Di cosa parliamo quando parliamo della morte di Abderrahim Fakir
26 Luglio 2026
[Siria M.]
Quando si parla di sicurezza si parla sempre di ordine pubblico. Quasi mai di salute mentale.
Eppure Frantz Fanon, psichiatra prima ancora che rivoluzionario, ci ha insegnato una cosa fondamentale: la violenza del colonialismo non occupa solo le terre, occupa anche la mente. Produce traumi, ansia, paura, alienazione. La sofferenza psichica non nasce dal colore della pelle, ma dalle condizioni materiali di oppressione in cui una persona è costretta a vivere.
Le persone continuano a porsi le domande sbagliate: cosa non andava in quei ragazzi? Avevano precedenti? Erano irregolari? Avevano sbagliato? Quasi mai ci si chiede cosa non funzioni nella società che li circonda. Quasi mai ci chiediamo perché siano sempre gli stessi corpi, gli stessi quartieri, gli stessi cognomi a finire sotto controllo, sotto sospetto, sotto processo.
Ramy Elgaml.
Abderrahim Fakir.
Mohamed Amin Bessioud.
Tre storie diverse, con vicende giudiziarie diverse. Ma tre nomi che ci obbligano a guardare oltre il singolo episodio. Perché il problema non è solo ciò che accade in un determinato giorno. Il problema è il sistema che rende possibile che alcune vite siano costantemente più esposte di altre alla violenza, al controllo e alla marginalizzazione.
Infatti l’Europa ha fatto esattamente il contrario di ciò che Fanon aveva insegnato.
Per anni è stata utilizzata la formula “sindrome nordafricana”: un costrutto razzializzato della medicina coloniale francese con cui venivano classificati i pazienti nordafricani, soprattutto lavoratori migranti, quando i medici non riuscivano o non volevano comprendere i loro sintomi. Invece di ascoltare la violenza, il razzismo e lo sfruttamento che vivevano ogni giorno, si finiva per patologizzare loro.
Fanon aveva già smascherato questo meccanismo: non erano i nordafricani a essere malati, era il colonialismo a produrre quella sofferenza. E questo accade ancora oggi: troppo spesso ci si chiede cosa non funzioni in chi subisce la violenza, invece di interrogarsi sul sistema che la produce. Il colonialismo non ruba solo la terra e le risorse: distrugge l’identità, convincendo gli oppressi di essere inferiori, senza storia, senza cultura, senza valore.
Il razzismo, allora, non è un incidente della storia. È uno strumento di potere. Serve a rendere naturale ciò che naturale non è: lo sfruttamento, l’esclusione, la repressione. Oggi quel meccanismo non è scomparso. Ha solo cambiato linguaggio. Il filosofo Achille Mbembe lo definisce necropolitica: il potere di decidere quali vite meritano protezione e quali possono essere esposte più facilmente alla violenza, all’abbandono e al sospetto. Non significa soltanto decidere chi muore. Significa costruire una società in cui alcune vite sembrano valere meno di altre.
Ci sono morti che diventano tragedie nazionali.
E ci sono morti che diventano fascicoli.
Ci sono ragazzi raccontati come figli.
E altri raccontati, prima di tutto, come sospetti.
È dentro questa gerarchia delle vite che si inserisce anche il dibattito sullo scudo penale.
Perché se lo Stato decide di ridurre gli strumenti di accertamento della responsabilità proprio nei confronti di chi esercita il monopolio della forza, il messaggio che passa è chiaro: controllare il potere diventa meno importante che proteggere il potere.
E noi questo non possiamo accettarlo.
Non siamo qui per chiedere privilegi.
Siamo qui per dire che la legge deve valere per tutti, soprattutto per chi ha il potere di limitare la libertà degli altri. Fanon scriveva ne I dannati della terra che ogni generazione deve scoprire la propria missione, compierla o tradirla.
La nostra missione non è restare in silenzio.
È rifiutare la normalizzazione della violenza.
