Cosa succede in queste ore nell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria
20 Gennaio 2026
[red]
Nonostante il coprifuoco, nel Nord e nell’Est della Siria i combattimenti continuano. In particolare, sono sotto attacco le prigioni in cui sono detenuti migliaia di jihadisti dell’ISIS, catturati dalle YPG, YPJ e SDF nel corso della guerra contro il cosiddetto Califfato.
Secondo fonti sul posto, gli attacchi provengono da una molteplicità di attori: bande armate in parte legate al governo transitorio di Damasco, in parte riconducibili direttamente all’ISIS — alcune delle quali ne sfoggiano apertamente le insegne — e in parte sostenute dalla Turchia. Proprio di fabbricazione turca sarebbero gli armamenti più sofisticati utilizzati, come i droni da guerra Bayraktar, impiegati nei bombardamenti.
L’obiettivo appare chiaro: rimettere in circolazione i jihadisti dell’ISIS, non solo per schierarli contro i territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria, ma anche per tentare di far rivivere l’ideologia e le pratiche dello Stato Islamico. Dieci anni fa furono proprio le YPG-YPJ-SDF a fermare l’avanzata dell’ISIS, proteggendo non solo la Siria ma il mondo intero dal terrore jihadista. Oggi, simbolicamente, Kobanê — la città che nel 2015 segnò l’inizio della sconfitta dell’ISIS — è nuovamente circondata.
Nel frattempo, Tabqa e Deir Ezzor sono state occupate da forze legate a Damasco. A Raqqa sono in corso scontri intensi, in particolare nelle aree attorno alla prigione che ospita migliaia di detenuti ISIS. Durante la difesa della struttura si contano almeno nove caduti tra le file delle SDF-YPJ. Le forze curde hanno inoltre dichiarato di aver perso il controllo della prigione di Deir Ezzor, anch’essa contenente migliaia di jihadisti. Un elemento particolarmente grave riguarda la presenza, a soli due chilometri da quella prigione, di una base della coalizione internazionale. Fonti locali riferiscono che l’aiuto è stato richiesto, ma non è mai arrivato.
Come si è arrivati a questo punto?
Perché diversi/e rappresentanti dell’amministrazione autonoma parlano apertamente di responsabilità internazionali? Perché si parla di un piano, di un complotto e intervento esterni? Per comprenderne le ragioni è necessario ricostruire una breve cronologia degli eventi. Il 4 gennaio si è svolto a Damasco un incontro tra il comitato di dialogo dell’Amministrazione Autonoma e rappresentanti del governo siriano. Foza Yusif, membro del consiglio di co-presidenza del PYD e co-presidente del comitato, ha dichiarato in un’intervista rilasciata il 13 gennaio alla televisione Ronahî: “Su molti punti era stato raggiunto un accordo, tanto da decidere di pubblicare un comunicato congiunto. Proprio in quel momento, secondo la nostra interpretazione, c’è stato un intervento esterno che ha bloccato tutto“. Secondo Yusif, l’incontro previsto per l’8 gennaio sarebbe stato rinviato per “guadagnare tempo e preparare gli attacchi”, nonostante non vi fossero motivi politici reali per il rinvio.
Il 5 e 6 gennaio, a Parigi, si è svolto un incontro tra funzionari israeliani e siriani. Contemporaneamente, il 6 gennaio, sono iniziati gli attacchi ai quartieri curdi di Sheikh Maqsoud ed Eshrefiye ad Aleppo. Yusif osserva: “Non sappiamo cosa sia stato deciso a Parigi, ma vediamo i risultati. La tempistica non è casuale: chiaro che l’incontro di Parigi è un punto importante su cui soffermarsi, e ci sono due aspetti da analizzare. Il primo è che l’accordo tra Siria e Israele avrebbe provocato un forte malcontento tra la popolazione araba. Avevano bisogno di sviare l’attenzione e potrebbero aver attaccato adesso per questo motivo. Il secondo punto riguarda una volontà di suddivisione del territorio: sembra quasi che il Sud venga consegnato a Israele e il Nord-Est della Siria alla Turchia.”
