Un No per l’indipendenza della magistratura e per la Costituzione

17 Febbraio 2026

[Alfonso Gianni]

Se gli ultimi sondaggi vedono il No in netta risalita (quello di YouTrend dell’11 febbraio stima il No in vantaggio del 2,2% sul Sì, con una affluenza al voto, certamente bassa, del 46,5%), un po’ del merito va dato anche al ministro Nordio.

Ogni volta che apre bocca si capisce sempre meglio quale è la posta in gioco in questa partita. La sua esternazione in una trasmissione televisiva su La7 non lascia equivoci. Il ministro concede “generosamente” che il Pd un domani potrebbe ritornare al governo e in questo caso si ritroverebbe “ancora una volta con questa sovranità limitata dalle interferenze e dalle pressioni della magistratura”. Non è la prima volta che lo dice, peraltro, segno che ne è proprio convinto. L’obiettivo è quindi quello di rendere la “politica” zona franca, libera da presunti lacci e lacciuoli che le metterebbe una invasiva magistratura.

Ciò che è insopportabile per le destre è precisamente l’equilibrio dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – che è precisamente uno dei pilastri su cui si fonda non solo lo stato democratico ma anche quello liberale. Solo che questa destra non conosce freni. Il suo è un disegno che punta alla destrutturazione e quindi alla rottura della Repubblica costituzionale. Un piano non originale – i precedenti di Gelli come della Trilateral non vanno dimenticati – che si articola in diversi passaggi.

Il primo è stato quello dell’Autonomia differenziata. La Corte Costituzionale ha sì messo dei paletti, ma ha impedito il referendum interamente abrogativo, per quanto richiesto da un milione e trecentomila firme di cittadine e cittadini. In questo modo il più che spregiudicato Calderoli ha potuto agevolmente aggirare gli ostacoli posti e arrivare alle pre-intese con quattro regioni del Nord, segnando un punto a favore della secessione dei ricchi e della rottura dell’unità del Paese, anche se non ancora definitivo.

Il secondo passo è rappresentato dalla legge Meloni-Nordio contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il terzo, se dovesse vincere il Sì nel referendum di fine marzo, si articola a sua volta in due progetti, il premierato, il sogno non nascosto della Meloni, e una legge elettorale fintamente proporzionale ma in realtà ultramaggioritaria, dal momento che consegnerebbe alla coalizione con il solo 40% dei voti un premio di maggioranza che la porterebbe al 55%, dandole quindi una maggioranza assoluta nelle aule parlamentari quanto fittizia nel Paese.

Questo disegno, proprio perché si articola in passaggi tra loro legati, può essere spezzato se il No prevarrà nel referendum, all’opposto diventerà praticamente travolgente se dovesse vincere il Sì. Per questo è stata importante la raccolta di firme, oltre 540mila in tre settimane, e la successiva ordinanza della Cassazione (non a caso sotto il tiro della destra) che ha valorizzato la partecipazione popolare all’indizione del referendum.

Gli articoli già apparsi su Sinistra Sindacale hanno già spiegato il merito della legge. Bisogna insistere in queste settimane sia sul testo che sul contesto politico istituzionale, se si vuole raggiungere e convincere quella maggioranza di cittadine e cittadini che tutti i sondaggi ci descrivono ancora indecisi o addirittura indifferenti, spesso perché privi della necessaria conoscenza della materia. La quale è sicuramente rivestita di tecnicalità di non immediata comprensione, ma neppure indecifrabile. Anzi.

Che il cuore della legge non sia la separazione delle carriere diventa subito chiaro quando si portano i dati che dimostrano che i passaggi da giudice a pubblico ministero e viceversa sono inferiori all’1%, dal momento che su questo aspetto era già intervenuta la legislazione precedente, come la cosiddetta riforma Cartabia.

In realtà il nocciolo sta nella divisione in due del Consiglio superiore della magistratura e nella creazione di un organo come l’Alta Corte disciplinare e nello scandaloso metodo di elezione tramite il sorteggio che per la parte “laica” avviene scegliendo tra chi viene indicato da parte di un Parlamento controllato dalla destra.

Le conseguenze possono essere che tra i magistrati vengono sorteggiate figure inadatte a quel delicato compito, e tra i “laici” possono passare in tutto o in maggioranza i fedeli al governo del momento. Qui sta il vulnus all’indipendenza della magistratura che è la condizione perché essa svolga il necessario bilanciamento nei confronti degli altri poteri.

Chi ci perderebbe sarebbero i semplici cittadini. Ne abbiamo una prova in positivo: la recente iniziativa della procura di Milano che ha posto sotto amministrazione giudiziaria la società che gestisce il servizio a domicilio per Glovo, denunciando lo sfruttamento algoritmico e le forme di caporalato che cancellano diritti e condannano a bassissime retribuzioni i rider. E’ difficile pensare che una magistratura intimidita e schiacciata dal potere politico avrebbe potuto muoversi contro poteri economici così forti anche a livello internazionale.

Da Sinistra sindacale

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