Turchia e dintorni. Origini del nazionalismo turco

1 ottobre 2018
[Emanuela Locci]

La storia della Turchia moderna è caratterizzata, fin dalla fondazione della repubblica nel 1923, da un acceso nazionalismo. Questo suo connotato si può identificare tutt’oggi nei discorsi della classe politica turca, che nei momenti di maggiore tensione sociale o economica richiama tutti all’unità nazionale per la gloria e la potenza della Turchia. Ma come è nato il nazionalismo turco? Quello di nazionalismo è un concetto plasmato in Europa, in Francia con la rivoluzione francese. Esso è comunque entrato in contatto con la società ottomana e che ha trovato il suo massimo splendore al momento della fondazione della repubblica e della costruzione della nuova Turchia che nasceva dalle ceneri dell’Impero ottomano. I nuovi leader politici, chiamati in un momento storico crucciale a costruire ex novo una nazione, si trovarono nelle condizioni di dover unire l’eterogenea popolazione che prima si ritrovava unita sotto il vessillo imperiale, sotto un’altra bandiera: quella della Repubblica di Turchia. Un compito non facile, viste le condizioni in cui si trovava l’ex impero dopo la disfatta della Prima Guerra Mondiale, che aveva di fatto decretato la sua fine. La popolazione era in misere condizioni, a questo si aggiungeva l’ulteriore sforzo per portare avanti la guerra di Indipendenza, che comunque ebbe il pregio di stabilire in modo certo quali fossero i confini, la capacità territoriale e a decretare la sovranità della nuova nazione che si andava formando, nei confronti delle potenze straniere, che premevano per spartirsi i suoi ex possedimenti.
Quindi la classe politica dovette intraprendere un grosso lavoro di riunificazione e lo fece utilizzando in modo molto massiccio proprio il nazionalismo. Cerchiamo di capire come questo concetto astratto possa diventare concreto nella realtà e vita di tutti i giorni. Esso si sviluppò attraverso diversi canali, uno di questi fu la lingua. Con alcune disposizioni legislative si rese obbligatorio a tutti i cittadini turchi l’uso della lingua turca. Questo significava che le persone che facevano parte di alcune minoranze linguistiche non potevano utilizzare la propria madre lingua. Il carattere turco era assolutamente preminente in ogni ambito della società. E questo perché si voleva costruire un’identità nazionale forte, unica e onnipresente. L’essere turco passava per delle caratteristiche costanti: la lingua, la religione, e il territorio di appartenenza. La religione, malgrado la scelta politica di dichiarare uno stato laico, rimaneva un legante per la popolazione musulmana e nello stesso tempo una discriminante per quella parte della popolazione che musulmana non era. Basti pensare alle minoranze cristiane che furono emarginate e invitate a uniformarsi al modello turco. Molti di loro decisero di lasciare la Turchia perché ormai non si sentivano più accettati e temevano ripercussioni gravi sulle proprie comunità.
Per ciò che riguarda il territorio di appartenenza, s’innesta il discorso della consistenza geografica della nuova Turchia, in questo caso riveste un’importanza fondamentale la regione dell’Anatolia che è considerata il cuore pulsante della nuova entità statuale. Anche questa scelta era in contrapposizione con il passato imperiale che aveva i suoi punti nevralgici in città costiere come Istanbul, Salonicco e Izmir, che avevano una forte connotazione internazionale, una mescolanza di nazionalità, origini, religioni, lingue differenti, e che di questa diversità facevano la propria forza e vitalità. Con la fine dell’Impero la situazione si capovolse. La repubblica di Turchia si basava sul suo essere esclusivamente turco. Un passo probabilmente necessario per ottenere il risultato sperato: uno stato forte, unito ed indipendente. Che questo poi significasse cancellare il proprio passato era considerato un danno collaterale, neanche troppo grave, visto il vigore con cui furono stabilite le nuove regole della convivenza civile. Ma come si poteva instillare nella popolazione questa nuova visione di nazione? La propaganda dispiegata fu massiccia, e interessò tutta la popolazione, in particolare però ci si interessò ai giovani che frequentavano le scuole di ogni grado. Il governo fece pubblicare diversi libri, secondo il tipo di scuola in cui si esaltava l’elemento turco della nuova società, eliminando o sminuendo il periodo imperiale, descrivendo l’età pre-islamica come la più gloriosa, in cui si era formata la turchicità. Tutti questi insegnamenti formarono una popolazione fortemente nazionalista, che nutriva un’enorme fiducia nei suoi leader e nel partito politico a cui appartenevano, si ricorda che nel primo periodo repubblicano vigeva il regime del partito unico, che era portatore monopolistico del kemalismo, e che il kemalismo stesso era visto come panacea di tutti i mali della Turchia, sia che fossero problemi interni sia che provenissero dall’esterno. Tanto più che l’esterno era visto come un potenziale pericolo, che poteva intralciare lo sviluppo della nuova nazione, la regola era di rafforzare la Turchia dall’interno, costruirla, essere fieri di essere parte di questa costruzione, e portare avanti questa visione.
Ma cosa è rimasto oggi di questo progetto? Vedendo i recenti avvenimenti che hanno interessato la Turchia, si potrebbe ritenere che siano stati ripresi molti elementi che hanno caratterizzato gli anni Venti-Quaranta del secolo scorso. A prescindere dalla preponderanza di un partito che mira a rappresentare l’intera popolazione, da un leader che sta costruendo un vero e proprio culto della personalità, come già fece Atatürk, e che sta aggregando molti poteri nelle sue mani e in quelle dei componenti della sua famiglia o del suo entourage, non bisogna dimenticare i suoi discorsi, che richiamano all’unità nazionale, al confronto con le altre nazioni, all’atteggiamento nei confronti delle minoranze che ancora vivono in Turchia. Tutto ciò è ancora una volta riconducibile ad un forte nazionalismo. Ieri come oggi.

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