L’uomo che sta dietro le quinte

1 Marzo 2019
[Marco Ligas]

Solinas sarà il nuovo presidente della Sardegna ma certamente quando si presenterà sul palcoscenico rispetterà la partitura dettata da Salvini. I due andranno spesso assieme, frequenteranno i mercati, incontreranno i lavoratori delle aziende prossime alla chiusura e prometteranno interventi per sconfiggere la crisi. Visiteranno anche gli ospedali per garantire ai pazienti una totale assistenza, pubblica ma meglio privata, che è sempre più efficace.

Le prime dichiarazioni programmatiche del neo presidente la dicono lunga su quelli che saranno i capisaldi della sua politica. Ha ricordato innanzitutto che in Sardegna c’è una crisi profonda dell’edilizia che ha conseguenze drammatiche sulle condizioni di vita di tutti i lavoratori del settore. Ma non ha spiegato come il comparto possa riprendersi. Questa genericità alimenta subito un sospetto: la Sardegna ha ancora centinaia di chilometri di coste non aggredite dal cemento e dalla speculazione. Perché non colmare questo vuoto superando il divieto di edificabilità anche entro i 300 metri dal bagnasciuga imposto dalle leggi attuali? Ecco, questa non è un’ipotesi bizzarra, tanto più che la Giunta Pigliaru non ha fatto molto per accantonarla lasciando aperta la possibilità di un suo rilancio.

Ma la vittoria del centro destra in Sardegna preoccupa non solo per le scelte politiche e culturali che verranno prese e che verosimilmente saranno contrarie ai bisogni e agli interessi dei cittadini sardi. Inquieta perché mette in evidenza la debolezza delle componenti democratiche presenti nell’isola che si mostrano sempre più incapaci di offrire segnali che prefigurino un’inversione di tendenza. I diversi comparti dell’economia continuano a segnare il passo, cresce la disoccupazione, i giovani appena possono cercano lavoro altrove, i dati sulla scolarità pongono la Sardegna fra le regioni più arretrate. Al tempo stesso non vengono programmate iniziative funzionali al miglioramento di servizi importanti per la nostra isola come la sanità, i trasporti, la tutela del territorio.

È innegabile come le istituzioni del nostro paese, i governi in primo luogo, siano responsabili del degrado e del sottosviluppo in cui si trovano ancora il Mezzogiorno e le isole. Anche per queste ragioni non è sorprendente che negli ultimi anni sia nata e poi consolidata un’alleanza innaturale con la Lega, pur essendo portatrice non solo di interessi estranei ai bisogni dell’isola ma talvolta persino offensivi nei confronti di molti cittadini, ancora oggi definiti con disprezzo terroni o pastori. In realtà questa alleanza innaturale si spiega soprattutto come conseguenza della profonda trasformazione che è avvenuta nella società italiana e anche sarda. L’impoverimento di tanti lavoratori e lavoratrici, la crescita della disoccupazione e del lavoro precario, le difficoltà di accesso ai servizi più importanti hanno provocato progressivamente un isolamento degli strati sociali più colpiti dalla crisi.

All’interno di questo quadro sociale già di per sé drammatico anche l’inserimento e l’arrivo di tanti migranti ha contribuito al peggioramento delle relazioni sociali. Purtroppo è nata e si è consolidata quella che definirei una guerra tra gli ultimi e i penultimi. La presenza dei migranti (ultimi) e la loro accettazione nel nostro paese è stata presentata ripetutamente come causa dell’impoverimento degli strati sociali più deboli (penultimi). La Lega ha cavalcato questa interpretazione trovando un largo consenso anche tra le popolazioni del Mezzogiorno e della Sardegna.

La vittoria di Salvini nella nostra isola si spiega soprattutto così. Ma le dimensioni del suo successo, come già sottolineato, derivano anche dall’inconsistenza della politica del PD sardo, sempre disponibile ad accettare senza opporre alcuna resistenza le direttive del gruppo dirigente nazionale. Una considerazione a parte merita il ruolo svolto dalle formazioni minori nel corso della campagna elettorale. Nessuna, per l’esattezza quattro, ha raggiunto il quorum per garantirsi la presenza all’interno del Consiglio regionale. Nonostante il loro impegno considerevole hanno pagato il prezzo della mancata unità. Eppure una legge elettorale anticostituzionale avrebbe suggerito una presenza diversa, più ragionevole, meno caratterizzata dall’esigenza di fare da sé.
Ancora una volta è augurabile che il confronto, il dialogo e l’approfondimento dei temi prevalgano sulla tentazione di percorrere strade separate.

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