò che conferisce ulteriore poeticità allo scatto.

‘’Anime salve’’ è un disco che si nutre di molteplici influenze, riuscendo a metterle insieme formando un mosaico sfaccettato e ricco di elementi. Influenze dal punto di vista prettamente musicale, come traspare dalle atmosfere balcaniche, mediterranee e sudamericane evocate in maniera diversa e complementare dalle singole tracce, influenze dal punto di vista letterario e a testimonianza di ciò si trovano brani come ‘’Prinçesa’’, con cui si apre il disco, e ‘’Smisurata preghiera’’, con cui si chiude il progetto, che traggono ispirazione rispettivamente da opere come quella autobiografica della donna transgender Fernanda Farias de Albuquerque – intitolata proprio ‘’Princesa’’, scritta durante un periodo di detenzione al carcere di Rebibbia a Roma insieme all’ex brigatista Maurizio Iannelli – e come ‘’Summa di Maqroll il Gabbiere’’ scritta dal poeta colombiano Álvaro Mutis tra i più influenti esponenti della letteratura ispanoamericana con cui De André strinse una solida amicizia.

Da non dimenticare, inoltre, la sperimentazione linguistica con l’uso di vari idiomi differenti dall’italiano come il portoghese, nei cori sul finale di ‘’Prinçesa’’, il genovese nel brano ‘’Â cúmba’’ – in cui De Andrè adopera la metafora della colomba per rappresentare una futura sposa che dalla casa paterna spiccherà il volo verso quella del proprio marito – e nei cori del pezzo ‘’Dolcenera’’, il sardo con l’uso nel titolo del termine ‘’Disamistade’’, la lingua romanì nella strofa conclusiva cantata da Dori Ghezzi nel brano “Khorakhané (A forza di essere vento) in cui viene interpretata una poesia di Giorgio Bezzecchi.

Sul piano testuale, le parole scritte da De André rappresentano versi che diventano letteratura a pieno titolo. Versi come quelli di “Khorakhané” dove si fa riferimento alla testa che «cammina in un buio di giostre in disuso», così come alla speranza di «saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura».

Sono parole che si sedimentano nell’anima, come quelle della titletrack impreziosita dalla partecipazione a livello vocale di Ivano Fossati produttore di buona parte delle musiche del disco e presente sempre a livello vocale anche in ‘’Â cúmba’’, e che restano impresse: «Mille anni al mondo, mille ancora, che bell’inganno sei anima mia e che bello il mio tempo, che bella compagnia». Faber conduce in passaggi di tempo in cui toccare con mano ore infinite come costellazioni e onde, proprio per rifarsi alla traccia ‘’Anime salve’’, ricorda in ‘’Dolcenera’’ che «oltre il muro dei vetri si risveglia la vita» e in ‘’Le acciughe fanno il pallone’’, che «ogni tre stelle c’è una stella marina, ogni tre stelle c’è un aereo che vola».

Già, un aereo che vola un po’ come la mente umana in cerca di scenari inesplorati, nonostante l’amara  consapevolezza, come sottolineato in ‘’Disamistade’’, che «per tutti il dolore degli altri è dolore a metà». Un dolore a cui è difficile porre fine ma che è possibile accantonare almeno per un istante inseguendo quella luce lontana di cui parla in ‘’Ho visto Nina volare’’ «che si accende e si spegne». Una luce capace di rischiarare gli anfratti più cupi della propria sofferenza interiore, una luce da ricercare costantemente e che, come detto in ‘’Smisurata preghiera’’, anima il viaggio di «chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale, di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità, di verità».

Passi che bisogna continuare a compiere seppur a fatica, in una quotidianità non sempre facile da comprendere e da cui, spesso, si sente la necessità di scappare. A riguardo, sono significative le parole pronunciate da De André nel 1996, intervistato – in compagnia di Álvaro Mutis e Alessandro Gennari – da Teresa Marchesi in occasione della Biennale di Venezia in merito alla pubblicazione del suo libro, scritto a quattro mani con Alessandro Gennari, dal titolo ‘’Un destino ridicolo’’. «Non è detto che io abbia smesso di scappare», affermò De André con il sorriso sulle labbra, dopo essere stato incalzato sull’argomento dall’intervistatrice. «Ci sono diversi motivi per cui si fugge, per cui si scappa. La fuga dall’angoscia è una fuga molto più intima, più esistenziale: è un tentativo di uscire dalla vita prima che la vita finisca».

Fuggire, proprio così: farlo con il sorriso, senza eccessivi patemi, seppur i motivi per cedere all’arrendevolezza non manchino di certo. Fuggire, farlo il prima possibile senza guardarsi indietro, per andare lontano dalle frasi fatte, dagli stereotipi, dai tentativi di etichettare qualsiasi cosa. Fuggire, ebbene sì: senza mai dimenticarsi di essere servi disobbedienti alle leggi del branco.

Leggi che, per una volta almeno, vale la pena non rispettare, in modo da preservare la parte più pura del proprio animo, tenendo bene a mente ciò che si è veramente e non ciò che gli altri vorrebbero fossimo.

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