Sassari si mobilita contro il genocidio in Palestina: Intervista a Dahood Jamal e Lavinia Rosa
8 Gennaio 2026
[Riccardo Ventura e Giorgia E.M. Grimaldi]
Dalla fine del 2023 il mondo assiste inerme ad una delle più grandi catastrofi umanitarie dell’età contemporanea.
Le stime ufficiali, per quanto difficoltoso sia monitorare l’effettivo andamento delle morti, parlano di oltre 70.000 decessi palestinesi, tra cui 20.000 bambini. La Striscia di Gaza ha conosciuto un lungo periodo – sostanzialmente due anni – di incessanti attacchi e di continua e inasprita occupazione del proprio territorio da parte dello Stato di Israele.
La società civile, tuttavia, non è rimasta impassibile di fronte alle notizie delle atrocità in Palestina riportate dalle organizzazioni internazionali e dai report delle associazioni umanitarie, mobilitandosi in gruppi locali col fine di manifestare e sensibilizzare la popolazione. Per questo motivo, in questo articolo presenteremo delle interviste da noi realizzate a due esponenti di associazioni territoriali che si sono messe in moto con quest’obiettivo.
Abbiamo avuto la fortuna di poter intervistare Dahood Jamal, membro della sezione sarda dell’organizzazione “Giovani Palestinesi”, ragazzo palestinese nato all’interno dei territori occupati da Israele e trasferitosi a Sassari. E abbiamo potuto rivolgere le nostre domande a Lavinia Rosa, referente di “Ponti non muri”, associazione nata ufficialmente a Sassari nel 2006. Abbiamo dialogato a fondo con entrambi, e di seguito riporteremo i contenuti salienti delle interviste.
In questo periodo, in cui “sostegno” non è più solo un concetto astratto ma una necessità reale, crediamo sia interessante raccontare qualcosa in più su realtà che si impegnano ogni giorno nel sociale. Da quanto tempo le vostre associazioni e voi operate sul territorio? E come ha risposto la città di Sassari?
Dahood: Non saprei indicare una data precisissima, ma l’associazione nazionale dei Giovani Palestinesi è attiva almeno dal 2018-2019. Quando l’ho scoperta, era già un gruppo molto solido, numeroso e ben strutturato, sia online — con una base di circa 160.000 follower su Instagram — sia sul territorio. Proprio per questo non avrei mai immaginato di potervi prendere parte o addirittura aprire un nodo sardo. E invece sì: la possibilità c’era eccome. Anche a Sassari i Giovani Palestinesi sono nati grazie alla spinta di ragazzi e ragazze palestinesi che si sono riuniti localmente. Oggi ci sono anche militanti locali che collaborano con noi, ma l’associazione resta fondata per dare un punto di vista oggettivo attraverso le voci dei diretti interessati. Come nodo territoriale siamo nati nel 2023, poco dopo l’inizio della guerra. Sassari — e la Sardegna in generale — è un luogo fantastico, soprattutto per quanto riguarda le persone. Ma l’ostilità verso l’attivismo esiste ovunque: chi si mobilita è sempre una minoranza, in tutto il mondo. Per questo raggiungere numeri grandi di partecipanti non è mai semplice. Detto ciò, credo che in questi due anni il numero di persone, presenti in piazza ogni volta, sia raddoppiato o triplicato: all’inizio eravamo circa trenta, oggi siamo di poco sotto i cento. Le grandi ondate si verificano soprattutto quando un tema diventa virale sui media, come nel caso della Global Sumud Flotilla; in quei momenti arrivano anche migliaia di persone. Ma questo significa che molte presenze dipendono dalla viralità del momento, non da un coinvolgimento profondo. Comunque, rispetto all’inizio, il gruppo di persone realmente coinvolte è cresciuto molto.
