Morire di carcere

1 Dicembre 2009

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Manuela Scroccu

Questa storia è iniziata come ne iniziano tante altre. Ordinaria amministrazione in una tranquilla giornata a Palazzo di giustizia. Stefano aveva solo 31 anni ed è stato fermato, la notte tra il 15 e il 16 ottobre, nella periferia est di Roma con 20 grammi di hashish. Un giovane che aveva avuto problemi con la droga ed era stato in comunità. Si stava disintossicando, Stefano. Un percorso difficile, anche se la tua famiglia ti sta vicina, perché a volte non basta, a volte ci sono delle brusche fermate lungo la strada che porta fuori dalla tossicodipendenza. La sua storia sembra simile a quella di tanti altri. Un arresto in flagranza di reato perché trovato in possesso di una modica quantità di stupefacenti, la convalida e il processo per direttissima di fronte al giudice. L’applicazione di una misura cautelare, magari gli arresti domiciliari.  La famiglia avrebbe accolto Stefano a casa, tra le lacrime e la voglia di costruirsi una nuova vita. Stefano aveva solo 31 anni, poteva ricominciare da capo, di nuovo. Invece, qualcosa è andato storto. Questa storia non è finita come finiscono tante altre storie. E’ finita con un corpo magrissimo, seviziato, il viso tumefatto, l’orbita oculare rientrata, le fratture. E’ finita che Stefano Cucchi è morto da solo, senza aver potuto vedere i suoi familiari, nel reparto per carcerati dell’Ospedale Pertini di Roma con addosso i segni inequivocabili di un’inaudita violenza.  E’ finita con una notifica del decreto col quale il pm autorizzava l’autopsia sul corpo di Stefano. E’ così che i genitori e la sorella vengono a conoscenza della sua morte, mentre ancora attendono l‘autorizzazione per poterlo visitare. Non lo vedono da quel 16 ottobre, quando esce di casa accompagnato dai Carabinieri, in buona salute e senza segni sul viso e sul corpo. Lo rivedono il 22 ottobre, senza vita sopra un gelido tavolo dell’obitorio. Se la famiglia non avesse deciso di rendere pubbliche le foto dell’autopsia, Stefano sarebbe stato uno dei tanti morti invisibili del sistema penitenziario italiano, uno che in fondo, “se l’era cercata, perché se non fai niente non ci finisci in prigione”. Uno che “è caduto dalle scale”. Un’altra morte di carcere. Qualcuno ci ha anche provato a dire che la colpa era del morto perché era un drogato, un sieropositivo e un anoressico. Non merita neanche l’onore di una citazione il sottosegretario che ha pronunciato queste parole, apparse subito come sacrileghe di fronte alla verità gridata da quelle immagini, che non hanno lasciato dubbi sull’entità dei traumi che quel povero corpo ha dovuto subire. Un corpo martoriato che, in questa brutta storia, è l’unica certezza. Chi ha picchiato a morte Stefano Cucchi? Perché non gli sono state prestate le cure necessarie? Come può un uomo morire disidratato in un letto d’ospedale? Qualcuno ha manomesso i referti? Perché alla famiglia non sono state date informazioni circa lo stato di salute di Stefano? La storia del giovane Stefano, una storia come tante, si è trasformata nel “caso Cucchi”. Un’espressione che spesso si è accompagnata, nella storia giudiziaria del nostro paese, alle doppie verità, ai rimbalzi di responsabilità tra le istituzioni coinvolte e alle voci infamanti contro la vittima. Sui molti lati oscuri di questa vicenda spetterà alla magistratura fare luce. Non sarà facile. Ad oggi, i pubblici ministeri, Francesca Loj e Vincenzo Barba, hanno iscritto nel registro degli indagati tre agenti di polizia penitenziaria e tre medici dell’ospedale Pertini. Il reato ipotizzato per i tre agenti è quello di omicidio preterintenzionale: nel capo d’imputazione si legge “Colpendo Cucchi il 16 ottobre nelle celle di sicurezza del tribunale con calci e pugni, dopo averlo fatto cadere, ne cagionavano la morte avvenuta all’ospedale Sandro Pertini”. I tre medici, invece, sono indagati per omicidio colposo. Così sarebbe morto Stefano Cucchi, a causa dei calci e dei pugni ricevuti nel ventre del palazzo B della città giudiziaria, nelle celle di sicurezza per detenuti. Picchiato e calpestato da quei tutori dell’ordine che avevano il compito di prenderlo “in custodia”. Lasciato morire in preda a atroci dolori in un reparto d’ospedale dove, anche se riservato ai detenuti, si dovrebbe entrare per essere accuditi e curati. Nell’indifferenza  di un sistema che non aveva tempo di soffermarsi su uno dei tanti, con cui forse si era andati giù un po’pesanti. Un sistema in cui, dall’inizio del 2009, i detenuti uccisi dal “mal di carcere” sono già stati 160. Dal 2000 ad oggi si contano, invece, 1543 morti. Sono il freddo risultato statistico di una situazione ormai incancrenita fatta di sovraffollamento, di scarsità di personale e di leggi che rendono sempre più difficile l’applicazione delle misure alternative alla detenzione. Un numero impressionante, indegno di un paese che vuol dirsi ancora democratico. Il padre di Stefano, Giovanni Cucchi, ha gridato il suo dolore e il suo bisogno di verità e chiarezza. Quel volto senza vita, scavato dalle sofferenze, chiede conto della sua fine alle istituzioni, alla classe politica e all’opinione pubblica italiana. Non è più soltanto la storia di Stefano e della sua famiglia: è una vicenda che ci riguarda tutti.

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