L’8 gennaio l’incontro con Damasco non si è mai tenuto. Ancora più grave, secondo Yusif, è stata l’ambiguità delle forze internazionali: “Il loro approccio è davvero poco chiaro. Prima di questi ultimi avvenimenti avevano una posizione chiara ovvero la netta volontà di limitare ogni tipo di scontro. Infatti, ogni qualvolta che degli scontri si sono verificati, c’è stato un intervento diretto che ha portato alla conclusione degli stessi in poche ore. Ma in questo caso non è stato così. Questo dimostra l’esistenza di accordi nascosti, che vengono tenuti segreti anche alla popolazione siriana, colei che ne paga il prezzo più alto”. Alla domanda sui contatti con Stati Uniti e Francia, Yusif risponde senza mezzi termini: “Ci è stato detto: dovete consegnare tutto. Senza dialogo, senza alternative. Arrendetevi.”
Dall’occupazione di Aleppo alla mobilitazione popolare
L’11 gennaio, Sheikh Maqsoud ed Eshrefiye sono stati occupati da gruppi jihadisti. Centinaia di civili sono stati sequestrati; della loro sorte non si hanno notizie. Tra il 16 e il 17 gennaio sono iniziati gli attacchi verso Deir Hafir e Meskanie. Le SDF hanno accettato di ritirarsi, cedendo territori che prima della salita al governo di Al Sharaa erano controllati da Damasco come gesto di apertura politica e di volontà di costruzione di un percorso di pace condiviso. Nonostante ciò, durante la ritirata diversi combattenti sono stati attaccati e accerchiati. Anche sull’attuale situazione in Medioriente Yusif ha una sua chiara versione: “Non si tratta di un piano banale, per ora si stanno preparando. Si preparano alla frammentazione della Siria, a fomentare una guerra interna al popolo siriano. Vogliono inserire la Siria in una nuova fase, quella che seguirà l’evolversi della situazione in Iran o forse hanno dato un ruolo alla Turchia in questo campo e per questo c’è silenzio [sul ruolo della Turchia negli attacchi]?”
Il 18 gennaio ha iniziato a circolare online un presunto accordo in 14 punti che annunciava la resa del Nord-Est della Siria, falsamente attribuito a Mazlum Abdi. In realtà, Abdi non si trovava a Damasco; i colloqui avvenuti quel giorno coinvolgevano Al-Sharaa e Tom Barrack, rappresentante statunitense. Il 19 gennaio, Foza Yusif ha dichiarato che Damasco aveva rifiutato il cessate il fuoco e ha lanciato un appello alla mobilitazione generale. La risposta popolare è stata immediata. Giovani combattenti, madri di famiglia, donne anziane: intere comunità si stanno organizzando per difendere territori che rappresentano non solo una resistenza armata, ma un modello sociale basato su democrazia, convivenza interetnica, ecologia e liberazione della donna. Un modello che potrebbe rappresentare la soluzione pacifica ai problemi della Siria. Come ha detto Deniz Ciya nelle sue ultime parole: “Nulla è più importante che difendere la dignità del nostro popolo.”
Un conflitto che va oltre la Siria
Sul piano regionale, questi eventi si intrecciano con il fragile processo di pace in corso in Turchia, avviato dopo l’appello di Abdullah Öcalan per una “pace e società democratica”. Gli attacchi contro il Nord-Est della Siria vengono percepiti come un tentativo diretto di sabotare quel processo. Lo stesso Öcalan ha espresso forte preoccupazione per quanto sta accadendo. Oggi la guerra è tornata a devastare la Siria, con il rischio concreto di una rinascita dell’ISIS e di una destabilizzazione regionale ancora più profonda. I giochi delle potenze internazionali restano opachi. Ma una cosa è certa: i popoli del Nord e dell’Est della Siria continueranno a resistere.