Lavinia: La nostra associazione “Ponti non muri” è nata ufficialmente nel gennaio 2006, anche se era già attiva dal 2000, anno in cui alcuni di noi si sono recati per la prima volta in Palestina per motivi lavorativi. Una volta lì abbiamo visto con i nostri occhi quello che stava accadendo — parliamo di 25 anni fa — e, pur trattandosi di una situazione diversa rispetto a quella attuale, era già evidente che il progetto sionista stava avanzando in maniera decisa. Siamo tornati con la consapevolezza che non potevamo restare in silenzio. Avevamo anche ricevuto richieste di aiuto: da suor Maria Mastinu, una suora sarda di Milis che lavorava in un orfanotrofio di Betlemme, e da persone incontrate durante il viaggio che ci avevano raccontato la loro vita quotidiana sotto occupazione. Anche per noi si trattava di una scoperta: conoscevamo Betlemme come luogo religioso, ma non avevamo idea del contesto territoriale e politico. Durante il viaggio di ritorno abbiamo iniziato a documentarci leggendo guide e materiali informativi. La prima iniziativa è stata raccogliere fondi per sostenere l’orfanotrofio e fare informazione sul territorio. Sassari ci ha accolto molto bene, anche se nelle prime uscite molte persone rimanevano a bocca aperta, a causa della propaganda sionista — un discorso complesso, perché si tratta di una narrazione profondamente radicata, che spesso confonde e che è difficile da smontare. Oggi siamo diventati un punto di riferimento sul tema palestinese almeno nel nord Sardegna. Nel sud operano altre realtà come Sardegna Palestina, composta in gran parte da palestinesi e da italiani, mentre da noi avviene l’inverso: siamo perlopiù italiani con la presenza di alcuni palestinesi.
Hai parlato di propaganda sionista: come si ramifica, quando ha avuto inizio e in cosa la possiamo ritrovare?
Lavinia: Il progetto sionista ha origine alla fine dell’Ottocento. Non c’è nulla di casuale in ciò che osserviamo oggi. Molti Stati europei, sentendosi responsabili per l’Olocausto, portano ancora un forte senso di colpa, e su questo i sionisti fanno leva. Esistono lobby sioniste molto influenti in America — sia in quella del Sud, sia negli Stati Uniti. Sono lobby ricche, con grande peso politico e mediatico. Le loro risorse permettono di mantenere e alimentare una propaganda continua. È un dato di fatto che molte televisioni e giornali sono diretti o influenzati da figure vicine a queste lobby, e questo contribuisce a un’informazione sbilanciata. Anche durante l’ultimo genocidio a Gaza i media hanno svolto un ruolo centrale nel non garantire un’adeguata copertura della sofferenza palestinese, riservando invece protezione mediatica alla parte più forte, quella responsabile delle violenze.
Quali sono state, nella tua esperienza personale e in quella dell’associazione, le principali difficoltà?
Lavinia: Siamo sempre riusciti a essere ben accolti, ma qualche difficoltà c’è stata. Entrare nelle scuole per parlare di Palestina non è sempre semplice: a volte entriamo per parlare di sport o parità di genere, ma inevitabilmente emergono collegamenti con la situazione palestinese. Un esempio significativo è quello della calciatrice palestinese Natali Shaheen, che vive a Sassari, vincitrice del premio Sport e Diritti di Amnesty International 2023. Ha scritto un libro intitolato Un calcio ai pregiudizi – dalla Palestina alla Sardegna dribblando ogni ostacolo. È importante portarla nelle scuole per raccontare sia gli ostacoli affrontati come donna nella sua società, sia quelli causati dall’occupazione. In alcune scuole è stata accolta con entusiasmo, in altre la sua presenza ha generato resistenze. Una difficoltà più evidente l’abbiamo avuta per la presentazione di un libro sul sionismo: una sala già concessa ci è stata revocata la sera prima dell’evento, perché i proprietari ritenevano il contenuto “antisemita”. In realtà non c’era nulla di antisemita e fu verificato anche da rappresentanti della comunità ebraica in Sardegna, inviati a posta. Per quanto riguarda i viaggi in Palestina, abbiamo affrontato i controlli che subiscono tutti — non particolarmente mirati verso di noi — e possiamo dire di aver sempre lavorato bene.
Dahood: Per rispondere devo partire da un punto più generale: come veniamo percepiti noi palestinesi, già da prima della guerra. Quando mi sono trasferito in Italia, ogni volta che dicevo di essere palestinese dovevo giustificare il fatto di non essere un terrorista. In Sardegna questo mi è capitato meno che altrove, ma è comunque successo. Lo stesso valeva quando dicevo di essere musulmano: dovevo continuamente precisare di non essere “come quei musulmani fanatici”. Era un continuo difendermi da pregiudizi. Poi è iniziata la guerra, e la giustificazione è diventata: “siccome sei palestinese allora sostieni Hamas”. Tutto ciò non ha alcuna base reale, ma dovevo comunque difendermi. Questo significa che noi non partiamo da zero, ma da sotto zero. Dobbiamo prima risalire fino allo zero per ottenere rispetto. La difficoltà principale è stata dunque combattere una propaganda costruita in quasi ottant’anni. In questo, i gruppi locali ci hanno aiutato moltissimo: associazioni come Sa domo de Totus ci hanno dato voce quando pensavamo che nessuno ci avrebbe ascoltato. Prima nessuno voleva davvero sentire la nostra versione dei fatti.
