La prima volta che ho visto il mare

16 Aprile 2019
[Franco Meloni]

La presentazione di una pièce teatrale scritta da Gianni Loy e messa in scena da Cristina Maccioni che sarà rappresentata questa sera alle 19.30 al Teatro Massimo, sul tema delle migrazioni. (red)

Un’altra motonave, l’Alan Kurdi, della Ong tedesca Sea Eye, con a bordo 64 migranti salvati al largo di Lampedusa, è stata respinta dai porti italiani. La generosità del governo italiano non è andata oltre la disponibilità ad acconsentire lo sbarco di due madri con i propri figli e di una terza donna incinta. Ma le donne non si sono volute separare dai propri mariti. Rifiutando la gentile concessione, avrebbero dichiarato: “prima la famiglia”. Ma il Governo non si è commosso di fronte a tanta fedeltà alla tradizione; il Ministro di turno si è voltato dall’altra parte ed ha lasciato che le famiglie, unite, riprendessero a vagare alla ricerca di un porto sicuro.
Molte di quelle persone, quasi certamente, hanno visto il mare per la prima volta, ed hanno cercato di attraversarlo.
Proprio come i personaggi dello spettacolo che martedì prossimo, al Teatro Massimo alle 19,30, sarà messo in scena da Cristina Maccioni. Solo che i personaggi della pièce, scritta da Gianni Loy, non erano africani, bensì sardi Doc, nostri antenati che, nei primi decenni del secolo scorso, hanno attraversato il mare alla ricerca di un lavoro. Epoche differenti, eppure le similitudini non mancano. Sono stati minori non accompagnati, hanno mantenuto le proprie famiglie con le rimesse, hanno provato emozioni, paure, speranze.
Sopra un palco, dove la finzione è consentita, i nuovi ed i vecchi migranti intrecciano un dialogo, a distanza, eppure quasi si toccano. I nuovi migranti sono rappresentati da Maria, interpretata da Lia Careddu, che raccoglie le emozioni provocate dai nuovi vicini che si affacciano nelle vie del quartiere dove abita diretti alla mensa della Caritas. I vecchi da Giovanni, interpretato da Marco Bisi, nipote o pronipote di una generazione di emigrati sardi, emigrati con sembianze reali, che conservano dettagliate tracce autobiografiche dell’autore.
Quelle due persone, apparentemente così distanti nel tempo e nel luogo, intrecciano un fitto dialogo, confrontando, tra passione e rassegnazione, i propri orizzonti esistenziali. Si insinuano, in quel dialogo, tracce di un patrimonio di valori ed opzioni morali e civili.
Uno speacker, nel frattempo, Eleonora Giua, scandisce il susseguirsi degli avvenimenti, gli sbarchi inarrestabili, l’accoglienza, la speranza, il respingimento.
Il dialogo, a poco a poco, smussa le differenze. Il passato ed il presente, il collettivo e l’individuale riescono a trovare una sintesi.
Irrompe il canto della disperazione, accompagnato dalle musiche di Alessandro Olla, ed echeggia, riesumata, la voce di una donna, della nostra terra, che cantava e che più non canta.
Infine, il canto di quanti fuggono alla ricerca di speranza si fonde con quello di coloro che quella fuga, in altre direzioni, l’hanno intrapresa tanto tempo prima.
Gli echi, i suoni, si accavallano. Le voci, alla fine, sembrano trovare l’unisono. La soluzione non è ancora a portata di mano, ma un’idea, almeno un’emozione, perlomeno, si intravede.

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