“Ma come fanno gli operai” di Loris Campetti. Realtà del lavoro operaio e orientamenti politici e culturali nell’Italia di oggi

16 ottobre 2018

Foto Roberto Pili, la grande Miniera di Serbariu

[Marco Sini]

In occasione del recente Congresso della Fiom-CGIL di Cagliari, al quale ho partecipato come ospite, nella cartella contenente i documenti congressuali ho trovato anche una gradita sorpresa: l’ultimo libro, appena uscito, di Loris Campetti “Ma come fanno gli operai”, con sottotitolo “Precarietà, solitudine, sfruttamento. Reportage da una classe fantasma” – Edizioni Manni.
Avevo letto qualche recensione del libro e mi ero ripromesso di cercarlo in libreria.

Di Campetti avevo letto altre pubblicazioni, tra le quali il libro scritto da Gianni Usai “Operai in mare aperto” al quale Loris ha concorso, oltre a numerosi suoi articoli per il Manifesto e non solo. Mi è sempre piaciuto il suo modo di scrivere, con i tratti del giornalista d’inchiesta capace di fotografare la realtà operaia per quella che è nelle sue profonde trasformazioni che negli anni ne hanno segnato la condizione, facendo parlare direttamente i soggetti interessati e ponendo e ponendosi domande e interrogativi.

Campetti con lo strumento del reportage indaga sulla condizione operaia e sugli orientamenti culturali e politici che oggi ne determinano atteggiamenti e scelte. La solitudine operaia è rappresentata dal progressivo venir meno del sentirsi parte di una classe che si prefigge obiettivi di trasformazione generale della società e dal venir meno delle appartenenze identitarie collettive. L’operaio che si sentiva parte di una classe (“non solo l’operaio comunista, ma anche quello democristiano, e erano tanti gli operai democristiani!”) oggi invece è l’ultima ruota del carro e si sente (è) marginalizzato, periferico, invisibile, precario e, soprattutto, solo. E non ha più rappresentanza politica!

L’indagine di Campetti parte dal “clamoroso crollo delle sinistre” nei luoghi simbolo di quella che fu “la classe operaia”, da Monfalcone a Torino a Sesto San Giovanni, e che ha fatto nascere il luogo comune che sbrigativamente fa dire che in quei luoghi “gli operai hanno tradito la sinistra” e da qui “per cercare di capire cosa sia successo e cosa sia cambiato nel lavoro e nella soggettività operaia ci siamo messi in viaggio attraverso il nord Italia facendo tappa nelle cattedrali di un pensiero, una speranza, quasi una religione che oggi sembrano appartenere a un passato remoto che non potrà mai più tornare a vivere, almeno in quella forma” . Campetti parla di “crollo delle sinistre” e le indica al plurale intendendo sia quella che in termini sintetici e, sicuramente, parziali, chiamiamo riformista sia quella che chiamiamo radicale.

La prima sinistra (o centro-sinistra) è quella che nelle testimonianze operaie che Campetti raccoglie ha pesanti responsabilità per l’attacco ai diritti dei lavoratori e per la loro contrazione (art.18, pensioni, jobs act, precarizzazione e arretramento delle conquiste contrattuali più in generale) e per aver assorbito e proposto linee economiche e culturali che storicamente venivano portate dalla destra o dal centrodestra. Ma anche l’altra sinistra, quella che si autodefinisce “di classe” che si è ridotta e autoridotta in termini infinitesimali, è pure bersaglio delle critiche operaie raccolte da Campetti e avvertita comunque come ininfluente.

Tutto ciò si è espresso, lo dicono apertamente gli operai intervistati, da Torino a Monfalcone, nel “voto di vendetta”, la definizione è di Marco Revelli, che porta alla guida di Torino il M5S e Chiara Appendino, perché Fassino filo-Marchionne è invotabile e Airaudo pur essendo “uno dei nostri” non garantiva la sconfitta di Fassino e non aveva alcuna possibilità. Lo stesso “voto di vendetta” a Monfalcone elegge una sindaca leghista (Anna Cisint) non solo per una scelta “politica generale” filo leghista, ma anche per la subalternità dimostrata da Pd e Rifondazione locali su temi sensibili e cruciali come la salute.

La crisi economica e della solidarietà tra lavoratori, questa determinata anche dal venir meno della speranza in una prospettiva di trasformazione della società, conduce inevitabilmente verso l’individualismo, il corporativismo e anche, purtroppo, a una guerra tra poveri che assolve padroni e chi comanda, e il nemico è magari l’immigrato che si accontenta.

Alcune testimonianze su questo piano sono emblematiche. Sull’immigrazione, Gianni operaio Fincantieri di Monfalcone dice a Loris che “nei momenti difficili diamo il peggio di noi! Solo pochi giorni fa è successo che un operaio straniero dell’appalto è salito sul pulmino Fincantieri che porta gli operai della cintura in fabbrica ma è stato costretto a scendere per le proteste degli operai nostrani”. Qualcun altro ha detto a Loris che anche operai stabili della Fincantieri di origine rumena hanno sposato la tesi “no ai clandestini, aiutiamoli a casa loro!”.

Un po’ come quel gruppo di immigrati italiani di lunga data in Germania intervistati da Gad Lerner per la trasmissione di Rai 3 “La difesa della razza” che criticano Angela Merkel perché “non ha respinto i rifugiati arabi”, o anche il fatto che alla Beretta ci siano le scritte razziste nei cessi utilizzati dagli operai! Significativo il “viaggio” di Campetti nel mondo, e nei racconti, dei soci lavoratori delle storiche Coop di produzione e lavoro emiliane che raccontano come dalla fine degli anni ’90 ai primi del ‘2000 sia avvenuta la trasformazione delle loro cooperative che passano da una pratica mutualistica integrale all’essere “prevalentemente mutualistiche” (Legge Berlusconi del 2003) e da una tradizione che le collocava in un quadro di solidarietà lavorativa e sociale- e “dentro un ben definito campo politico”- in un qualcos’altro che “non appartiene alla nostra storia” e delle altre pseudo cooperative inventate e finte come strumento di sfruttamento padronale soprattutto negli appalti e nella logistica.

Qui Campetti inserisce l’osservazione e le testimonianze dei nuovi lavori e dei giovani precari: in particolare quelli dei “gig economici” o “dei lavoretti”, come i ciclo-fattorini che al posto della busta paga percepiscono le fatture. Infine, interessante e istruttivo il viaggio di Loris dentro la Luxottica e i suoi operai; o le storie personali che raccoglie nel variegato mondo industriale di Torino: da Canio della Pininfarina a Pino, dirigente operaio storico e punto di riferimento per i lavoratori di Bertone e Maserati; a Federico, operaio 21 enne e i suoi sogni musicali, a Andrea, giovane matematico e elicotterista. E di tutti loro annota livelli salariali, orari e turni di lavoro ecc. Alla fine è tutto nero e senza una speranza, senza una prospettiva di ricostruzione e rilancio di una sinistra di trasformazione ancorata alla realtà e non ai sogni? No, l’ultimo capitolo che ha per titolo “Ci vorrebbe un Quarantotto” indica qualche spunto di riflessione.

In definitiva un bel libro, da leggere perché molto istruttivo che sul filo del racconto di viaggio, e di visita ai luoghi e alle persone in carne ed ossa, fornisce un quadro veritiero e le valutazioni politiche non sono premesse che precedono ma sono indotte da fatti e giudizi delle persone incontrate.

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