I movimenti oggi
7 Aprile 2026
[Andrea Segre]
Ho letto l’intervento – apparso su Comune e il manifesto – di Lea Melandri sulla maggioranza rumorosa che i partiti non hanno ascoltato. Mi sembra chiaro che il tema centrale oggi per la sinistra sia trovare nuovi spazi e metodi di confronto tra i movimenti sempre più vivaci e partecipati delle nuove generazioni e i partiti ancora segnati da ferite, errori e divisioni di cui iniziano ad essere consapevoli.
È un tema che si è posto diverse volte nella storia della sinistra, ma penso che siamo di fronte ad un passaggio storico rilevante: non c’è dubbio che una parte consistente dei partiti legati alla tradizione comunista, socialista e socialdemocratica nel mondo occidentale abbiano consumato fino alle estreme conseguenze la propria identità, arrivando da una parte ad una alleanza sistemica con i poteri finanziari del capitalismo mondiale e dall’altra all’accettazione di derive illiberali e discriminatorie nel campo dei diritti civili (fino all’estremo, in alcuni paesi, del sostegno al genocidio palestinese nella guerra di Gaza). Questo ha lasciato spazio a sinistra (o quasi) a nuove formazioni ed esperimenti: alcuni di questi hanno dialogato pericolosamente con elementi di populismo mediatico e opportunista ed altri non sono riusciti ad andare oltre orizzonti locali o comunque decisamente minoritari. In questo forte disorientamento della sinistra si è aperta una voragine o una prateria, che, unita alle paure e alle solitudini dell’individualismo nella società capitalistica globale, ha permesso alla destra di radicalizzarsi con una chiara spregiudicatezza, lasciando così spazio a politiche, pratiche e ideologie che erano state a lungo escluse o tenute periferiche dalle destre dopo la seconda guerra mondiale. Nazionalismi, autoritarismi, attacchi alla magistratura, limitazioni di libertà civili, criminalizzazione di opinioni antagoniste, forme estreme di politiche securitarie, discriminazioni etniche, crescita delle spese e dei poteri militari, negazionismo delle crisi climatiche, difesa dei privilegi di oligarchie e poteri industriali sono diventati elementi normali, accettabili e in molti casi maggioritari nell’arena politica internazionale. Fino all’estrema naturale conseguenza: il ritorno della guerra.
Di fronte a ciò le nuove generazioni hanno reagito: con istinto, con viscerale emozione, con ricerca profonda di un nuovo senso politico e civico, ma chiaramente anche con qualche mancanza di organizzazione ed esperienza. Questa mancanza ha reso facile per chi nei partiti della sinistra tradizionale e istituzionale ha preferito sminuire i movimenti, aspettare che si sgonfiassero, pensare che fossero marginali e non capaci di creare cambiamento, a volte anche elogiandoli ma di fatto non ascoltandoli fino in fondo. Una reazione miope, ma comprensibile perché legata alla paura di perdere consenso, di essere giudicati. Ma i movimenti non si sono fermati, neanche di fronte alle criminalizzazioni e alle persecuzioni legali che hanno subito dalle destre di governo, anzi sono cresciuti e hanno continuato ad esprimere i contenuti, le idee e i sogni più chiari, nuovi e urgenti nel mondo ingiusto e violento in cui sono e siamo immersi. Fino a diventare protagonisti e anche elettoralmente determinanti.
Ora a mio avviso tocca ai partiti. Se credono nella necessità si costruire una alternativa di giustizia sociale, economica e civile che possa non solo fermare le destre, ma anche e soprattutto togliere loro lo spazio enorme delle praterie nelle quali hanno potuto dilagare, penso dovrebbero mettersi in ascolto reale, in posizione di orizzontalità e di reciprocità con le persone e le associazioni che hanno dato vita ai movimenti. Dovrebbero rinunciare alla difesa dei loro poteri che rischiano di essere sempre più minoritari e isolati, capire che la loro posizione di costante visibilità mediatica è insufficiente a garantire loro una reale tenuta del potere, e mettersi a disposizione di cambiamenti reali nei contenuti, nelle idee, nei progetti e poi anche nelle persone da candidare.
D’altra parte dovrebbero essere anche le persone e le associazioni attive nei movimenti ad accettare il dialogo con i partiti, provando a slegarlo da momenti o occasioni di convenienza elettorale.
Come fare?
Non ho certo la bacchetta magica, voglio portare solo un contributo, un’idea. Un concetto utile, che ho provato a studiare durante la preparazione del mio film Berlinguer, La Grande Ambizione, è quello gramsciano di comunità. Provando a sintetizzarlo, per Gramsci la comunità è lo spazio sociale e culturale in cui le classi subalterne possono elaborare una propria visione del mondo, superando il “senso comune” imposto dalla classe dominante per formare e organizzare una volontà collettiva. Penso che Gramsci suggerirebbe oggi di ripartire dalla costruzione di nuove comunità democratiche e antifasciste, spazi di elaborazione delle idee espresse dai nuovi movimenti per aiutarle a diventare progetti politici di cambiamento della società, anche attraverso il confronto con esperienze e competenze di politica istituzionale. Comunità territoriali diffuse e libere, alle quali partecipino anche esponenti dei partiti non per essere eletti ma per decidere insieme come si vuole cambiare la società, l’economia, la politica. Non spazi aperti a tutti, in modo genericamente civico, ma legati a un quadro etico e ideologico chiaro: la lotta comune per una società più equa e democratica, non subalterna alle logiche del capitale e delle sue oligarchie autoritarie, radicalmente contraria alla guerra e alle violenze patriarcali e coloniali, capace di rispettare e valorizzare le diversità e irrinunciabilmente ecologica e sostenibile. Tutti orizzonti espressi con chiarezza dai nuovi movimenti, ma presenti anche nella storia dei partiti della sinistra europea, o almeno in alcuni di essa.
Sono questi i principi e gli orizzonti che potrebbero essere alla base delle nuove comunità democratiche e antifasciste. Il lavoro di queste comunità porterà a individuare programmi e candidati. È un processo troppo lungo e complesso per il mondo di oggi? Forse no, se è mosso da energie, bisogni e urgenze, se è partecipato e vivo. Ed ora sembrerebbe non solo necessario, ma anche possibile.







