Le parole come trincee: dalle trombe di Hobbes alla fraternità disarmata

4 Maggio 2026

[Mauri Tuzzolino]

Thomas Hobbes, nel suo Leviatano (1651), intuì con spietata lucidità che la pace e la guerra non sono solo stati fisici, ma costruzioni linguistiche.

Per Hobbes, le parole possono agire come trombe di guerra, strumenti retorici capaci di infiammare le passioni e mobilitare le moltitudini contro qualsiasi ordine costituito. Hobbes suggerisce che le parole non si limitano a descrivere la realtà, ma la strutturano in modo bellico: preparano l’orecchio e la sensibilità dell’opinione pubblica al suono del conflitto, rendendo la violenza fisica solo l’ultimo atto di un processo linguistico già compiuto.

Nella grammatica del potere, la guerra non comincia mai con lo scoppio di un proiettile, ma con l’erosione di un sostantivo. Chi controlla dunque il senso delle parole orienta la realtà. In questo contesto, il linguaggio cessa di essere uno strumento di comunicazione per diventare un dispositivo di controllo e, all’occorrenza, un ordigno esplosivo.

La lezione di Antonio Gramsci ci permette di comprendere come questo controllo delle definizioni si traduca in pratica politica moderna. Per Gramsci, il dominio di una classe dirigente non si regge solo sulla coercizione fisica (il monopolio della violenza), ma soprattutto sull’egemonia culturale. L’egemonia è la capacità di imporre la propria visione del mondo come “senso comune”, rendendola naturale e indiscutibile agli occhi della massa. In tempo di guerra, o di preparazione alla guerra, l’egemonia si gioca sulla capacità di orientare i linguaggi e i valori per stabilizzare la supremazia di un gruppo. La militarizzazione del linguaggio contemporaneo — che vede l’infiltrazione di termini bellici nell’economia, nella sanità e nell’istruzione — è una manifestazione di questa forza egemonica. Quando la società inizia a percepire il conflitto come “naturale” o “necessario”, l’egemonia bellica ha vinto la sua battaglia più importante: quella delle menti dei cittadini. Così capita che nel dibattito pubblico il virus bellicista normalizza un piano di riarmo plurimiliardario, preferito nella legge del burro e del cannone a una strategia che investa in coesione sociale e ambientale.

In Italia tutto cominciò (parlando dei tempi più recenti) quando, per gestire un’emergenza sanitaria, un virus appunto, peraltro nella sua fase discendente e meno acuta, fu chiamato un generale. Non certo per le competenze in materia; ma giusto per militarizzare le procedure e i comportamenti della massa, per innestare nel senso comune la necessità di un ordine armato.

La scuola e i giovani come campo di battaglia culturale

Si fa strada dalle nostre parti, nel mondo occidentale, un’ideologia suprematista, bianca, neocolonialista e imperialista. Militarizzata. Semanticamente militarizzata.

Un esempio di stringente attualità ci occorre in aiuto: la recente “fortuna” e popolarità del termine remigrazione che ha subito un processo di vera ri-significazione politica. Fino agli anni duemila era un termine tecnico e neutro utilizzato nelle scienze sociali per alludere alla migrazione volontaria di ritorno. Oggi, nella comunicazione mainstream, grazie al discorso promosso in particolare da AFD in Germania e da Rassemblement National in Francia, il termine remigrazione è riferito a un’azione di potere da parte di una funzione legalizzata, allude protervamente al ritorno forzato o incentivato di immigrati o di persone di origine straniera: un recupero eufemistico per indicare politiche di espulsione, rimpatrio forzoso, deportazione. Mentre emigrare fa riferimento a una scelta individuale, spesso obbligata dalle circostanze, remigrare significa costruire un apparato pubblico di controllo e sorveglianza che conduca gli individui verso i paesi di origine. Una vera mostruosità. Ieri come oggi questo apparato, necessariamente militare (cfr ICE negli USA), è destinato ad essere l’appendice del gruppo di potere al comando.

Possiamo parlare di sublimazione di un’ideologia: rischiamo peraltro di frantumare una delle basi epistemiche del diritto penale, ovvero la responsabilità personale: si passa dal perseguire l’atto al perseguire l’essere.

Sotto questa lente leggiamo la concentrazione maniacale sui centri di detenzione in Albania, veri e propri campi di concentramento che alludono alla capacità industriale di trattare il tema. Macchine e procedure della disumanità che abbassano sempre più la soglia della nostra indignazione.

La propaganda bellica, le trombe di Ares, squillano in questi anni recenti senza reticenze, senza pudore. La crescente presenza delle Forze Armate nelle istituzioni educative italiane ne è testimonianza. I protocolli d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e della Difesa, i concorsi nazionali sul “Militare baluardo di civiltà” e la presenza di stand dell’Esercito nei saloni dell’orientamento universitario (come avvenuto recentemente a Monserrato) non sono semplici attività informative.

