Le preziose parole mistiche e struggenti di Mahmud Darwish, poeta simbolo della Palestina
2 Marzo 2026
«Gaza è un’isola. Il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale.
Non spinge alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà». A scrivere queste parole preziose e ricche di significati profondi è Mahmud Darwish il poeta simbolo della Palestina nel suo ‘’Silenzio per Gaza’’ contenuto in ‘’Diario di ordinaria tristezza’’.
Poeta simbolo, nel pieno senso di questo termine talvolta usato erroneamente e con superficialità. Non, però, in questo caso in quanto Mahmud Darwish, al quale si deve anche la stesura della Dichiarazione di Indipendenza Palestinese ovvero il primo documento ufficiale dell’OLP letta da Yasser Arafat il 15 novembre del 1988 in occasione della sessione finale del diciannovesimo Consiglio Nazionale Palestinese, rappresenta concretamente un simbolo di indiscusso spessore per il popolo palestinese grazie alla sua capacità di tradurre in ogni verso scritto il dolore lacerante, la rabbia, la frustrazione e il disincanto che ogni palestinese vive quotidianamente.
Simbolo perché ogni sua parola ha simboleggiato pienamente cosa significa essere un poeta militante che ha fatto delle proprie parole e dei propri versi la propria arma per porre all’attenzione pubblica le istanze della propria gente.
A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, risalente al 2008 all’età di 67 anni, rileggere i suoi componimenti e le sue riflessioni – il tutto racchiuso in una ventina di raccolte poetiche a cui si aggiungono anche alcuni testi in prosa di rilievo – significa toccare con mano e comprendere l’angoscia di chi ha vissuto sulla propria pelle la nakba, di chi si è trovato esule senza punti di riferimento in cerca di un’identità che rischia costantemente di andare in frantumi, di chi ha compreso amaramente che vocaboli come ‘’terra’’, ”paese”, ”Stato”, non sono minimamente scontati e portano con sé sofferenze, dispiaceri e rimorsi per ciò che non è stato e che sarebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente.
Le sue sono parole mistiche, lui stesso le definisce così ne ‘’Il giocatore d’azzardo’’ dove scrive: «Alleno il cuore all’amore affinché contenga le rose e le spine», per poi soffermarsi sulla fortuna descritta come il «fabbro dei nostri destini», muovendosi con leggiadria tra concretezza e astrazione per concludere con una domanda beffarda e amaramente ironica: «Chi sono io per ingannare il nulla?».
Rispondere a questo interrogativo è terribilmente complesso, forse persino vano come tentativo in quanto il nulla sfugge a qualsiasi logica di comprensione umana. Uno spiraglio, però, davanti a questo nulla con cui giornalmente si è costretti a fare i conti lo si può trovare ed è proprio Darwish a indicare la via, ovvero quella del ricordo di cui parla in questa maniera nel suo scritto ‘’In presenza d’assenza’’. «Ricordati di te, per poter crescere, prima di tornare polvere. Ricorda ricorda ricorda le tue dieci dita e dimentica le scarpe, ricorda i lineamenti del tuo viso, e dimentica la nebbia dell’inverno, ricorda, col tuo nome, tua madre e dimentica le lettere dell’alfabeto, ricorda il tuo paese e dimentica il cielo, ricorda ricorda».
Ricordare, verbo che porta con sé infinite suggestioni, speranze, delusioni, attimi che si davano per dimenticati ma che basta un profumo improvviso o uno sguardo fugace per fare affiorare nuovamente, con un impeto e un vigore rinnovati che non lascia indifferenti. Ricordare, ebbene sì: farlo incessantemente per non cadere nel tranello dell’ignavia, ricordare per focalizzare quello che Darwish definisce «un cielo dove poter tornare».
Ricordare che «la verità ha due volti» e bisogna avere il coraggio di guardare entrambi in modo tale da non tralasciare nulla, ricordare che la barbarie non è più forte della ricerca di un confronto costruttivo e di un dialogo pacifico come rimarcato nel suo ‘’Penultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco’’ dove afferma: «I nostri nomi sono alberi di parole divine, uccelli che volteggiano più in alto dei fucili». Parole che si oppongono alla meschinità, parole per non scordare le oltre settantamila vittime palestinesi dal 7 ottobre del 2023 a oggi di cui ben 576 in questi quattro mesi di quella che è una tregua solo apparentemente, parole per continuare a resistere, parole per continuare a credere che la speranza può tramutarsi realmente in un proposito di miglioramento concreto, in qualcosa di duraturo, in qualcosa che consenta di voltare pagina.
A ricordarlo è lo stesso Darwish e mai come ora queste considerazioni racchiuse in ‘’Una pietra cananea nel Mar Morto’’ devono rappresentare una luce capace di rischiarare le tenebre più oscure. «Io sono io, e nonostante la mia sconfitta ho visto i miei giorni davanti a me luccicare come oro sui miei primi alberi, e ho visto la primavera di mia madre. Io sono io nonostante mi sia frantumato nell’aria metallica, nonostante una nuova crociata mi consegni al dio della vendetta».
Una vendetta che, però, a nulla porta se non ad aggiungere dolore al dolore pregresso provato. Una vendetta feroce che rende gli animi più cinici e le persone più distanti l’una dall’altra. Ma le distanze, nonostante tutto, possono essere colmate e per farlo basta tracciare un sentiero di versi che si fanno poesie in cui rifugiarsi. Poesie che scaldano i cuori, poesie – come rimarcato all’interno di ‘’In presenza d’assenza’’ – «scritte dal delirio dei mistici, scritte dai morti intenti a ritornare a un’infanzia che le farfalle salvano dall’invasione dell’oblio».
Poesie che invitano a non sentirsi soli e a legarsi ancora di più gli uni agli altri facendosi forza vicendevolmente, poesie che tratteggiano una nuova primavera all’insegna di nuovi inizi belli da sognare e da poter vivere finalmente in futuro, mettendosi alle spalle il tormento e il timore. Poesie che ricordano la bellezza di un gesto d’amore.