È una situazione paradossale: siete vittime da 77 anni, ma siete costretti a giustificarvi come se i carnefici foste voi.
Dahood: È vero, ed è persino peggio. Faccio un esempio semplice: se io ti do un pugno, l’aggressione finisce lì. Tu puoi denunciarmi. Ma se tu torni a casa, prendi una pistola e mi spari, nessun giudice direbbe che hai agito per difesa. Con Israele accade proprio questo: l’attacco iniziale è terminato, ma loro rispondono con un secondo attacco che non ha nulla a che vedere con la difesa. E secondo il diritto internazionale, la “autodifesa” è valida solo entro i confini del ’67. Andare a Gaza e attaccare la popolazione non è difesa: è aggressione. Spiegare questa logica elementare alle persone è difficilissimo.
Quali azioni concrete avete compiuto o state compiendo per sostenere i palestinesi? E quali iniziative hanno avuto maggiore partecipazione?
Dahood: Le piazze più partecipate sono state quelle in coincidenza con l’attenzione sulla Global Sumud Flotilla. Quando i media nazionali danno consenso, molta più gente si muove. Le nostre principali azioni si concentrano su: boicottaggio, perché colpire l’economia obbliga i potenti a prestare attenzione; contrastare la propaganda, diffondendo notizie documentate; far arrivare la voce di Gaza, per dare speranza a chi vive sotto i bombardamenti e mostrare che non sono stati dimenticati. Io ritengo che la soluzione radicale non riguardi solo Gaza: c’è disinformazione ovunque, anche in Occidente. I media manipolano tanti temi, non solo sulla Palestina. Perciò bisogna far capire agli occidentali quanto i loro governi siano complici e quanto non rappresentino gli interessi del popolo. Il vero obiettivo è creare consapevolezza su cosa succede al livello globale, perché il mondo è instabile ovunque: Somalia, Congo, Africa intera. Alcuni paesi occidentali, e non solo (come, ad esempio, gli Emirati Arabi), portano avanti dinamiche colonialiste in Medio Oriente.
Lavinia: Durante il genocidio ci siamo dedicati soprattutto alla raccolta fondi per aiutare la popolazione di Gaza. Poiché non era possibile far entrare materialmente molto cose, abbiamo inviato i fondi a un’associazione italiana con un gruppo operativo dentro Gaza, già attiva prima del 7 ottobre. Conoscono le famiglie vulnerabili, le zone più difficili. Durante la chiusura totale siamo riusciti a finanziare delle cucine comunitarie che preparavano piatti semplici, come lenticchie, ceci, fagioli e spezie che venivano distribuiti a bambini e famiglie; l’acquisto di gasolio per far funzionare un desalinizzatore e le autobotti, permettendo la distribuzione dell’acqua; la produzione e distribuzione di 500 sandwich di falafel, che potrebbe sembrare un gesto piccolo, ma che è fondamentale quando la gente non ha nulla da mangiare. All’avvio delle attività scolastiche abbiamo fornito cancelleria per la “scuola”, che altro non era che una tenda nella quale una maestra si è prestata a fare lezione ai bambini e alle bambine. L’ultima iniziativa è stata la donazione di tute da ginnastica e giubbotti per 25 bambini orfani, rimasti senza niente dopo le alluvioni che hanno allagato le tende. Le nostre raccolte fondi sono sostenute da mostre di cartoline artistiche, vendita di spilline e donazioni spontanee durante le manifestazioni domenicali. Negli anni precedenti abbiamo sostenuto per oltre 10 anni le adozioni a distanza per l’orfanotrofio di Betlemme e abbiamo portato avanti un progetto sportivo a Gerico con una squadra di atletica leggera che abbiamo ospitato a Sassari per 4 anni di seguito. Qui i giovani palestinesi potevano finalmente allenarsi con attrezzature adeguate e lontano dalla minaccia dei soldati. Questi scambi servono anche a smontare lo stereotipo del “palestinese armato con kefiah e fucile”: la realtà è ben diversa.
C’è stata la cosiddetta tregua. Qual è la tua percezione e cosa è cambiato nei media?
