L’identità sarda

16 Aprile 2019
[Francesco Casula]

L’Identità dei sardi – scrive Antonello Satta è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.

L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste un terroir identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini – come le piante – hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.

L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo e che a mio parere si fonda sulla comunità e sul comunitarismo, i suoi codici etici improntati sulla solidarietà, sull’ospitalità e sul dono, i valori dell’individuo/persona, incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità.

Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers Searle noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione, la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.

L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive Alberto Contu che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetrò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.

In quest’ottica – utilizzo l’affilata e pregnante prosa di Bachisio Bandinu la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare… Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. È il percorso narrativo del farsi del linguaggio… Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.

L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione e dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. Un futuro di prosperità e libertà, autogoverno e autodeterminazione.

I veri e importanti elementi di identità – scrive Salvatore Mannuzzu – che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.

Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto: si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna. Andando anche ben al di là dei confini dell’isola.

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