I sardi rischiano di perdere l’acqua pubblica

16 Ottobre 2013
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Stefano Deliperi

Non si sapeva nemmeno quanti fossero i “feudatari delle acque” nella Sardegna di inizio millennio. E.A.F., Consorzi di bonifica, E.S.A.F., singoli Comuni, Consorzi industriali, decine di soggetti che – come tanti pinocchi anarchici – gestivano la “loro” acqua, le “loro” condotte, i “loro” invasi, i “loro” depuratori infischiandosene di avere una regìa unica o anche un qualche coordinamento.
Progetti di nuove dighe e finanziamenti creavano (e creano) cantieri e clientele elettorali, sostenevano (e sostengono) carriere politiche, anche le peggiori.
Avveniva (e avviene) in Sardegna e in buona parte del resto d’Italia.
Poi, dopo la legge n. 36/1994 (in esecuzione di direttive comunitarie sull’acqua), la Regione autonoma della Sardegna ha cercato (legge regionale n. 29/1997) di razionalizzare la gestione dell’acqua potabile e dei servizi di depurazione, creando Abbanoa s.p.a., al termine di un processo di progressiva riduzione dei soggetti gestori allora esistenti. Dal 2004 un unico gestore, un’unica tariffa, Enti locali riuniti in un unico Ambito territoriale ottimale. Buona idea, in teoria. Una razionalizzazione virtuosa, sempre in teoria.
Abbanoa ha acquisito personale, mezzi, rapporti giuridici e condotte dei precedenti enti gestori con il risultato di diventare un “carrozzone” spaventoso, pressoche ingestibile, pur con la migliore buona volontà. Non solo disservizi, rete idrica che cade a pezzi (nel 2011 l’Ordine dei geologi ha stimato nell’85% dell’acqua immessa in rete all’anno le perdite idriche), scarsi controlli, “bollette pazze” e “utenti fantasma”. Non ha perso i vezzi della politica più “tradizionale”, con numerose assunzioni a chiamata diretta, illegittime e spesso inutili.
Oggi si ritrova con circa 1500 dipendenti (1434 al 31 dicembre 2012, ma la Direzione generale ha disposto ulteriori assunzioni), 58,7 milioni di euro annui di solo costo del lavoro, 954 milioni di euro di passivo.
La Procura della Repubblica di Cagliari ha aperto un’indagine penale, ha acquisito i bilanci societari e ipotizza una richiesta di fallimento, devastante per le sorti dell’acqua pubblica dei sardi. I bilanci sono finiti in mano alla società di revisione Deloitte & Touche.
Davanti a simile situazione è stata spacciata per “vittoria” il “via libera” da parte della Commissione europea per la ricapitalizzazione da parte della Regione con 148 milioni di euro. Perché non siano considerati illegittimi “aiuti di stato”, la Commissione europea ha però preteso che la concessione relativa al servizio idrico integrato terminasse nel 2028, tre anni prima del previsto, a cui dovrà seguire una gara d’appalto aperta e non discriminatoria verso alcun concorrente.
Per esser sicuri che i patti siano rispettati, la Regione s’è impegnata ad aumentare la propria quota nel capitale sociale dal 13,312% attuale alla maggioranza, proprio per assicurare il pieno rispetto della decisione europea.
E’ scritto, nero su bianco, nella deliberazione della Giunta regionale n. 35 del 28 agosto 2013. Allo scadere dell’attuale concessione i sardi potranno scordarsi l’acqua pubblica, alla faccia del referendum popolare vinto nel 2011.
Alle Istituzioni comunitarie interessa fondamentalmente che sia rispettato il diritto comunitario, in primo luogo il fondamentale principio della concorrenza. Chi farà le condizioni migliori si prenderà l’acqua dei sardi.
Come evitarlo? Il problema non è solo sardo. Con una grande mobilitazione nazionale ed europea perché si giunga a una direttiva sui “beni comuni”, quelli che devono esser di tutti, a iniziare dall’acqua, con un reale risanamento finanziario di Abbanoa mediante razionalizzazione dei servizi, pre-pensionamenti, controllo delle utenze, pagamento degli effettivi consumi idrici, sana gestione.
Altrimenti l’acqua dei sardi finirà alla Qatar Holding di turno e magari inaffierà il deserto.
Quello arabico, naturalmente.

1 Commento a “I sardi rischiano di perdere l’acqua pubblica”

  1. News Acqua Sardegna del 15.10.2013 | Beni Comuni Planargia scrive:

    […] I Sardi rischiano di perdere l’acqua pubblica – Stefano Diliperi – E’ scritto, nero su bianco, nella deliberazione della Giunta regionale n. 35 del 28 agosto 2013. Allo scadere dell’attuale concessione i sardi potranno scordarsi l’acqua pubblica, alla faccia del referendum popolare vinto nel 2011. Alle Istituzioni comunitarie interessa fondamentalmente che sia rispettato in primo luogo il fondamentale principio della concorrenza. Il problema non è solo sardo. Come evitarlo? Con una grande mobilitazione nazionale ed europea perché si giunga a una direttiva sui “beni comuni”, a iniziare dall’acqua, con un reale risanamento finanziario di Abbanoa mediante razionalizzazione dei servizi, pre-pensionamenti, controllo delle utenze, pagamento degli effettivi consumi idrici, sana gestione. Altrimenti l’acqua dei sardi finirà alla Qatar Holding di turno… […]

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