La buona scuola

16 Maggio 2015
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Pino Tilocca

Quando il presidente Renzi, a fine marzo, col suo stile da venditore di miracoli all’ingrosso, ha presentato il disegno di legge sulla scuola, abbiamo subito colto il carattere propagandistico delle sue affermazioni a beneficio di TV e giornali.
La lettura dell’articolato della legge e della relazione finanziaria che lo accompagna ci da la misura reale dei provvedimenti che il governo tenta di far passare nonostante la reazione durissima, partecipata e convinta di quasi tutta la comunità scolastica, eccezion fatta per le organizzazioni corporative dei presidi, non casualmente architrave del disegno autoritario del premier.
Non nascondo che proprio la lettura dell’impresentabile articolato suscita perplessità per il suo linguaggio approssimativo, i passaggi tortuosi e inapplicabili, la contraddizione con norme in essere e non abrogate.
Giustamente qualcuno l’ha definito un tentativo da apprendisti stregoni, fatto col linguaggio da frate Cipolla e con in mano la pietra filosofale del ciarlatano.
Non voglio, in questo intervento riprendere punto per punto le vergogne del DDL, ma soffermarmi su due questioni sicuramente strutturali che evidenziano le logiche di fondo di questa porcheria chiamata riforma: la forte pulsione autoritaria e la tendenza a frammentare l’universalità del servizio scolastico a favore di una bipolarizzazione verso scuole di alte prestazioni a favore dei ricchi e di scarto verso le zone periferiche, antropologicamente marginali ed economicamente svantaggiate.
Dicono Renzi e corifei che la proposta in discussione alla Camera realizza finalmente dopo 15 anni l’autonomia scolastica.
In realtà questa cosa messa oggi sul tavolo non ha niente a che fare col DPR 275 che nel 1999 introdusse l’autonomia scolastica nel sistema dell’istruzione.
Quella normativa disegnava una idea di scuola dotata di una identità e di un progetto pedagogico e culturale alto, in grado di mobilitare le risorse interne a partire dai docenti e quelle territoriali comprensive di famiglie, associazionismo ed enti locali.
Dotava gli istituti di consistenti risorse finanziarie destinate all’ampliamento dell’offerta formativa, al riequilibrio delle opportunità educative, alle iniziative di formazione, alle proposte di sperimentazione didattica.
Nella scuola dell’autonomia il dirigente scolastico è figura centrale, di raccordo, di mediazione, di proposta e di gestione.
Ma la titolarità dell’azione didattica rimane agli organi collegiali, al collegio dei docenti che sulla base del progetto formativo che ha elaborato propone i criteri di distribuzione delle risorse tra i lavoratori.
Queste risorse vengono assegnate ai singoli docenti sulla base di prestazioni misurabili, da rendicontare e di cui valutare gli effetti. I criteri di utilizzo vengono contrattati con le RSU, espressione democratica dei lavoratori della scuola che le eleggono triennalmente.
In questo quadro il dirigente ha la funzione importantissima di rendere agito attraverso l’organizzazione e la gestione il piano elaborato collegialmente.
E un dirigente intelligente sa che lui non può essere l’unico centro di potere di una struttura così complessa, sa che deve delegare, sa che deve investire di potere le risorse attive della scuola, coloro che hanno capacità di proposta, di organizzazione, i docenti che hanno la capacità di realizzare una didattica avanzata e propositiva.
Ciò fa della scuola un luogo di relazioni intense e giocate su vari piani, un sistema policentrico di partecipazione; perchè la scuola è luogo di convivenza di differenze, concezioni, pratiche educative e portati culturali anche divergenti.
Questi elementi ci fanno capire che la professionalità docente si esercita su due direttrici complementari quella individuale che si realizza nei momenti di insegnamento in classe e quella collegiale che compie le scelte di progettazione, di indirizzo, di collaborazione in funzione di una esplicitazione omogenea e coerente del servizio educativo.
Il meraviglioso compito del dirigente scolastico è quello di portare ad un costrutto unitario queste ricchezze, di connetterle coerentemente dentro il progetto di istituto e di rappresentarlo all’esterno.
