Nel mondo delle fiabe sarde con Franco Carlini

20 Giugno 2019

Foto Enrico Puddu – su mraxani sardu

[Cristina Lavinio]

Francesco (noto Franco) Carlini non è certo nuovo all’attenzione per alcuni generi della tradizione orale e popolare, che ama riscrivere creativamente: si pensi per esempio alle sue favole in versi, con animali per protagonisti, come quelle del volume Mrxani Ghiani.

Né è nuovo alla pratica della scrittura in campidanese, da lui usato anche per un romanzo, Basilissa. Lontano dall’inseguire astratte unificazioni linguistiche o ortografiche, lontano dal guardare alle invenzioni, a base fortemente logudorese, della LSU (Limba Sarda Unificada) prima, della LSC (Limba Sarda Comuna) dopo, Carlini dimostra fattivamente, da tempo, come si possa scrivere, bene e senza problemi, anche in sardo campidanese. E ricorre a una grafia internamente coerente che si stacchi il meno possibile da quella tradizionale, senza aggiungere per esempio inutili h alle cacuminali (oggi c’è chi sostiene che cuaddu ‘cavallo’, debba scriversi cuaddhu…) e continuando a usare, per esempio per scrivere cixiri o civraxiu, quella x che è tanto normale e frequente anche in tanti cognomi sardi. E nessuno da queste parti si potrebbe permettere di traslitterare in modo diverso un Maxia, un Toxiri o un Lixi…

Già nel 2011 Carlini aveva pubblicato trenta fiabe della tradizione sarda (Sa domu de s’Orcu, Edizioni della Torre), in campidanese, affiancate da traduzione in italiano e prefate da Giulio Angioni, che apprezzava l’operazione colta e insieme popolare della riscrittura dei contus de forredda antologizzati. Più di recente, nel 2018, a ideale completamento di tale raccolta, Franciscu (così si firma nella copertina del volume) Carlini ha dato alle stampe, per la Edes, altre venti fiabe, sempre in campidanese, seguite da una versione in italiano. Sa mamma de Pedru e àteras fàulas / La madre di Pietro e altre fiabe è il volume che le raccoglie, prefato da Francesco Casula, il quale si sofferma sulle preziose scelte linguistiche dell’autore anche nel riproporre parole e detti non più correnti nello stesso campidanese.

Si può qui sottolineare che, con queste sue fiabe, Carlini contribuisce a smentire il luogo comune che ha fatto a lungo ritenere brevi e poco vivaci le storie narrate nell’isola, entro un repertorio complessivamente meno ricco di quello di altre regioni italiane. Lo pensava ad esempio Italo Calvino, che inseriva solo sette fiabe sarde tra le sue duecento Fiabe italiane, in cui ben più numerose erano, in particolare, le fiabe toscane e quelle siciliane. Calvino ricavava le sue fiabe sarde soprattutto dalla raccolta di Gino Bottiglioni (Leggende e tradizioni di Sardegna, del 1922), annotava la mancanza di grandi raccolte per la Sardegna e vedeva come caratteristico dell’isola un «modo di raccontare triste, magro, senza comunicativa, e pur sempre con una lama di ironia». Certo, nel 1956, quando le fiabe di Calvino vennero pubblicate, non c’erano ancora i lavori di ricerca sulla narrativa tradizionale in Sardegna promosse da Alberto Cirese con le sue Tradizioni orali non cantate, raccolte per la Discoteca di Stato. E non c’erano ancora, per esempio, le fiabe pubblicate da Chiarella Rapallo (Il bandito pentito e altri racconti popolari sardi), da Enrica Delitala (prima con le Fiabe e leggende nelle tradizioni popolari della Sardegna, offerte in traduzione, in un italiano regionale marcato, poi con la cura delle Novelline popolari sarde dell’Ottocento, edizione dei manoscritti del Fondo Comparetti, stampati nella versione sarda, ma con traduzione a fronte), da Francesco Enna (con la sua scelta di Fiabe sarde, proposte nella sola traduzione in italiano per una collana mondadoriana di fiabe regionali). Insomma, ormai centinaia di testi rivelano quanto Calvino si sbagliasse nel rilevare la relativa povertà del repertorio fiabistico sardo, mentre coglieva nel segno nel vederne l’immancabile ironia sottotraccia. L’ironia è insita del resto, abbondantemente, negli stessi usi linguistici e comunicativi sardi: si pensi alla frequenza con cui in Sardegna, parlando alla rovescia, ricorriamo all’antifrasi dicendo, per esempio, che una cosa è piccola quando è grande o bella, come nel caso di Pittica sa domu!, detto con ammirazione per una gran bella casa. Inoltre, Calvino non sbagliava neanche nell’affermare che le fiabe, passando di bocca in bocca, ma anche dall’oralità alla scrittura e da questa rimbalzando di nuovo nel circuito orale, in una catena di trasmissione dinamica e ininterrotta, legittimano ogni narratore, sia che si esprima a voce sia che scriva, ad inserirsi in questa catena. E a giudicare l’efficacia del suo narrare saranno solo i suoi ascoltatori o i suoi lettori.

