Un ragazzo di 13 anni

28 Marzo 2026

[Luana Seddone]

Era un tranquillo mercoledì di una qualsiasi scuola in una qualsiasi provincia italiana, alle 8 del mattino un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua professoressa, indossava una maglietta che gridava vendetta.
Tutti si prodigano per salvare la donna, il ragazzo viene portato via in preda ad un delirio omicida.

Si leggono commenti, analisi, si fanno indagini e viene da chiedersi quanto chi lo circondasse avesse fatto o detto per cogliere segnali, chi lo avesse guardato, ascoltato o se fosse stato lasciato a coltivare odi e rancori senza che nessuno li avvertisse.

Sempre più difficile e faticoso costruire legami e azioni che siano orientate al benessere di chi quel benessere non lo ha o non lo può avere, difficile uscire da prassi radicate e poco produttive che a tutto sono indirizzate tranne che allo sviluppo e alla serenità.

Le riforme della scuola sono volte al risparmio e alla cura dei sistemi burocratici, per affrontare il problema delle violenze, si propone l’uso dei metal detectors, non si ha cura dell’evoluzione e non si volge il proprio interesse alle diseguaglianze sociali, ai contesti, alle inadeguatezze, alle problematiche nello sviluppo.

Gli insegnanti sono moralmente disarmati, i genitori hanno paura di chiedere aiuto e di essere considerati inadeguati, ci si conforma ad un sistema educativo permissivo dove le figure di riferimento sono online.
Il coraggio di cogliere segnali, chiedere aiuto alle figure competenti, instaurare dialoghi costruttivi tra scuola, famiglia e competenze territoriali è una fatica sisifea, altrettanto gravosa pare esserlo per quei giovani che non hanno strumenti o occasioni per affrontare e superare rabbia e aggressività, gli uni e gli altri nell’incapacità di trovare azioni e pratiche condivise, non punitive ma costruttive ed educative.

I ragazzi hanno la necessità di essere ascoltati, di dialogare, capire, di vivere in ambienti sereni, capaci di accoglierli e donare prospettive, hanno bisogno di autorevolezza ma non di autorità, non di punizioni ma di esempi positivi, di adulti seri e responsabili, sono lucidi e consapevoli nelle loro analisi, non sono compiacenti.

Le problematiche che li affliggono devono essere comprese, analizzate, non ignorate o sottovalutate, la crescita è un percorso faticoso ancor di più se ostacolata da disturbi emotivi, comportamentali o di apprendimento.

Non per caso adolescente è il participio presente del verbo latino “adolescere”, significa nutrire, il suo participio passato è “adulto”. L’adolescente è colui che si sta nutrendo, l’adulto è colui che si è nutrito e dunque dovrebbe garantire nutrimento.

Oggi assistiamo, ad un atteggiamento stigmatizzante nei confronti degli adolescenti come se venisse loro sospesa quella garanzia riservata ai soggetti in età evolutiva e venisse a loro applicata la stessa logica punitiva e repressiva che si utilizza nei confronti degli adulti.

“Il linguaggio supporta il processo di apprendimento che viene sollecitato dall’intervento degli
adulti e dai pari in situazioni di collaborazione e interazione sociale, si incrementa e permette lo sviluppo delle funzioni psichiche superiori (autonomia, riflessività, capacità di valutazione)” (Poletti, 2021).
Una comunicazione efficace crea un ponte intergenerazionale, facilita la comprensione e costruisce relazioni basate sulla fiducia.

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