Anis

16 Novembre 2020

[Filippo Kalomenìdis]

Filippo Kalomenìdis scrittore e sceneggiatore sardo-greco, si è recato a Lesvos in Grecia per documentarsi sull’incendio del campo profughi di Moria e sul nuovo centro di Kera Tepe per il suo libro “La Direzione è storta”. Un reportage lirico sulla pandemia e i virus del potere (uscita a marzo 2021, Homo Scrivens editore) che racconta anche la sua esperienza di volontario nei centri di isolamento per malati di Covid-19 a Bologna. Durante il viaggio è nata l’idea di pubblicare sul Manifesto Sardo un’inchiesta che rendesse chiara la realtà spaventosa dei più sovraffollati campi di segregazione di rifugiati asiatici e africani in Europa, di cui questo articolo è la seconda parte.

«Ogni principio base di un problema ha la sua soluzione».

Anis arriva al nostro appuntamento quando il tramonto cala senza preavviso, come sempre laddove è oriente. Il velo sui capelli, la giacca a vento e i jeans sul corpo minuto. Ci vediamo nella sede della ONG Hope Project Greece. La accompagnano il padre e la madre che tiene in braccio il figlio più piccolo. Anche Anis in qualche modo è ancora piccola, ha 17 anni e ne dimostra qualcuno di meno, ma questo non toglie forza ai suoi profondissimi occhi allungati di sorella maggiore di cinque fratelli.

Non ha paura dei rari momenti di disagio che capitano durante il nostro incontro. Li mostra con coraggio, così come mostra il suo ruolo naturale di guida della famiglia.

Si sentono altri profughi ridere e scherzare, i grilli lamentarsi mentre Mytilene, la Mytilene sulla strada per Thermis, la stessa dei Lager di Kera Tepe e Moria affoga nella notte più cieca con i suoi ulivi e la sua umanità sconosciuta. Parliamo in una piccola stanza. Suo padre e sua madre non conoscono l’inglese perciò si affidano completamente ad Anis. Leggono sereni la conversazione nei nostri sguardi. Non ho mai conosciuto dei genitori che avessero una così pura fiducia nella propria figlia. Figurarsi se così giovane.

Anis è la rivelazione di una verità essenziale e assoluta. Non è solo quello che noi definiamo con una parola che lei odia “una rifugiata”. La sua non è soltanto la testimonianza di uno dei milioni di esseri umani privati di tutto dalle guerre dell’Occidente e dalle leggi disumane con cui l’UE cancella i senza luogo. La sua è una Voce che si fa ricordare per sempre.

Una donna che con la sua intelligenza superiore e i suoi gesti minimi è portatrice di una rivoluzione che sovverte due culture: quella del Sud del mondo che l’ha costretta a scappare e quella dell’Occidente che la imprigiona e la respinge.

Anis è a Lesvos dall’autunno del 2018. Prima reclusa a Moria, ora nella parte di Kera Tepe destinata ai più fragili, perché uno dei suoi fratelli soffre di una grave forma di asma causata dalle condizioni del Lager.

Mi racconta che non ha mai avuto né una casa, né una terra a cui appartenere.

La sua famiglia è scappata dalle bombe dell’Afghanistan quando lei aveva tre anni. Da quel momento, dodici anni di vita da clandestina in Iran, a guardare suo padre consumarsi per il lavoro nero e malpagato e gli arresti per la sua posizione illegale; a studiare da sola il parsi e l’inglese (lingue che ora conosce e parla perfettamente), perché i profughi non hanno diritto a un’istruzione.

Opporsi al divieto della conoscenza è la prima tappa della rivoluzione personale di Anis. Una donna che ha studiato e che vuole continuare a studiare, e che rifiuta di sposarsi ragazzina non può tornare in Afghanistan. Il prezzo da pagare potrebbero le atrocità degli integralisti islamici.

Ma questo pensiero non sembra scuoterla. È sicura che un giorno visiterà la sua terra d’origine perché chi impegna la propria esistenza per rendere orribili i giorni degli altri non vivrà in eterno. Anis di questo è certa, ma giustamente non le basterà.

Allora convincerà i suoi genitori a lasciare anche l’Iran, lì non consentiranno mai di regolarizzare la loro posizione. Lì hanno solo ricatti, maltrattamenti e terrore.

Lei ha imparato l’inglese per arrivare al «sapere che solo la libertà può darci» e studia la matematica perché «ogni principio base di un problema ha la sua soluzione», mi dice fiera.