Nel caso delle fiabe di Carlini, i lettori ne apprezzeranno indubbiamente stile narrativo ed efficacia linguistica. Sono fiabe la cui origine è solo indicata tra parentesi alla fine di ognuna. La maggior parte sono di Vallermosa, paese natale dell’autore, dove a narrarle, come apprendiamo dall’esergo del volume del 2011, era la «straordinaria affabulatrice zia Catalina Porcu», scomparsa a 98 anni, che vinceva la solitudine e i guai della sua lunga vecchiaia ripetendo a se stessa le fiabe narrate a generazioni di compaesani. Ma molte delle fiabe riscritte da Carlini provengono anche da altri luoghi, come per esempio Tempio, Borore, Sassari, Nuoro. Si potrebbe essere tentati di sottolineare la dissonanza tra queste zone di provenienza dichiarate, con le loro differenti parlate locali, e il campidanese usato anche in questi casi dall’autore. In realtà, come nessuno ha mai rimproverato a Calvino di riscrivere in italiano fiabe desunte dai dialetti più diversi, usando per di più tutta la sua abilità di grande scrittore, così non si può rimproverare a Carlini di avere usato per tutte le proprie fiabe il suo campidanese, in un’operazione di scrittore che padroneggia al meglio, con grande sicurezza, cultura e vivacità, questa varietà di sardo. Viene la tentazione di approfondire il discorso, scovare le sue fonti (almeno quando siano scritte) e confrontarle sistematicamente con la riscrittura fattane, nella certezza che le differenze non stiano solo nella versione in campidanese (nel caso fossero prima in nuorese, in logudorese o in gallurese), ma anche in ristrutturazioni parziali, potature, arricchimenti o contaminazioni dei testi di partenza. Pur scrivendo, per giunta, è evidente l’intento di Carlini di recuperare comunque l’andamento tipicamente orale di racconti di questo tipo, a partire dall’incipit, che in Sardegna è «custu (o custa) fiat» – cioè ‘questo o questa (di cui si parla) era…’ – e che raramente corrisponde allo stereotipato C’era una volta. E anche la chiusa non è l’altrettanto stereotipica «e vissero felici e contenti» delle fiabe scritte, ma prevede, per esempio, che il narratore abbia assistito non visto alla festa o al banchetto finale, restando magari a bocca asciutta oppure che, essendo difficile diventare ricchi per avere davvero trovato un tesoro, apra una bottega di zironias (cioè di fruste di cuoio) e di tappi di sughero, quasi a segnalare con maggiore evidenza la linea di demarcazione tra il mondo magico-fiabesco e la dura realtà cui si torna chiudendo la storia.

In questo recente secondo volume la versione in italiano segue l’insieme delle fiabe in campidanese (mentre nel precedente, come si è detto, le affiancava). Ma, soprattutto per chi non conosca il campidanese, ciò può essere un incentivo a gustarle almeno in italiano quasi nello stesso modo, anche perché non si tratta di una traduzione letterale ma di una versione che cerca le rese equivalenti, in un italiano standard e letterario, di parole ed espressioni che difficilmente sarebbero traducibili alla lettera. Fatte le sue scelte, l’autore si muove agevolmente e con la stessa cura e coerenza da una lingua all’altra; ed è interessante osservare la traduzione di alcune particolari espressioni idiomatiche: a «in d’unu patri e fillu» Carlini fa corrispondere, in italiano, «in quattro e quattr’otto», o rende «e drìnghili sa mesu canna!» con «E dai con la solita solfa!». Sono modi di dire che sarebbero incomprensibili se resi parola per parola, così come unu credixeddu (per dire ‘un po’ di tempo’) o anche il ben più comune ponni a menti (‘dare retta’) sarebbero incomprensibili se si facesse corrispondere loro ‘un piccolo Credo’ o ‘mettere a mente’. Analogamente, passando all’italiano, Carlini omette antifrasi tipicamente sarde, come nel caso di «Ita ca no fiasta unu piscadori traballanti, tui!» che, evitando l’incomprensibilità di un calco letterale (‘cosa che non eri un pescatore laborioso, tu!’) diventa «E dire che eri un pescatore laborioso, tu!». Lo dice, rimproverando il figlio per avere lasciato il suo lavoro e seguire Gesù Cristo, la mamma di San Pietro, quella notissima donna Bisodia il cui nome nasce, nella fiaba religiosa popolare molto nota (e non solo sarda, benché riproposta da queste parti da tanti, da Antonio Gramsci fino a Giulio Angioni), dalla deformazione di un passo del latino Pater noster (dona nobis hodie). Ed è proprio questa fiaba, l’ultima della raccolta, a dare il titolo a un volume pieno di orchi (che in Sardegna vivono nei nuraghi, detti ovunque dom’e s’Orcu), fate che tessono su telai d’oro, tesori nascosti custoditi da serpenti dalle sette teste, principesse, maghi e streghe, matrigne e incantesimi. Aldilà della riconoscibilità di temi e motivi universali, reperibili a livello internazionale nelle culture più disparate, ci sono le interessanti acclimatazioni locali delle storie, con il rinvio a usi e oggetti della cultura contadina e pastorale sarda tradizionale, assieme alle parole, talvolta ormai desuete anche in sardo, che li designano. E, come in tutte le fiabe di magia degne di questo nome, la stessa lingua che veicola le storie diventa essa stessa magicamente incantevole. La finissima e gustosa scrittura di Franco Carlini esemplifica al meglio tale magia linguistica.

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