White Savior, il colonialista buono

16 Febbraio 2020
[Fiammetta Cani]

Recenti faccende politiche in Italia, mi hanno portata a fare una riflessione in merito a come il ruolo di un movimento che chiede la modifica del decreto sicurezza, possa essere connesso con il fenomeno del white savior. Facendo una breve ricerca su Google, per capire se questa mia intuizione potesse essere sensata, se qualcuno avesse già scritto in merito, mi sono accorta che in Italia, di notizie riguardo il fenomeno del white savior, ve ne sono ben poche; non solo, non esiste un corrispettivo linguistico da poter usare sui motori di ricerca per trovare qualche articolo esaustivo.

Ma di cosa stiamo parlando? Con le parole white savior si indica il complesso delle persone bianche che vogliono aiutare le persone nere, ritenendo che il loro aiuto sia indispensabile, ancor prima di domandarsi se lo sia davvero o meno. Questo comportamento viene spesso attributo a motivazioni egoistiche da parte delle persone bianche, spinte più dall’esibizionismo, che dalla reale volontà di usare il proprio privilegio a favore delle minoranze etniche.

Perché il white savior può essere dannoso, nonostante si tratti di un aiuto concreto? Djarah Kan, cantante e scrittrice afroitaliana, ci aiuta a rispondere a questa domanda grazie a un post da lei scritto qualche mese fa sulla sua pagina Facebook: <<In molte culture africane mostrare la propria povertà è una grande vergogna. Dire di avere bisogno di aiuti economici è una grande vergogna. Non avere soldi per vestire e mandare i propri figli a scuola è una grande vergogna>>.

Non fatichiamo a richiamare alla mente le immagini mostrate dai personaggi dello spettacolo bianchi, attorniati da bambine e bambini neri; sicuramente fatichiamo a ricordare le testimonianze di chi ha ricevuto questo tipo di aiuto, per cui, ci avvaliamo ancora delle parole di Kan: <<Da piccola ricordo che mia madre, costantemente disoccupata, pur di non farci andare a scuola con vestiti dismessi preferiva riempirsi di debiti. Diceva che mai e poi mai avrebbe lasciato che un bianco guardasse alle proprie figlie nello stesso modo in cui era stata abituata ad osservare e subire il rapporto malato che si creava tra gli africani e i volontari che partivano nel Continente con l’obiettivo di “salvare l’Africa”. E a pensarla così non era solo lei ma tante sue connazionali che pur di non mettere i propri figli in una situazione di subalternità avrebbero fatto di tutto e dico letteralmente di tutto per sottrarli all’immaginario del bambino africano>>.

Un ulteriore rischio dato dall’osservare con sguardo occidentale le pratiche culturali provenienti dal resto del mondo, è quello di cadere nell’etnocentrismo creando, esattamente come scrive Kan, una condizione di subalternità. Usanze quali l’infibulazione vengono giudicate ancor prima di essere comprese. Numerose donne si sottopongono a tali procedure perché ritenute più pure e più pulite; questo risulta spesso incomprensibile e ingiustificabile, agli occhi di chi, invece, non si stranisce se una donna occidentale decide di subire un gran numero di interventi chirurgici per modificare il proprio aspetto, spesso compromettendo comunque la propria salute. In entrambe i casi, pur volendo intervenire sulla situazione per dare il proprio aiuto, sarebbe auspicabile comprendere come l’asse di oppressione costringa le donne di ogni parte del mondo a voler modificare i propri corpi, piuttosto che giudicare ciò che sentiamo, etichettandolo come retrogrado.

Solo quando ciò che è culturalmente distante da noi viene messo in discussione, il disaccordo si placa, in nome di una società che ha da sé stabilito cose sia civile e cosa no. In questo contesto nessuno si domanda se le persone che devono sottostare all’aiuto fornito a queste condizioni, si sentano umiliate, giudicate, se fosse meglio chiedere il loro parere, solo dopo, e se necessario, aiutare. Il colonizzatore non chiede il permesso, si insinua, si autoproclama salvatore, in nome della religione, in nome del benessere, del progresso, mai ammettendo che la propria posizione avvantaggiata potrebbe invece essere usata a favore delle minoranze e non, per l’ennesima volta, per alimentare il proprio ego.

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