Con questo spirito, con i genitori e i fratelli affronta un viaggio verso la Turchia che costerà tutti i loro risparmi: dodici anni di lavoro e sfruttamento. È il settembre del 2018.

«Ci sono tre montagne, dovete arrivare sulla prima cima e riscendere, poi salire sulla seconda cima e riscendere, e dopo arrivare alla terza cima e riscendere ancora. Basta una notte e siete arrivati. Così ci hanno detto i trafficanti di uomini che abbiamo pagato e che ci hanno fatto partire con un gruppo di 60 persone», racconta.Ma non sarà così facile. A ogni passo c’è il rischio di precipitare nelle scarpate e frantumarsi sulle rocce. Si perde l’orientamento e si sbaglia strada di continuo. Si muovono in «un buio così assoluto che avevi paura che ti entrasse dentro». Anis per un istante ritorna bambina quando descrive le tenebre di quell’esodo e ancora spaurita accenna all’ululare dei cani e dei lupi che rimbomba negli strapiombi.

La sua luce vigile si riaccende quando descrive i militari turchi che pestano a sangue alcuni uomini del gruppo e che hanno terrorizzato i suoi fratellini sparando, divertiti, all’aria vicina a loro. Per lo shock subito uno dei fratelli tuttora balbetta e parla a stento. Anis e la sua famiglia corrono lontano, più lontano che possono e stavolta la direzione è giusta.

Da un villaggio, stipati a decine saliranno su un pulmino che li porterà a Istanbul. Anche là dovranno vivere come spettri, rinchiusi in una minuscola casa priva di tutto con altri migranti.

Devono parlare poco e a bassa voce, o meglio restare in silenzio, perché qualsiasi rumore allerterebbe i vicini e quindi la polizia. Devono uscire uno alla volta per procurarsi il poco cibo che possono permettersi. Due mesi e mezzo di reclusione in un limbo di follia e deprivazione.

Infine per 900 dollari a persona, i trafficanti di esseri umani li porteranno a Lesvos.

Nonostante non abbiano più niente, nonostante nemmeno qui abbiano trovato «la loro vita», nonostante passino mesi in una piccola tenda nel Lager di Moria, «in cui non si poteva stare in piedi perché troppo bassa, né sdraiati perché il fondo era fradicio di pioggia», Anis impara in breve tempo a parlare anche il greco. Ed è una delle più brillanti studentesse della sua scuola. Crede ancora nella possibilità di parlare col mondo intero e lo crede con tutta sé stessa.

Il governo greco e l’UE possono negarle anche il diritto di asilo – come è da poco accaduto per la seconda volta –, possono toglierle il misero contributo a cui ogni rifugiato ha diritto e lasciarle solo un vitto immangiabile e una tenda dove la notte viene staccata l’elettricità. Gli uomini della parte nera della Grecia possono allontanarla sull’autobus perché profuga infetta da Covid, ma lei resta il punto fermo della sua famiglia. Non smette di aiutarli a resistere, anche a costo di accettare giornate di lavoro nero pagate quanto un pacchetto di sigarette.

«I funzionari dell’immigrazione ci hanno offerto 500 euro per tornare in Afghanistan perché dicono che ora è un posto sicuro. Un posto sicuro?, ripeto. Poi gli ho detto di tenersi quei soldi, io voglio solo la carta blu. Niente altro. Voglio essere libera di lavorare, studiare matematica e un giorno poter pagare una casa per la mia famiglia».

Quanti adulti in Europa sanno ascoltare e seguire la forza propulsiva e profetica dei figli giovani come fanno i genitori di Anis?

Quanti avrebbero la forza di non piegarsi a un sistema che decide di chiudere la parte del campo dedicata ai più fragili quando uno dei tuoi bambini ha l’asma, solo perché tua figlia maggiore crede che un giorno i diritti di tutti saranno rispettati?

Quanti non crollerebbero vivendo uno stato di perenne prigionia in un Lager che prelude al rimpatrio forzato in una terra ridotta a un buco nerodai tuoi stessi carcerieri?

«Ogni principio base di un problema ha la sua soluzione».

La soluzione ai problemi di questo mondo malato sono i giovani uomini e donne, soprattutto le giovani donne come Anis che, dal giorno in cui l’ho conosciuta, mi proibisco di chiamare semplicemente ragazza.

Grazie per il fondamentale aiuto alle amiche Giuseppina Dilillo e Sylvine Vaucher. E grazie a Monica Attias della Comunità di Sant’Egidio che mi ha dato il privilegio di conoscere Anis e la sua famiglia.

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