Dal punto di vista gramsciano, questi sono strumenti di “direzione intellettuale e morale”. L’obiettivo in questo caso è creare una narrazione in cui l’intervento militare sia percepito come una scelta professionale neutra o, peggio, come l’unica via per garantire la sicurezza. Questa militarizzazione del percorso formativo trasforma la scuola da luogo di pensiero critico a laboratorio di consenso, dove la figura del soldato viene estetizzata e de-contestualizzata dalla tragica realtà della morte e della distruzione. Contro questa deriva, movimenti come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole tentano di decostruire questo “senso comune”, rivendicando il valore della scuola come spazio disarmato.

Consideriamo che collateralmente molti eserciti moderni considerano i giovani gamer reclute particolarmente interessanti e hanno avviato campagne specifiche per attirarli.  In primo luogo perché i videogiocatori esperti hanno evidenti abilità cognitive: sviluppano riflessi rapidi, eccellente coordinazione occhio-mano e la capacità di prendere decisioni sotto pressione. Cui si aggiungono competenze tecniche, infatti chi gioca è già a suo agio con interfacce digitali complesse, fondamentali per gestire droni, sistemi di puntamento o guerra cibernetica. Infine molti giochi richiedono lo sviluppo di abilità al lavoro di squadra, coordinazione strategica in tempo reale con altri utenti. Le forze armate degli Stati Uniti, ad esempio, hanno i propri team professionistici di gaming (come il team Goats & Glory della Marina) che partecipano a tornei per connettersi con i giovani. Le campagne di reclutamento si sono spostate su piattaforme come Twitch e canali social di videogiochi. Nel recente passato, l’esercito americano ha persino sviluppato il proprio sparatutto gratuito, America’s Army, come strumento di sensibilizzazione e marketing. Nel conflitto in Ucraina sono emersi report sul reclutamento di gamer da parte di gruppi di mercenari (la Wagner) per pilotare droni in scenari di conflitto. 

Del resto possiamo ascrivere tali nuove modalità di reclutamento tra gli effetti della cosiddetta guerra ibrida.

Per una contro-egemonia attiva. La nonviolenza e la pace: verso un disarmo semantico

A tale incedere di una cultura bellica e del riarmo, Papa Francesco contrappone nell’enciclica Fratelli Tutti una rottura radicale. Il Pontefice denuncia come parole come “libertà”, “democrazia” e “unità” vengano oggi svuotate di senso per essere usate come strumenti di dominio.

Il punto di svolta più significativo è il definitivo superamento della dottrina della “guerra giusta”. Per secoli, la filosofia e la teologia hanno cercato di definire i criteri per rendere un conflitto accettabile. Francesco chiude questa porta: nell’era delle armi nucleari e della tecnologia bellica avanzata, non esiste più alcuna proporzionalità tra i mezzi usati e il presunto fine di giustizia. “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”, scrive il Papa. La sicurezza non nasce dalla deterrenza, ma dalla fratellanza universale, che non è un pio desiderio ma una categoria politica necessaria per la sopravvivenza della specie.

Non è un caso che Fratelli Tutti sia stata concepita con un atto di pace, la costruzione di un ponte relazionale con il mondo islamico, ispirata, per voce dello stesso Francesco nella sua relazione all’Enciclica, dal Grande Imam Ahmed Al – Tayebb, per ricordare che Dio “ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”.

Se Hobbes cerca la pace attraverso il monopolio culturale del sovrano e Francesco attraverso un progetto operativo di fratellanza, Aldo Capitini — il Gandhi italiano — ci offre anche una metodologia per tradurre queste visioni in realtà. Capitini propone la nonviolenza non come assenza di conflitto, ma come “potere di tutti” (omnicrazia). Per Capitini, la pace si costruisce attraverso la “non-menzogna” e la “non-collaborazione” con i meccanismi di morte. Opporsi alla militarizzazione scolastica, in quest’ottica, non è solo un atto di protesta, ma un’azione educativa volta a produrre realtà diverse. La nonviolenza capitiniana sfida l’egemonia bellica alla radice, rifiutando di accettare che l’altro sia un nemico e proponendo un linguaggio che non sia “tromba”, ma ponte.

***

La battaglia per la pace si gioca oggi sul terreno della quotidianità. La militarizzazione del linguaggio — quella task force che “attacca” la povertà, quei “bollettini” di salute pubblica, quell’orientamento scolastico in divisa — ha l’effetto di anestetizzare la nostra sensibilità verso la violenza.

Siamo immersi in una “guerra semantica” dove il cittadino viene costantemente arruolato in una narrazione di emergenza e scontro. Per rispondere a questa sfida, è necessario un disarmo semantico. Dobbiamo sottrarre le parole della vita (cura, ospitalità, fragilità, dialogo) alla retorica della forza.

Il superamento della guerra non avverrà nei trattati diplomatici se prima non avverrà nelle aule scolastiche e nei nostri discorsi quotidiani. Passare dalle “trombe di guerra” di Hobbes alla “fratellanza” di Francesco significa riconoscere che il potere più grande non è quello di definire il nemico per distruggerlo, ma quello di definire l’umanità e il suo limite.

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