Quando crescere fa male
12 Gennaio 2026[Amedeo Spagnuolo]
Qualche mattina fa, prima di andare a scuola, come faccio da sempre, leggevo “la Repubblica”, la versione online che fresca fresca mi ritrovo ogni giorno sul mio smartphone.
Da un po’ di tempo mi capita di andare a leggere prima tutte quelle notizie che riguardano i giovani e il mondo che li circonda. Probabilmente ciò è dovuto alla mia professione di docente che mi spinge a tenermi informato sul tipo di vita che conducono i nostri ragazzi. Ho notato che questa abitudine si sta accentuando in questi ultimi anni, probabilmente a causa dell’inesorabile tempo che passa e che pone una distanza sempre più considerevole, dal punto di vista anagrafico, tra me e i miei alunni che invece, pur passando gli anni, rimangono sempre giovani.
Infatti, uno dei tanti aspetti che rende il nostro lavoro complesso e molto impegnativo, riguarda proprio il fatto che tutti noi docenti dobbiamo sforzarci di immedesimarci nella dimensione giovanile di oggi anche se la nostra gioventù è ormai trascorsa da tempo ed era molto diversa da quella di oggi. Immedesimarsi nel loro vissuto e cercare di comprenderlo piuttosto che, molto spesso, condannarlo, è l’unico modo che abbiamo a disposizione per cercare di aiutare realmente i nostri alunni a riuscire a navigare nel mare tempestoso della vita.
Dicevo, dunque, della lettura del giornale di qualche giorno fa, giornale al quale sono abbonato da anni e il primo articolo che ha attirato la mia attenzione riguardava, appunto, la dimensione giovanile. In questo caso però, purtroppo, si trattava di un argomento molto triste ovvero il dilagante fenomeno dei suicidi di ragazzi anche molto giovani che sta interessando il nostro paese. L’articolo in questione però non mi ha colpito tanto per ciò che riguarda la triste realtà dei tanti giovani che si tolgono la vita, fenomeno purtroppo conosciuto e analizzato da tempo, piuttosto ciò che mi ha colpito profondamente dell’articolo di Michele Bocci è stata la notizia di una bambina di appena nove anni che nei mesi scorsi è stata ricoverata al Bambin Gesù di Roma per tentato suicidio.
Ho smesso immediatamente di leggere e ho cominciato a scavare nella memoria per cercare di ricordarmi cosa facevo io quando avevo nove anni, quali erano i miei pensieri, le mie sofferenze, le mie gioie. Però nonostante mi sforzassi di trovare dei momenti difficili di quel periodo della mia vita, riuscivo a ricordare prevalentemente tanta curiosità e meraviglia, certo qualche momento difficile lo ricordo ancora, ma perlopiù gioia ed entusiasmo per il solo fatto di viverre.
Dunque mi sono chiesto e mi chiedo cosa è cambiato in tutti questi anni che hanno devastato la mente di tanti bambini e adolescenti inducendoli a preferire il nulla all’essere. Quando sono tornato a casa, dopo le mie ore di lezione, la domanda che mi ero posto la mattina è tornata prepotentemente a martellarmi il cervello e allora ho deciso di provare a dare qualche risposta attraverso questo articolo.
Ovviamente non sono così sprovveduto da non sapere che non è possibile individuare un’unica causa scatenante, in realtà si tratta di concause che hanno reso il problema così devastante, quindi, proprio per questo motivo, proverò a fare un elenco delle cause principali che, presumibilmente, dal mio punto di vista, sono alla base di questa aumentata volontà suicidaria. Prima però bisogna anche tenere in considerazione che alcuni decenni fa molti suicidi tra giovani e bambini venivano nascosti perché la società di allora li considerava eventi di cui vergognarsi.
Oggi, per fortuna, se ne parla di più e quindi i dati sono più accurati e di conseguenza anche le contromisure più efficaci. Però questa è solo una parte del problema e dunque non può assolutamente essere individuata come la causa principale della triste realtà dei nostri tempi. Nell’individuare le cause principali del fenomeno che si sta discutendo parto ovviamente dalla mia decennale esperienza di docente che di giovani ne ha visti tanti, oltre a questo però una ricerca seria, se pur limitata, non può fare a meno dei risultati delle tante inchieste che hanno prodotto interessanti dati che sono il frutto di studi molto seri portati avanti da eminenti studiosi.
