Dopo il referendum, la prova della politica
27 Marzo 2026
[Francesco ‘Pancho’ Pardi]
Tante sono le ragioni per essere contenti. Si riassumono in una: il responso referendario ha messo una barriera invalicabile ai tentativi di manomettere la Costituzione.
I governi futuri sono avvertiti: l’ingegneria costituzionale non è lo strumento opportuno per risolvere le difficoltà politiche. E a rendere efficiente la giustizia bastano leggi ordinarie. Ora, per qualche giorno è giusto che ci godiamo tutti il balsamo del successo referendario.
Ma non possiamo mettere da parte le preoccupazioni per il futuro. La vittoria splendente del No può creare illusioni sulle prossime elezioni politiche. La massa variopinta delle diverse opinioni che si sono saldate nel No referendario non è affatto detto che rimanga compatta nel sostegno all’opposizione attuale quando si voterà. Questa stessa opposizione farebbe un errore fatale se pensasse che il No è stato un voto tutto a suo favore. Il voto a favore della Costituzione non può essere equivocato. L’esperienza del volantinaggio in strade, piazze, sedi universitarie fa testo. Se una domanda ci veniva rivolta era questa: quale partito firma il tuo volantino? Chi ti ha mandato qui? La diffidenza palpabile si scioglieva in un sorriso di fronte alla firma delle associazioni responsabili. I giovani che hanno espresso un No trascinante non è affatto sicuro che vogliano votare per partiti di cui non si fidano.
La Costituzione invoca protezione, i partiti generano diffidenza. Lo sappiano, ne tengano conto. Non possono pensare che con qualche artificio di alleanza tra i gruppi esistenti tutto è risolto. Né la gara delle primarie sana tutti i deficit che appesantiscono la credibilità di alleanze sull’orlo perenne del litigio. Non si può prescindere dai partiti ma è bene che questi sappiano che gli elettori pretendono da loro soprattutto l’unità e la saldezza della coalizione. Questa deve saper diventare e mantenersi come maggioranza parlamentare. E il risultato non è solo affare loro, è affare di tutti. Nessuno vuole annullare la feconda diversità delle culture politiche, ma il pluralismo non deve diventare materia di separazione. Tutti liberi di pensare secondo il proprio orientamento ma tutti vincolati all’azione della maggioranza parlamentare.
Qui per brevità si dà per scontato che sui temi economico-sociali si possa definire un programma di governo comune, per soddisfare l’attesa pluriennale di scelte serie su lavoro, sanità, istruzione, ambiente, attività produttive (e cancelliamo l’osceno “made in Italy” dal logo del ministero!). Invece il punto controverso è la politica estera. Una coalizione di governo non può esistere senza una politica estera. E la situazione internazionale sembra fatta apposta per metterla alla prova. La scelta per la pace non deve produrre effetti divisivi. Si è liberi di pensare in termini gandhiani ma si deve operare sulla base di un punto di vista europeo.
Il vincolo europeo è decisivo e deve essere adottato senza incertezze. Ciò significa che se gli USA accentueranno il loro disimpegno nella difesa europea, l’Europa dovrà affrontare il problema da sola e non potrà pensare di difendere il proprio spazio, che comprende l’Ucraina, solo con la cultura (tentazione diffusa nei ceti intellettuali). Se in nome della pace si accetta il rischio di far cadere la futura maggioranza parlamentare alla prima occasione in cui la difesa europea sarà messa alla prova allora è inutile impegnarsi a costruirla. Si sappia però che allora la pulsione sovranista farà venir meno l’Europa stessa.
Nell’anno che viene abbiamo di fronte un intenso lavoro culturale per convincere in profondità i partiti a divenire ciò che suggerisce la Costituzione con l’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.







