Ibrahim Nasrallah e il suo ‘’Dentro la notte. Diario palestinese’’, un viaggio di dolore e speranza per non smettere mai di ricordare
26 Febbraio 2026
Onirico, delicato e lacerante. A tratti sognante e febbrile, a momenti enigmatico e labirintico. Il romanzo ‘’Dentro la notte. Diario palestinese’’ dello scrittore classe 1954 Ibrahim Nasrallah, pubblicato nel 2004 dalla casa editrice sarda Ilisso Edizioni, è una delle opere più particolari e suggestive della letteratura palestinese.
Un’opera poco superiore alle centocinquanta pagine, arricchita da una dettagliata postfazione di Wasim Dahmash il quale si è occupato anche della traduzione dall’arabo all’italiano, che si caratterizza per saper coniugare flussi lirici estremamente concreti e al contempo sospesi in una dimensione in cui tutto sembra sfuggente. Una dimensione come quella della notte, richiamata più volte nel corso della narrazione, spesso in correlazione con la parola ‘’morte’’ sin dalla prima pagina. Notte, morte ma anche paura e terrore sono altri due termini che ricorrono nell’opera di Ibrahim Nasrallah, cresciuto in un campo profughi in Giordania, che a questi due vocaboli rende piena valenza semantica, esprimendo la sofferenza e la precarietà che quotidianamente il popolo palestinese è costretto a portare sulle proprie spalle.
Chi in quest’opera cerca informazioni dettagliate, nomi di persone precise così come di luoghi specifici dovrà fare un passo indietro e prendere subito consapevolezza che nulla di questo si trova all’interno di un libro che va ben oltre le canoniche categorizzazioni. i protagonisti sono semplicemente due entità non specificate appellate come ‘’io’’ e ‘’l’altro’’. La narrazione è affidata proprio a questo ‘’io’’ di cui non si conosce nulla ma che sa abilmente trasmettere tutto ciò che è costretto a vivere in prima persona durante la notte tra il 16 e il 17 dicembre del 1991, l’unica informazione precisa che si trova nell’ultima pagina, a conclusione del tutto.
Se a una prima lettura i riferimenti a fatti concreti possono sembrare difficili da trovare, in realtà, come precisa Wasim Dahmash nella sua postfazione, non mancano di certo. Nel narrare le vicende dei due personaggi principali dell’opera e di chi sta loro attorno, Ibrahim Nasrallah fa riferimento a due momenti estremamente cupi della storia del popolo palestinese: il primo è quello del ‘’settembre nero’’ nel 1970 in Giordania, dove a morire furono circa 4000 persone, durante il quale il re hashemita Husayn cacciò via il movimento di resistenza palestinese presente in Giordania, costringendo i fedayyin a riparare in Libano e in Siria.
L’altro momento a cui si allude è quello del ‘’massacro di Sabra e Shatila”, dove si contano circa 3500 vittime, andato in scena dal 16 al 18 settembre del 1982 nei campi profughi palestinesi in Libano di Sabra e Shatila durante l’invasione israeliana del Libano. Il motivo scatenante fu l’uccisione dell’allora nuovo presidente del Libano Bashir Gemayel, di fede cristiana, evento questo che originò la feroce ritorsione delle truppe cristiane falangiste all’epoca alleate di Israele, di cui a farne le spese furono per la maggior parte gli sciiti libanesi e i profughi palestinesi.
La scrittura di Nasrallah risente della sua passione per la fotografia e si fa pagina dopo pagina più nitida e diretta, proiettando nella mente di chi legge immagini estremamente chiare. Alcune delle riflessioni più pregnanti del libro sono affidate alla madre della voce narrante che afferma. «Non è guerra. Ammazzano le persone e basta. Tra un po’ si annoieranno, anche i soldati s’annoiano, e allora bombarderanno la corda del bucato».
È un dolore immenso quello provato dalla donna così come dagli altri personaggi che, pur non essendo definiti da un nome specifico, possiedono comunque un’identità forte e ricca di significati. In tutti loro c’è la consapevolezza di vivere in un inferno e di essere testimoni di un’atrocità a cui nessuno sembra realmente interessato a porre fine, lasciandoli in un dramma che non conosce fine. A dirlo con cruda franchezza è proprio la madre di chi narra il tutto. «Non c’è stato mai nessun soccorso. Mai!».
È un sentimento di profonda disillusione il suo, condiviso anche dalla figura chiamata ‘’l’altro’’ che afferma. «Avrei dovuto capire che non possono esserci miracoli tra una strage e l’altra, una sconfitta e l’altra, un’espulsione e l’altra». Poco dopo, rivolgendosi a chi narra, dice con un moto di rabbia. «La tua compagnia mi ha portato solo pene e tu lo sai». La voce narrante incassa il colpo di una frase che pesa come un macigno e nel rivolgersi a sua volta a chi gli ha rivolto un’accusa di quel tipo domanda. «Fino a che punto può sopportare il cuore?». Una risposta non c’è, perlomeno non una risposta razionale davanti a una tragedia di tale entità.
Tra i frangenti più significativi, e dolorosi, spicca quello in cui chi narra si confronta con la donna amata sul diventare genitori, argomento che affronta con durezza affermando. «Davvero non abbiamo bisogno di bambini che poi vengono massacrati sotto gli occhi dei padri. Non c’è bisogno che la nostra storia si ripeta con loro. Ripetere le stragi, le sconfitte. Se scoprono che li abbiamo messi al mondo in questo modo ci faranno a pezzi!». Il senso di precarietà e di incertezza provato visceralmente affiora riga dopo riga come dimostrano queste parole. «Il nostro destino resta imperscrutabile, come le ignote strade male illuminate che percorriamo».
E se di destino – spesso beffardo e ingiusto – si parla, il pensiero non può che andare alla possibilità, terribilmente concreta, di una morte prematura. Riguardo ciò l’autore affida una delle riflessioni più amare e disincantate a un bambino che con estrema lucidità dice. «E chi riesce a dormire? Se dobbiamo essere uccisi voglio conoscere il mio assassino. È un mio diritto!». Il diritto di guardare la morte con fierezza se quel tragico istante dovesse giungere prima del previsto, il diritto di continuare a sperare in qualcosa di migliore, il diritto di emozionarsi guardando un cielo piangente e infuocato dalle bombe, il diritto di preservare ciò che si è nel profondo, la propria identità più autentica, i propri sogni non andati persi nonostante la morte sia sempre a un passo.
Una morte che, nonostante tutto, non paralizza e non piega chi con essa convive giornalmente perché, per rifarsi alle parole dell’autore, «per non morire non dimentichiamo mai del tutto». Proprio così, non dimenticare mai, soprattutto quando tutto sembra immobile. È un passo fondamentale da compiere questo per poter continuare a coltivare il valore della memoria, in modo da far sì che nuove e coraggiose voci fuori dal coro si levino per gridare in faccia la verità a chi continua a vivere nell’indifferenza.
Una indifferenza che da sempre uccide, imperterrita continua a farlo ma che può essere arginata. Come? Magari, proprio prendendo consapevolezza che anche nell’oscurità più opprimente è possibile cogliere un motivo di speranza. Una speranza che, seppur piccola, merita comunque di essere custodita e protetta.