Certo rimangono i ruoli di comando, la gerarchia, il potere disciplinare, ma solo chi è incapace di cogliere la complessità di questo mestiere può pensare che questi aspetti ne rappresentino il cuore.
Con tutto questo il disegno di legge scritto di suo pugno dal presidente del consiglio non ha niente a che fare.
La concentrazione dei poteri nelle mani del preside crea un nuovo centralismo autocratico che detiene la responsabilità delle scelte didattiche, che individua i docenti, li fa lavorare secondo le sue opzioni didattiche, culturali e, perchè no ideologiche; li valuta, li premia ed eventualmente li caccia non rinnovando il contratto triennale.
Un accentramento che uccide la componente collegiale della professione docente e atomizza il ruolo degli insegnanti, esecutori delle volontà esplicite ed implicite del preside. In questo contesto è evidente che la competizione fra docenti è l’aspetto che predomina e il successo trova la sua misura nella fedeltà al capo. Ciò che si premia è il merito dei leccapiedi.
A ciò aggiungiamo che il concorso per dirigenti scolastici che avrebbe dovuto essere bandito in questi mesi è stato sospeso e che obiettivo del governo (che in un primo tempo su ciò aveva chiesto una delega in bianco) è arrivare ad un sistema di reclutamento dei dirigenti che avvenga per chiamata diretta di durata triennale di competenza del direttore regionale, a sua volta direttamente nominato dal governo.
Altro che scuola autonoma, in questo modo si costruisce una architettura del sistema dell’istruzione in cui la catena di comando è di diretta emanazione politica.
Altro aspetto emergente del Ddl è la rottura del carattere universalisico del sistema dell’istruzione e della sua tendenza all’omogeneità sul territorio nazionale.
Il primo grimaldello è proprio quello della chiamata diretta. E’ evidente che gli insegnanti chiamati dai presidi sceglierebbero le situazioni più facili da gestire, quelle con gli alunni socialmente e culturamente avvantaggiati, quelle con meno problematiche disciplinari.
Sceglierebbero le scuole con più risorse economiche e in grado di pagare di più.
A questo proposito la scelta di destinare il 5 per mille alle singole istituzioni scolastiche e non al sistema complessivo dell’istruzione è rivelatore più di qualsiasi ragionamento: i ricchi si finanziano le loro scuole e i poveri si arrangino.
E’ la cultura degli scarti che entra di prepotenza nella scuola italiana rovesciandone il compito storico di riequilibrio sociale.
A mio parere sono questi i due punti focali di una riforma profondamente reazionaria, come la destra non aveva mai osato pensarla.
Una riforma al rovescio in cui i docenti sono merce facilmente ricattabile sul piano economico e su quello delle garanzie giuridiche. Senza uno straccio di contratto dal 2009 si vedono imporre una condizione di lavoro a tutele decrescenti.
Gli unici soldi che il docente vedrà sono quelli graziosamente elargiti dal caudillo per la sua formazione (panem et circenses) oppure quelli che avrà dal preside se farà parte della minoranza dei prescelti.
Tutti noi lavoratori della scuola dobbiamo renderci conto di quale sia la posta in gioco oggi e fare tutto ciò che gli strumenti a nostra disposizione ci consentono per rompere questo disegno. Ciò che maggiormente sconcerta, ma non stupisce, è che coloro che fino a qualche anno fa erano nostri alleati, oggi sono i portatori di questo disegno.
In cambio però queste settimane ci restituiscono un mondo della scuola compatto e consapevole, deciso a non cedere.

1 Commento a “La buona scuola”

  1. Eleonora Palmas scrive:

    Come non concordare con le sue osservazioni?
    Ho espresso con parole differenti, in altre sedi, questi stessi concetti che evidenziano gli aspetti più distruttivi di questo nefasto DDL.
    Distruttivi perché cancellano la partecipazione dei liberi.
    Nefasto perché sarà ormai troppo tardi per porre rimedio quando le differenze economiche e sociali di territorio e utenza avranno scavato un irrimediabile solco culturale tra cittadini della stessa Patria.
    Eleonora Palmas

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