La modernità di Grazia Deledda

18 Febbraio 2026
Nuoro omaggia Grazia Deledda con uno murale realizzato di Jorit

[Amedeo Spagnuolo]

Autorevoli studiosi e specialisti dell’opera di Grazia Deledda hanno affermato, con ragione, dal mio punto di vista, che la grande scrittrice nuorese è più apprezzata all’estero che non in Sardegna.

Ricordo che quando ero all’università, alla Federico II di Napoli, sostenni l’esame di letteratura italiana I studiando, come parte monografica, proprio Grazia Deledda e ricordo che il fantastico prof. Giancarlo Mazzacurati, con il quale sostenni quell’esame, durante una delle sue affascinanti lezioni ci disse proprio questo ovvero che Grazia Deledda era più apprezzata all’estero rispetto all’Italia e alla Sardegna.

Quando poi il destino o chissà cosa, volle che la mia vita si svolgesse proprio in Sardegna, mi resi conto di quanto le parole del compianto prof. Mazzacurati fossero vere. Adesso che si celebra il centenario del Nobel alla Deledda, l’attenzione nei confronti della sua opera è ovviamente molto forte, l’auspicio è che esso si mantenga a un livello alto anche quando si concluderanno le celebrazioni. Dico questo perché una cittadina come Nuoro, in una fase, purtroppo, di grave crisi economico – sociale, non può assolutamente permettersi di dimenticarsi di questa sua illustre concittadina che ha fatto conoscere Nuoro in tutto il mondo e che rappresenta una risorsa fondamentale per la sua rinascita.

Io che ormai mi ritengo un sardo – napoletano, non riesco a comprendere come ciò sia possibile, forse perché la mia parte napoletana sussulta di gioia e orgoglio ogni qualvolta che si parla dei grandi esponenti della cultura partenopea che hanno reso Napoli, nonostante la sua complessità, una delle città più conosciute al mondo. Nuoro ovviamente è conosciuta dal punto di vista culturale anche per la presenza di altri grandi scrittori, scultori, pittori ecc. ma per come la vedo io, tenendo conto della grandezza e della novità della produzione letteraria della Deledda, Nuoro e i nuoresi devono fare qualcosa in più per la grande scrittrice barbaricina.

Le motivazioni che sono alla base di questa oggettiva sottovalutazione sono molteplici e per cercare di dare il mio piccolo contributo alla rivalutazione di una scrittrice che ammiro sin dagli studi universitari, cercherò di elencarli. Una delle osservazioni che non ho mai condiviso, provenienti anche da illustri studiosi, riguarda l’accusa rivoltagli di aver cristallizzato nelle sue opere una visione arcaica della Sardegna segnata da faide, superstizioni, destino, senso di colpa.

Ma una scrittrice, un’artista autentica non può non parlare di quelle che erano, e in parte sono, delle ferite vere che provocavano immenso dolore in Sardegna anche perché tali descrizioni venivano espresse con una profondissima empatia che dimostrava quanto la Deledda amasse la sua terra. Invece nel sentire comune, ma non solo, questa descrizione dell’isola avrebbe fatto apparire la Sardegna “arretrata” rispetto al continente come se in altre parti del nostro paese, a nord e a sud, la miseria e l’ingiustizia sociale non provocassero altrettanti fenomeni di violenza e dolore.

Un altro aspetto, secondo me, ma non solo secondo me, è l’ingiusta accusa di non essere una scrittrice “abbastanza moderna” al punto di essere classificata come una “verista regionale” e quindi di essere poco letta nelle scuole e considerata superata dal punto di vista stilistico. In realtà Deledda con il suo vibrante mondo psicologico, con la sua riflessione morale e con le questioni relative alla dimensione femminile mostra pienamente la sua modernità.

Poi non bisogna dimenticare che per molto tempo molti “tromboni della critica istituzionale” hanno visto la scrittrice barbaricina come un’eccezione folklorica e non come una grande scrittrice europea. Questo perché Deledda operava in un mondo dominato dal canone maschile, non proveniva dal mondo accademico e veniva da una periferia culturale. Infine non bisogna dimenticare che Nuoro è una città molto colta ma anche molto severa con i suoi figli illustri che decidono di andare a vivere lontano, infatti, Deledda va via da Nuoro da giovane, scrive da Roma e decide di non tornare per assumere il ruolo di “vestale” dell’identità locale.

Insomma, dal mio punto di vista, mentre l’Europa la lesse come una voce universale, in Sardegna fu considerata come uno specchio troppo sincero. Ringrazio ancora adesso il prof. Mazzacurati di avermela fatta conoscere e di averci “costretto” a studiare i libri di Grazia Deledda, lo ringrazio non solo perché ho conosciuto il lavoro di una grande artista ma soprattutto perché quelle letture mi hanno sinceramente entusiasmato grazie al messaggio “universale” contenuto in esse.

Come si fa a considerare Deledda una scrittrice regionale dopo aver letto le sue pagine memorabili nelle quali viene espresso con tanto vigore il conflitto tra destino e volontà che è poi il cuore pulsante della sua narrativa. Infatti, i personaggi deleddiani sentono di avere una colpa, lottano per sottrarsi a un destino già scritto e anche se quasi sempre falliscono lo fanno con uno spessore morale che è a dir poco commovente. Molti studiosi “illustri” hanno considerato ciò una sorta di fatalismo passivo, io invece penso che si tratti della condizione umana che, da sempre, è caratterizzata dalla tragedia interiorizzata.

Un altro punto sottovalutato riguarda i personaggi femminili. Le donne di Deledda desiderano, sbagliano, pagano prezzi altissimi ma non sono mai personaggi secondari. Di sicuro non sono “eroine”, ma coscienze tragiche spesso molto più lucide degli uomini che le circondano.

Qualcuno ha detto che nella produzione letteraria deleddiana la Sardegna diventa folklore senza riuscire a vedere l’abilità con la quale Deledda fa della Sardegna uno spazio simbolico, un paesaggio dell’anima, insomma un microcosmo universale.

Nei libri di Deledda succede “poco” ma accade tantissimo dentro: esitazioni, rimorsi, silenzi, sguardi non ricambiati. Una letteratura del genere non è moderna? Ci troviamo di fronte a una narrativa dell’interiorità compressa, come compressa e complessa è l’interiorità di noi che viviamo questo cupo presente.

Il grande equivoco dell’opera della scrittrice sarda nasce però dall’accusa di localismo che ha origine dalle riflessioni della Deledda sul desiderio, la colpa, la solitudine, l’impossibilità della felicità viste come specificità sarde. Quanta incomprensione dei testi deleddiani. Con i suoi libri Deledda rappresenta invece una Sardegna come corpo visibile di un dramma universale.

In conclusione, volendo provare a esprimere l’essenza della sua opera si potrebbe dire che Grazia Deledda non racconta la Sardegna bensì racconta l’uomo quando non ha vie di fuga.

“Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.” Grazia Deledda

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