Una città non si costruisce dividendo la società ma favorendo l’inclusione

28 Novembre 2025

[red]

L’articolo di Anna Cicalò, Pipinu Rubanu, Banne Sio e un gruppo di ex studenti fuori sede della Barbagia e dell’Ogliastra in risposta all’articolo di Gianni Loy pubblicato dall’Unione Sarda del 26 novembre e dal manifesto sardo il 24 novembre.

Eravamo negli anni ottanta, arrivammo a Cagliari come studenti universitari “fuori sede”. Provenivamo da percorsi ecclesiali diversi – Azione Cattolica, Scout e altre realtà – ciascuno con la propria storia, ma accomunati dal desiderio di trovare nella città una comunità in cui riconoscerci.

A Cagliari trovammo il gruppo degli universitari delle diocesi di Nuoro e dell’Ogliastra, che si riuniva regolarmente presso il Convento dei Domenicani, un luogo che svolgeva non solo una funzione formativa e spirituale, ma anche un ruolo vitale nelle attività ricreative e di volontariato.

Tra le varie iniziative, una delle più significative era il servizio presso la Mensa della Caritas, la “Mensa dei poveri”, istituita da Monsignor Giovanni Canestri, arcivescovo di Cagliari. La Mensa rappresentava un’importante risposta concreta alle crescenti necessità di persone in difficoltà, proponendosi non solo come punto di distribuzione di pasti caldi, ma anche come un luogo di accoglienza e umanità. Durante le pause pranzo, molti di noi – alcuni provenienti dal gruppo di San Domenico altri da realtà diverse – si alternavano nel servizio alla mensa, sperimentando in prima persona il valore della solidarietà.

Non abbiamo mai percepito disagio, timore o – come scrive qualcuno – “impatti negativi” sulla nostra qualità della vita, sulla formazione o sulla socialità. Al contrario: la presenza di quella struttura di accoglienza, inserita nel cuore della zona universitaria, ci ha offerto un prezioso insegnamento. Provenendo da paesi dove ancora esisteva una fitta rete di relazioni e di solidarietà spontanea, scoprimmo che in città la povertà assumeva spesso un volto più duro: quello della solitudine, rendendo tali servizi di accoglienza ancor più necessari.

Per questo facciamo fatica a credere che una Mensa Caritas o una Casa di solidarietà per persone anziane o bisognose possa in alcun modo alterare o “snaturare” la vocazione universitaria di un quartiere. Anzi: potrebbe rappresentare un’occasione formativa, umana e culturale per molti studenti che, provenendo da realtà eterogenee, possono così entrare in contatto diretto con la complessità sociale della città e con le sue fragilità più profonde.

Non si possono costruire campane di vetro per gli studenti né, d’altra parte, relegare le persone meno fortunate in ghetti invisibili. La convivenza – rispettosa, attenta e integrata – è ciò che rende una comunità davvero viva e matura.

Speravamo che le logiche ghettizzanti, che in passato avevano guidato anche alcune scelte urbanistiche a Cagliari, fossero definitivamente superate. Scelte che hanno prodotto ferite e disuguaglianze i cui effetti si percepiscono ancora oggi.

A quanto pare, però, non è così per tutti. C’è ancora chi immagina zone “di serie A”, dove la presenza dei più fragili non è gradita, e zone “di serie B”, dove invece si pensa che possano essere confinati tutti i “poveracci” della città.

Per questo auspichiamo che prevalga una riflessione seria, profonda e lungimirante capace di riconoscere che lo sviluppo di una città non si costruisce dividendo la società in classi, ma favorendo l’incontro, la solidarietà l’inclusione e il riconoscimento reciproco della dignità di ogni persona, quale che sia la sua condizione.

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI