La Sardegna raccontata dagli altri

14 Marzo 2026

[Amedeo Spagnuolo]

Ricordo con esattezza il giorno in cui comunicai ai miei amici che sarei partito per la Sardegna per motivi di lavoro.

Mi guardarono con un’espressione che si avvicinava molto a quella di una persona che ha visto un alieno e non sa se provare orrore o pena per lui. La prima affermazione fu che ero un pazzo scatenato che volontariamente andava a vivere e lavorare in una terra “pericolosa e selvaggia”. Ricordo che uno dei miei amici mi disse, mostrando la scarsa informazione che aveva sull’isola: «Ma ti rendi conto che in Sardegna è molto diffuso il fenomeno dei sequestri e potrebbero individuarti come una preda facile e farti sparire in qualche ovile in Barbagia». Insomma la fiera delle ovvietà e dei luoghi comuni. A quei tempi si pensava che qualsiasi individuo che arrivasse in Sardegna divenisse un potenziale bocconcino per l’Anonima Sequestri.

Questo chiaramente è solo l’esempio più eclatante degli stereotipi che riguardavano l’isola, ma nel nostro paese, purtroppo, i luoghi comuni trovano terreno fertile in tutte le zone d’Italia, ne so io qualcosa che sono di Napoli. È il destino di tutti quei territori del sud e delle isole del nostro paese che, dall’unità d’Italia, devono subire un duplice torto. Il primo di essere stati sfruttati come delle colonie dai piemontesi “liberatori” che ne hanno decretato anche la pauperizzazione che persiste ancora oggi, il secondo torto riguarda il fatto che questi territori e i suoi abitanti, sono stati marchiati dagli stessi sfruttatori, con una lunghissima serie di affermazioni stereotipate di matrice razzista.

Politicamente non mi colloco assolutamente nel campo dell’indipendentismo sardo e napoletano però questi territori, probabilmente, rimanendo indipendenti o trovando una soluzione diversa all’unità del paese come quella federalista, oggi vivrebbero una condizione economica sicuramente migliore. Questo è un fatto ormai condiviso da schiere di storici di grande spessore. Comunque sia, oggi, Sardegna e sud Italia, fanno parte entrambe di questo malandato paese al quale non gioverebbe oggi un processo divisivo ormai anacronistico anche se una reale attenzione del governo centrale per le condizioni socio – economiche del sud e delle isole sarebbe auspicabile visto che quello che si è fatto finora è pura propaganda.

Comunque torniamo a quello che è l’intento di queto testo ovvero cercare di dare un piccolo contributo affinché finalmente si riesca a spazzare via tutti quei luoghi comuni che negli anni hanno costruito un’immagine della Sardegna falsa e poco lusinghiera. Partiamo dal cosiddetto “turismo esotico” che è stato costruito ad arte da chi voleva fare soldi su una falsa immagine della Sardegna. Per milioni di turisti la Sardegna è un paradiso esotico: mare cristallino, paesi antichi, pastori e tradizioni. Ma per molti sardi è anche una terra di partenze, di lavoro stagionale e di paesi che lentamente si svuotano.

Insomma il turismo esotico crea un paradosso: per il turista la Sardegna è un paradiso, per chi vive nell’isola spesso è un luogo difficile in cui costruire un futuro. Un altro aspetto dell’immaginario che riguarda la Sardegna concerne gli stereotipi folkloristici che col tempo si sono sedimentati riducendo una realtà complessa come quella dell’isola a poche immagini pittoresche. Uno degli stereotipi più diffusi è quello della Sardegna come terra di pastori. Nell’immaginario esterno il sardo è spesso rappresentato come un pastore solitario.

La Barbagia è vista come una terra arcaica e quasi primitiva. Insomma la vita pastorale diventa simbolo dell’intera isola. In realtà la pastorizia è stata e resta importante, ma la Sardegna è anche città universitarie, ricerca scientifica, imprenditoria, attività artistiche e culturali. Ridurre l’isola alla figura del pastore significa semplificare una società molto più complessa. Un altro stereotipo nasce dalla storia del banditismo sardo, molto raccontato tra Ottocento e Novecento.

Nell’immaginario esterno la Sardegna viene descritta come terra di vendette e faide, i sardi come orgogliosi e ribelli alla legge. Questa immagine è stata amplificata dai giornali nazionali, dai molti libri dedicati all’argomento, dai film. Oggi questo stereotipo è profondamente anacronistico, anche se continua a influenzare la percezione dell’isola. Anche gli stupendi costumi tradizionali sardi e il folklore possono diventare un problema per la percezione della Sardegna quando questi diventano uno dei pochi modi di raccontare l’isola. In questa prospettiva la Sardegna appare come un museo folkloristico, infatti, per molti turisti la Sardegna è, fondamentalmente: feste tradizionali, costumi colorati, balli popolari. Dimenticandosi che accanto a tutto questo esistono università, movimenti culturali, arte contemporanea e dibattiti politici.

Un altro stereotipo molto diffuso è quello della Sardegna “ferma nel tempo”. Questa narrazione piace molto al turismo perché trasmette l’idea di autenticità, lentezza, tradizione. Ma rischia di nascondere la realtà contemporanea dell’isola fatta di innovazione, ricerca, problemi sociali e politici. Il problema non sono i costumi, i pastori, le feste o le antiche tradizioni. Tutto questo fa parte della Sardegna ed è una ricchezza immensa. Il problema nasce quando l’isola viene guardata solo attraverso quella lente, quando una terra viva e complessa viene trasformata in una cartolina da contemplare.

La Sardegna non è solo il luogo delle danze tradizionali o delle fotografie pittoresche. È una terra che pensa, che discute, che cambia. È fatta di studenti universitari, di lavoratori che ogni giorno affrontano le difficoltà dell’insularità, di paesi che resistono allo spopolamento, di giovani che partono e di altri che scelgono di restare. Dietro ogni costume tradizionale c’è una persona che vive nel presente. Dietro ogni festa c’è una comunità che cerca di non perdere la propria memoria. E dietro ogni paesaggio fotografato dai turisti c’è una società che prova a costruire il proprio futuro. Forse il vero compito oggi non è difendere il folklore come un oggetto da museo, ma restituire alla Sardegna la sua voce. Raccontarla non come un’isola immobile, ma come una terra che continua a interrogarsi su sé stessa, sulle proprie ferite e sulle proprie possibilità.

La Sardegna non è una scenografia. È una storia che continua. E soprattutto è un popolo che, nonostante tutto, non ha mai smesso di cercare il proprio posto nel mondo.   

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI