Sulla povertà in Sardegna
12 Marzo 2026
[Valter Canavese]
La Fondazione di Sardegna ha ospitato il 5 marzo a Cagliari un incontro organizzato da ACLI e da IARES dal titolo “Italia della povertà, focus sulla Sardegna”.
È un morso che non molla la presa e traccia un quadro che implica azioni decisive per fronteggiarlo. Il 17% di famiglie vive in uno stato di povertà relativa rispetto al dato nazionale dell’11%. Sono sempre di più le famiglie che non riescono a trovare una soluzione rispetto al prospettarsi di spese impreviste.
La dottoressa Vania Statzu ha snocciolato dei dati preoccupanti sulla base degli elementi raccolti dall’Osservatorio sulla economia sociale e civile. Il quadro viene confermato ed esteso dal rapporto dell’organizzazione “Alleanza contro le povertà” che fa emergere come sia errato parlare di povertà che deve essere declinata come ventaglio di varie povertà e l’area delle quasi povertà si è ampliata con l’aggravante che in molte situazioni diventa irreversibile.
Se andiamo a raccogliere la testimonianza di Remo Siza, membro del Comitato Tecnico di Alleanza contro la povertà in Italia, tra gli autori del rapporto. “C’è stata una modifica profonda dei profili sociali delle persone in povertà, che oggi non colpisce solo persone disoccupate o senza dimora. Oggi il 20% ruota intorno alla povertà, anche se le statistiche ufficiali non collocano questa fascia tra i poveri”.
Il Segretario di funzione pubblica CGIL – Nicola Cabras – ha sottolineato come la condizione investa un numero sempre più grande di “insospettabili” e come sia necessario attuare delle misure che consentano la divulgazione di strumenti che aiutino le famiglie, che sostengano le richieste per il reddito di inclusione.
Istanza che la fondazione Domus De Luna, attraverso il portavoce Antonio Russo, ha già iniziato a promuovere oltre all’impegno crescente che vede coinvolta la fondazione nel fornire pasti, vestiti e assistenza sanitaria.
Le sacche di povertà in Sardegna non sembrano lontane da quelle riprodotte dal fotografo Mario Pes all’inizio del secolo scorso e presenti nella mostra a lui dedicata alla sala Search di Cagliari fino al 2 aprile.
In quelle immagini ci sono i volti di una stanchezza infinita, di una lotta impari tra lavori sottopagati ed uno stato di povertà che riduce in catene le vite degli uomini, delle donne ma anche di bambini.
Non si può dimenticare che la povertà economica trascina con sé l’abbandono scolastico e come ha ricordato Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà, come il bisogno minorile ha raggiunto nel 2024 il valore massimo almeno degli ultimi 10 anni e che la nascita di un figlio incrementa di quattro punti percentuali il rischio di povertà, con un’incidenza dell’8% tra i minori italiani e del 40% tra quelli stranieri.
La dottoressa Francesca Piras, della Direzione Politiche Sociali della Regione Sardegna, ha ribadito l’impegno nel mettere a disposizione gli strumenti per contrastare il problema attraverso il reddito di inclusione e la divulgazione sui passaggi che rendono possibile il beneficio di questo strumento.
Questo è l’oggi, ancora mascherato e taciuto da una patina di vergogna che mostra crepe profonde, ma basta voltarsi indietro di pochi anni. Nel 2009 la professoressa Aide Esu, sociologa dell’Università di Cagliari, pubblica un testo Essere poveri, sentirsi poveri, le dimensioni della povertà in Sardegna e la “costruzione sociale della povertà” è il “risultato di una interazione che segna il momento della accettazione della assistenza e il riconoscimento della condizione di povertà”. La Sardegna si porta addosso questo sacco di pietre sulla schiena con “un senso di impotenza verso le istituzioni e la società e con la vulnerabilità nei confronti delle avversità.
Questo testo ha, purtroppo, il pregio di essere attuale e di trascrivere le storie di alcune donne che nella povertà ci sono passate attraverso, con due pareti che non mollano la presa sul tuo corpo e la distanza tra povertà oggettiva e soggettiva annullata.
“Mia mamma, come ho detto, è malata e quando non ci sarà più lei io cosa faccio, io vado a chiedere aiuto perchè da sola non ce la possiamo fare e quando vado non dormo la notte prima, vado, arrivo lì e c’è tanta gente come me e mi sembra di chiedere l’elemosina”.
Di anni ne sono passati 17, di vite prese nei cingoli molte di più.