Dahood: Per me la tregua è stata una grande fregatura. Penso che anche la resistenza palestinese lo sapesse e l’abbia accettata perché era la via migliore in quel momento. È stata una strategia per “sfiatare la pentola”: le proteste nel mondo stavano esplodendo, così hanno fermato
temporaneamente la guerra per calmare l’opinione pubblica, senza fermarla davvero. Infatti la guerra continua, e in molti lo avevano previsto. Il problema è che, dopo la tregua, molte persone hanno pensato: “Abbiamo fatto il nostro, stanno entrando aiuti, la guerra è quasi finita”. Nulla di tutto questo è vero. Entrano ancora pochissimi aiuti, e l’attenzione sociale è crollata. Noi Giovani Palestinesi non possiamo fermarci: sappiamo che il genocidio riprenderà. Israele sta già cercando di aprire altri fronti — in Libano o in Iran — e la tregua non è mai stata rispettata nemmeno per un giorno. Oggi molte più persone sono informate e interessate, e noto anche un cambiamento nell’atteggiamento verso l’Islam. Il problema è che molti pensano che basti dire “pace” perché tutto si risolva. Ma la pace è il risultato della giustizia: dove non c’è giustizia, non può esserci pace. Israele ha un debito enorme verso i palestinesi per ciò che ha fatto in questi anni. In Cisgiordania i coloni invadono case, avvelenano animali, picchiano contadini, impediscono di raccogliere le olive. Ci sono nuovi video ogni giorno. Ed è assurdo sentire persone dire che alcuni video sono falsi, quando è impossibile negare quello che mostrano: cosa puoi rispondere a chi rifiuta persino l’evidenza dei propri occhi? È molto difficile. Inoltre, gli israeliani sostenevano che la guerra si sarebbe fermata una volta ottenuto il ritorno degli ostaggi. Ora che sono tornati, non è cessato nulla: la tregua era solo un pretesto.
Lavinia: La tregua non è una tregua: si uccide meno intensamente, ma si continua a uccidere. Gaza è per metà sotto controllo israeliano e ciò che entra è insufficiente. Le medicine sono pochissime, i giornalisti ancora assenti. Per un periodo i media hanno aumentato l’attenzione, spinti dalla pressione della società civile, ma ora l’interesse è nuovamente crollato. I telegiornali non ne parlano quasi più. È per questo che ogni domenica continuiamo a scendere in piazza, insieme ad altre associazioni, per raccontare ciò che i media non mostrano. Anche in Cisgiordania la situazione è gravissima: due uomini disarmati sono stati uccisi mentre uscivano con le braccia alzate; i coloni continuano a bruciare case e attaccare civili.
È vero che ci sono discriminazioni verso palestinesi e arabi che vivono nei territori occupati da Israele, oppure le popolazioni vengono trattate in modo paritario?
Dahood: Parlo da palestinese che ha vissuto nei territori occupati. Faccio un esempio: ancora qui a Sassari, quando vedo passare la polizia, mi viene un’ansia automatica: abbasso lo sguardo, mi giro, cerco di non farmi notare. È un riflesso acquisito da bambino, dovuto alla consapevolezza che, se la polizia ti ferma essendo arabo, sei nei guai. Chi afferma che c’è uguaglianza non dice la verità. Vivere nei territori occupati ti fa sentire colpevole solo per la tua identità. In Palestina nessun palestinese è al sicuro: siamo tutti “in fila dal macellaio”, solo che alcuni sono più vicini e altri più lontani. Inoltre, vorrei parlare di un altro fenomeno gravissimo, poco conosciuto persino in Palestina, ossia quello del gruppo Abul Shabab: un gruppo mafioso palestinese collaborazionista, finanziato dall’IDF. Questo gruppo ha il compito di creare caos, aiutare l’esercito, fornire informazioni, uccidere persone e rubare aiuti umanitari. È un gruppo finanziato dall’esercito israeliano come potenziale sostituto di Hamas per controllare Gaza. Recentemente hanno perfino sequestrato e ucciso un giornalista. Rubano gli aiuti, li rivendono con prezzi maggiorati del 200%, e operano con copertura totale dello Stato israeliano. Gruppi simili esistono anche in Cisgiordania da almeno 10-15 anni. Sono parte di un disegno per frammentare la società palestinese, generare paura e spingere le persone a lasciare la propria terra. Nel mio paese, 60.000 abitanti, ci rifiutano persino lo status di città per limitarci. Impiantano gruppi mafiosi armati: se vuoi vendere la tua terra, sei costretto a venderla a loro o rischi di essere ucciso. Una volta che vendi loro la terra, o costruiscono basi per le loro attività criminali, oppure la rivendono allo Stato isrealiano. Questi gruppi impediscono ogni forma di resistenza popolare: quando la gente ha provato a organizzarsi per difendersi, Israele è intervenuto con elicotteri per proteggere i mafiosi, e ha arrestato gli oppositori.
