Stefano Benni e i suoi versi ricchi di ironia e disincanto racchiusi in ‘’Prima o poi l’amore arriva’’: l’ostinata sfida di chi non cede alle banalità

4 Aprile 2026
Stefano Benni (Foto di Rielaborazione Lucia Montanaro)

[Mattia Lasio]

Vivere è un compito delicato. Affascinante e ricco di sorprese, senza dubbio, ma complesso. Vivere pone davanti a scelte, decisioni, incombenze, responsabilità e aspettative.

Stare dietro a tutto questo rischia, letteralmente, di far diventare pazzo persino l’individuo più savio di cui si è a conoscenza o poco ci manca. A questo punto, forse, meglio osservare il tutto con ironia e disincanto traendo il meglio da ogni momento vissuto. Ironia e disincanto, due degli elementi caratterizzanti la scrittura di una penna del calibro di Stefano Benni, celebre scrittore bolognese venuto a mancare all’età di 78 anni il 9 settembre del 2025. Ironia e disincanto che traspaiono dalla sua opera in versi ‘’Prima o poi l’amore arriva’’ – pubblicata nel 1981 dalla casa editrice Feltrinelli – dove Benni, dotato di quella leggerezza calviniana che fa la differenza, pone l’accento sui molteplici aspetti, a tratti contraddittori e beffardi, di una quotidianità che capire non è certo scontato. Sono versi che vanno dritti al punto, privi di inutili orpelli e virtuosismi che appesantirebbero il flusso lirico senza aggiungere nulla, racchiusi in 74 componimenti raggruppati in sette sezioni che compongono un’opera che va in crescendo e che sa divertire e al contempo regalare attimi di grande profondità.

In ‘’Prima o poi l’amore arriva”, componimento con cui si apre la raccolta e che a essa dà il titolo, un Benni sagace e in grande spolvero si fa beffe di Fanfani e dei democristiani, ci ricorda con arguzia che «in amore bisogna saper galleggiare» e si discosta nettamente dagli indifferenti e da chi vive in maniera lasciva. I suoi strali non risparmiano, seppur con un garbo da vero gentleman, nemmeno relazioni ormai finite come traspare da ‘’L’amore passa’’ in cui ammette senza girarci troppo attorno: «scusami ho usato la nostra canzone per una nuova relazione». Malinconia e una visione della vita disillusa vengono fuori in ‘’Flipper’’ in cui si legge: «strade sempre vuote dove camminiamo come cani annusando qualche sogno non nostro». Immancabile il riferimento a Bologna, definita come «città che fuma» e che «sta in una mano». Una città dotata di un fascino intramontabile che non smette di sussurrare qualcosa di magico da tramutare in una nuova storia.

Si prosegue con ‘’Ai cagnolini’’ dove non manca una bella tirata d’orecchie a Giulio Andreotti, in ‘’Al fumo’’ ci si focalizza su sostanze come la cocaina ma anche sul consumo delle droghe leggere sempre con ironia garbata e senza mai cadere nel moralismo becero. Uno dei momenti di massima ilarità dell’opera è rappresentato da ‘’Le poesie del Papa’’ dove l’autore elogia i preti operai che «lavorano sempre e non pregano mai» e la «pecora nera che in mezzo al gregge fa le scorregge». Tra i versi più significativi spiccano quelli contro la degenerazione dell’informazione, rivolti a tutti quei giornalisti tali solo sulla carta ma, in realtà, abili approfittatori delle circostanze peggiori per ritagliarsi un attimo di vana e sporca gloria a discapito di chi vive istanti di estrema difficoltà e non è in grado di proteggersi dallo sciacallaggio mediatico. A riguardo ne ‘’Gli sposi’’ scrive: «Regimino e Velina travolti da passione fecero una bambina di nome Informazione che però appena nata era così censurata che per dire papà chiedeva già il permesso alla proprietà». La polemica verso i cronisti pronti a commettere qualsiasi meschinità pur di emergere tocca il suo picco in ‘’A un giornalista’’ dove colpiscono parole come queste: «solo sopravvivendo agli altri ti senti un poco vivo: sei un corvo fermo su una riga di giornale».

La malinconia torna a essere protagonista in ‘’Foto da Storia’’ in cui Benni ammette con molta franchezza che «siamo più tristi e non ce lo diciamo», l’amore verso la lettura è protagonista in ‘’A Roberto Roversi’’ dove afferma: «i libri parlano anche se sono chiusi beato chi sa ascoltarne l’ostinato sussurro». Non mancano domande di rilievo come: «cos’è l’umorista? Uno triste? Uno spietato? Un cinico affarista o è disperato perché non avrà mai indietro le risate che ha dato? ». Forse, una risposta soddisfacente a un interrogativo simile non c’è ma resta intatta una convinzione di cui fare tesoro, racchiusa nel componimento ‘’Il poeta”, figura questa definita con orgoglio come «una sfida alle banalità del mondo». Una sfida che vale sempre la pena affrontare. Per farlo servono carta, penna, fantasia e un pizzico di follia che consente di vedere in maniera meno cinica un mondo capace, nonostante tutto, di regalare ancora qualcosa che vale la pena proteggere e custodire.

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