Cominciamo col dire che oggi assistiamo a una forma di pressione psicologica molto precoce rispetto al passato. Oggi bambini e adolescenti sono costretti ad affrontare situazioni molto complesse da affrontare: aspettative elevate dal punto di vista del successo personale, delle prestazioni scolastiche, della propria presunta bellezza o bruttezza. Tutto ciò li spinge a confrontarsi ossessivamente con i loro coetanei e molto spesso giungere alla conclusione di “non essere all’altezza”. Quando io ero un bambino la nostra identità si costruiva lentamente e in maniera meno nevrotica, oggi essa viene giudicata a partire già dall’infanzia.
Questo ossessivo confronto è stato amplificato in maniera abnorme dai social che hanno aumentato tante fragilità che, probabilmente, erano già presenti. Ecco allora che tanti adolescenti navigando nel mondo virtuale si confrontano costantemente con vite idealizzate ricevendone in cambio terribili sentimenti di frustrazione. I social hanno poi contribuito in maniera determinante ad amplificare il fenomeno del bullismo, diventato cyberbullismo con le devastanti conseguenze che tutti conosciamo. Fino ad arrivare all’altra nota ossessione dei social ovvero quello della disperata ricerca di approvazione attraverso like e follower che sono diventati la misura principale con la quale i giovani cercano d’individuare il proprio valore personale. È risaputo da anni ormai che la mente degli adolescenti è particolarmente sensibile rispetto ai fenomeni di rifiuto ed esclusione.
Un’altra causa che mi sento d’individuare riguarda il triste sentimento di solitudine e la fragilità dei legami sociali che sta invadendo il mondo dei nostri giovani. Infatti, essi pur essendo sempre connessi gli uni agli altri attraverso gli smartphone, parlano tra loro sempre meno di questioni profonde, non chiedono aiuto e frequentemente vengono da famiglie sempre più stressate e frammentate. Insomma i giovani, spesso, si sentono soli anche quando non lo sono oggettivamente.
Non possiamo poi non tener conto di un altro fattore fondamentale del disagio giovanile attuale ovvero l’aver costruito una società e una cultura che sono molto meno tolleranti, rispetto al passato, all’accettazione del fallimento. La nostra società tende oggi a medicalizzare e, spesso, a drammatizzare ogni errore, dimenticando che la perfezione non appartiene alla condizione umana. Raggiungere il successo oggi viene visto quasi come un traguardo obbligatorio che sarebbe disastroso non conquistare. Accade quindi che per molti giovani una bocciatura, una qualsiasi umiliazione diventano eventi “definitivi” e non momenti di un percorso di crescita.
Un sempre maggior numero di osservazioni scientifiche ha rilevato un sostanziale aumento dei disturbi d’ansia e depressivi tra i giovani. Questo accade non perché essi siano più “deboli”, ma soprattutto perché le nostre società sono diventate troppo veloci, instabili e imprevedibili; siamo esposti in maniera ossessiva a notizie negative; in molti giovani i cicli del sonno sono stati completamente destabilizzati dalle nuove tecnologie e dai social, si dorme di meno e la qualità del sonno è peggiorata; l’educazione emotiva è carente e inadeguata e le recenti proposte del ministro Valditara, relativamente all’insegnamento di queste tematiche nella scuola, sono del tutto insufficienti.
Un altro aspetto che ha influenzato non poco l’inquietante crescita del fenomeno dei suicidi giovanili riguarda la drastica riduzione di quelli che una volta venivano definiti “fattori protettivi” e che ora stanno lentamente svanendo. In passato, infatti, erano molto più solide: le comunità locali, la condivisione dei rituali e il senso di appartenenza a comunità, gruppi, organizzazioni. Oggi molti giovani sono costretti a crescere e maturare senza la presenza di un “noi” forte e rassicurante al quale fare riferimento soprattutto nei momenti bui.
La mia idea, supportata ovviamente da studiosi molto più ferrati di me su questo problema, è che i giovani non scelgono di suicidarsi per un aberrante desiderio di morire bensì, quando arrivano a questa estrema decisione, lo fanno per interrompere un dolore ritenuto ormai insopportabile e senza soluzione. Infatti, i bambini e i giovani sono ancora sprovvisti di adeguati strumenti cognitivi ed emotivi necessari per riuscire a trovare il senso della propria vita e scacciare così definitivamente la terribile soluzione estrema.
“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. Friedrich Nietzsche








