Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro!

5 Marzo 2026

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Lunedì 9 marzo, dalle 10 alle 13, davanti al Consiglio regionale della Sardegna, realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale modificando l’articolo 609-bis del codice penale.

L’iniziativa nasce da un percorso di confronto tra diverse realtà dell’isola e sarà anche il primo momento pubblico del Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestəs, spazio politico nato per costruire una risposta collettiva agli arretramenti istituzionali che colpiscono l’autonomia delle donne e libere soggettività.

Al centro della mobilitazione c’è la critica alla modifica proposta dell’art. 609-bis c.p. Il testo oggi in discussione in Parlamento elimina il riferimento al consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissesnso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta.

Se il criterio è il consenso, la domanda è semplice: c’era un sì libero e volontario?
Se il criterio diventa la volontà contraria, la domanda rischia di trasformarsi: la donna ha detto no in modo abbastanza chiaro?

Questo slittamento riporta il baricentro sul comportamento della vittima invece che sull’atto di chi esercita violenza. Nei processi significa riaprire lo spazio per interrogare la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Significa riattivare una cultura giuridica che valuta se una donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”, “abbastanza credibile”.

In un sistema giudiziario ancora attraversato da stereotipi sessisti, questo cambio di paradigma rischia di produrre effetti concreti: più difficoltà nel riconoscere la violenza, più vittimizzazione secondaria nei processi, più silenziamento.

Molte donne non reagiscono perché il corpo entra in freezing, una paralisi traumatica ben documentata. Non urlare, non opporsi fisicamente, non riuscire a dire no non significa acconsentire. Quando la legge sposta l’attenzione sulla prova del dissenso, questa complessità rischia di essere cancellata.

Per questo il sit-in del 9 marzo porterà davanti alle istituzioni regionali una presa di parola chiara: la libertà sessuale delle donne non può essere ridimensionata attraverso ambiguità legislative che finiscono per trasformare la parola delle vittime in una prova da dimostrare.

«Il consenso non è una formula giuridica accessoria» spiegano dal coordinamento Arestəs. «È il riconoscimento politico dell’autodeterminazione. Spostare il baricentro sulla volontà contraria significa riaprire la porta alla cultura del sospetto verso le donne e alla logica della prova di meritevolezza».

La mobilitazione di Cagliari si inserisce nel quadro delle iniziative che in queste settimane stanno attraversando il paese contro il DDL Bongiorno. L’obiettivo è rendere visibile che la libertà delle donne non è materia di compromesso parlamentare e che ogni arretramento sul terreno del consenso troverà una risposta collettiva.

Il presidio sarà anche l’occasione per affermare che in Sardegna esiste un tessuto femminista e transfemminista capace di organizzarsi, prendere parola e chiamare la politica alle proprie responsabilità.

Il consenso non è negoziabile.

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