È rifiutare un mondo che continua a dividere le persone tra vite degne di essere protette e vite considerate sacrificabili.
Per questo continueremo a fare memoria.
Per questo continueremo a pronunciare quei nomi.
Ramy Elgaml.
Abderrahim Fakir.
Mohamed Amin Bessioud.
Satnam Singh, lasciato morire dissanguato dopo l’amputazione di un braccio, abbandonato davanti a casa come se la sua vita non valesse nulla.
Moussa Balde, sopravvissuto a un’aggressione razzista a Ventimiglia e rinchiuso nel CPR di Torino perché destinatario di un provvedimento di espulsione. Isolato, si è tolto la vita il 23 maggio 2021. Nelle motivazioni della sentenza che ha condannato l’ex direttrice del centro si parla di un processo di deumanizzazione, di perdita della propria identità e dei propri legami.
Ousmane Sylla, ventiduenne della Guinea, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria a Roma nel febbraio 2024, dopo aver ricevuto il rigetto della richiesta d’asilo.
Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano, morto nel CPR di Gradisca d’Isonzo nel 2020 dopo giorni di trattenimento e un violento contenimento. La sua morte è ancora oggi uno dei casi simbolo delle condizioni all’interno dei CPR.
Belmaan Oussama, diciannovenne morto nel CPR di Palazzo San Gervasio nell’agosto 2024, una vicenda che ha alimentato nuove inchieste sulle condizioni di trattenimento.
E poi tutti gli altri.
Harry.
Hossain Faisal.
Aymen Mekni.
Orgest Turia.
Anani Ezzeddine.
Nonos Egbonu.
Amin Saber.
Mohammad Muzaffar Ali.
Yussuf Abubakr.
Sono solo alcuni dei nomi delle decine di persone morte nei CPR italiani negli ultimi venticinque anni. Alcuni suicidi. Alcuni morti per mancata assistenza sanitaria. Altri in circostanze ancora controverse. Persone che non stavano scontando una pena. Erano trattenute in un centro di detenzione amministrativa, non in un carcere.
Perché è questo il punto.
Quando una persona può morire in un ghetto, in un CPR, in mare, in un campo agricolo o durante un controllo e il dibattito pubblico dura pochi giorni prima di passare oltre, allora non siamo più davanti a episodi isolati.
Siamo davanti a un sistema che ha deciso quali vite sono sacrificabili. E noi non siamo disposti a dimenticare. Non siamo disposti a renderci complici con il nostro silenzio. Si comincia sempre dagli ultimi. Da chi può essere raccontato come un’eccezione, un problema, una minaccia.
Poi il confine si sposta. Perché quando accettiamo che esistano vite che valgono meno, stiamo accettando un principio che, prima o poi, può essere applicato a chiunque.
Oggi colpisce le persone razzializate. Ma non significa che le altre persone già esposte alla discriminazione siano al sicuro. Donne, persone LGBTQIA+, minoranze religiose ed etniche, persone con disabilità, chi vive nella povertà e chiunque sia percepito come diverso subiscono già oggi violenze, esclusione e discriminazioni, sia nella vita quotidiana sia a livello istituzionale. E quando il confine di ciò che è considerato accettabile si sposta, la condizione di tutte noi non migliora: peggiora.
La storia ci insegna che le libertà non vengono sottratte tutte insieme. Vengono erose poco alla volta, rendendo normale ciò che ieri sarebbe sembrato inaccettabile. Per questo questa battaglia non riguarda soltanto alcune persone. Riguarda il futuro di tutte e tutti noi.
Dobbiamo difendere il principio che nessuna vita è sacrificabile. Perché una società che accetta di voltarsi dall’altra parte davanti all’ingiustizia inflitta ai più vulnerabili finisce, inevitabilmente, per rendere più fragile la libertà di tutte e tutti.
E allora la nostra scelta è semplice: stare dalla parte di chi oggi viene lasciato indietro, perché sappiamo che la dignità o è di tutti, o non è davvero di nessuna.