La polizia non investiga, non interviene: ci sono video chiarissimi. E chi prova a denunciare — imam, attivisti, comunità — viene subito accusato di terrorismo. Non è paragonabile a Gaza, ma il fenomeno è collegato e importante da raccontare.
Avete raccolte fondi attive o progetti in corso, anche a livello nazionale?
Dahood: Al momento non abbiamo raccolte fondi attive, ma abbiamo collaborato al progetto Bloody Money for Food, realizzato più volte in Sardegna: a Sassari, Alghero, Cagliari, Nuoro e presto a Olbia. Il progetto coinvolge artisti locali che realizzano opere basate su fotografie di Gaza:le opere vengono esposte e vendute e il ricavato è interamente destinato ad aiuti umanitari.
Lavinia: Negli ultimi due anni abbiamo moltiplicato le iniziative: manifestazioni settimanali, attività culturali, film, incontri con giornalisti, presentazioni di libri. Il nostro gruppo di lettura online Leggere Palestina ha raggiunto il 33° incontro e conta 54 partecipanti. Riceviamo inviti da molte realtà, segno che cresce il desiderio di capire. Ciò che ancora manca è la partecipazione dei giovani nelle piazze. Collaboriamo con Emergency, Fermiamo la Guerra, MOS, Alisso, Amnesty International, Noi Donne 2005 e altre realtà.
A livello locale e nazionale, quali iniziative potrebbero coinvolgere più persone e spingerle a parlare di questi temi?
Dahood: Le iniziative che funzionano davvero sono quelle che mostrano risultati concreti. Per esempio: chiudere una filiale di una catena multinazionale che finanzia Israele. Un’azione del genere dà alle persone la sensazione di poter incidere sulla realtà. È difficile unire gruppi diversi in un’unica linea, ma colpire l’economia è sempre efficace. Esistono app per il BDS (ndr: Boycott, Divestment, Sanctions), che indicano quali marchi sostenere o boicottare; ma bisogna far capire che il boicottaggio non riguarda solo la Palestina. Queste catene impoveriscono l’Italia: sfruttano lavoratori e trasferiscono i profitti all’estero. I soldi non restano nell’economia locale. I politici invece si concentrano su problemi irrilevanti, ignorando il peso delle multinazionali. Dovremmo lanciare campagne come “mangia locale”, “compra locale”, “non sostenere le grandi catene”. È uno strumento potente. E poi c’è la questione dei due pesi e due misure: Russia sanzionata per l’Ucraina, Israele mai toccato nonostante i crimini evidenti.
Considerazioni finali
Dahood: Vorrei che le persone facessero ricerche serie, basate sui fatti. Non voglio imporre la nostra visione, ma invitare la gente a documentarsi. I video diffusi da Gaza, anche via Telegram, hanno aiutato molto, ma con l’avanzare dell’intelligenza artificiale sarà sempre più facile manipolare la realtà. Già in passato ci hanno provato, come con le fake news dei prigionieri decapitati da Hamas immediatamente dopo il 7 ottobre 2023. A Gaza tanti giovani documentano 24 ore su 24: basta ascoltarli. Se si prendesse la storia della Palestina, sostituendo “Israele” con “Stato B” e “Palestina” con “Stato A”, nessuno avrebbe dubbi nell’identificare lo Stato B come potenza coloniale. L’unico motivo per cui c’è resistenza ad accettarlo è che la parola “colonialismo” non si vuole associare a Israele, perché viene erroneamente associato agli ebrei invece che al progetto sionista. È fondamentale distinguere queste cose e dirle chiaramente.
Lavinia: La raccolta fondi sta andando molto bene e ci permette di sostenere concretamente le attività dentro Gaza. Siamo molto attivi sulla nostra pagina Facebook. Recentemente abbiamo ospitato il sindaco di Betlemme nel convegno “Betlemme e Sassari città della pace”, un momento fondamentale per dare voce ai palestinesi in prima persona. Invitiamo tutti a unirsi alle manifestazioni, portando pensieri, domande e idee. È essenziale dimostrare la nostra posizione e ascoltare cosa pensano i nostri rappresentanti politici. Dopo ogni manifestazione serve confronto per capire cosa possiamo fare insieme contro le ingiustizie che colpiscono Palestina, Libano e Siria.
Israele continua ad attaccare territori che non gli appartengono: entra in Libano, bombarda, arriva fino alle porte di Beirut; entra in Siria fino a Damasco; attacca le forze UNIFIL. Se qualcuno reagisce, si grida allo scandalo. È fondamentale continuare a fare informazione, parlare, scendere in piazza e mostrare che siamo un fronte unito contro le ingiustizie, ovunque esse siano.







