Paskedda Zau: quello che resta quando una storia non viene raccontata
1 Maggio 2026
[Amedeo Spagnuolo]
Ci sono storie che non fanno rumore. Non entrano nei libri, non passano per le scuole, non si fermano nelle parole ufficiali. Restano ai margini, come certe voci che si sentono solo se ti avvicini davvero.
In Sardegna succede spesso. E ogni volta lascia una sensazione difficile da spiegare, come se qualcosa di importante fosse stato dimenticato mentre eravamo distratti. La storia di Paskedda Zau è una di quelle. I rivoltosi, il 26 aprile del 1868, guidati da Paskedda Zau, chiedevano il ripristino dell’antico sistema di gestione dei terreni. Nei giorni della rivolta fu assaltato il comune e furono bruciati i documenti di compravendita delle terre comunali ex ademprivili. Paskedda Non è solo un nome. È una presenza che si intuisce più che si conosce.
Una donna che, in un tempo che non concedeva molto, ha scelto di non piegarsi. Non lo ha fatto in modo spettacolare, non con gesti pensati per essere ricordati. Lo ha fatto perché non poteva fare altrimenti. E in questo, forse, sta tutta la forza della sua vicenda: nella sua naturalezza, nella sua necessità. Quando penso a lei, mi viene inevitabile fare un confronto con Masaniello.
Masaniello – il cui vero nome era Tommaso Aniello – non “apparteneva” a qualcuno nel senso politico o dinastico. Non era un nobile, non era un uomo di potere. Era, prima di tutto, un figlio del popolo. Un pescatore del quartiere del Mercato di Napoli che, nel 1647, diventò la voce di una città esasperata. Della gente che pagava tasse impossibili sotto il dominio spagnolo. Della folla che non aveva più spazio per sopportare. La sua forza nasceva da lì: non rappresentava un’idea astratta, ma un bisogno concreto. E proprio per questo la sua leadership fu improvvisa, intensa, quasi bruciante. In pochi giorni passò dall’essere uno tra tanti a diventare il simbolo di una rivolta.
Anche se separati da tempo, contesto e geografia, tra Masaniello e Paskedda Zau esistono punti di contatto profondi. Non evidenti a uno sguardo veloce, ma chiarissimi se si prova ad ascoltare davvero le loro storie. Entrambi nascono fuori dai centri del potere. Non sono figure costruite, ma persone che emergono da una condizione di marginalità. È proprio questa distanza dal potere a renderli credibili agli occhi della gente. Nessuno dei due sembra muoversi per un progetto politico strutturato. La ribellione non è teoria: è risposta. È il momento in cui non si può più tacere. In questo senso, le loro azioni hanno qualcosa di istintivo, quasi inevitabile. Masaniello a Napoli, Paskedda a Nuoro: entrambi diventano il punto in cui convergono rabbia, frustrazione, desiderio di giustizia.
Non parlano solo per sé stessi, ma per molti. Non sono eroi lontani. Sono figure vicine, riconoscibili. La loro forza non è nella distanza, ma nella somiglianza con chi li segue. È questo che li rende simboli: il fatto che potrebbero essere chiunque. Qui emerge la differenza più dolorosa. Masaniello è entrato nella storia ufficiale, studiato, raccontato, discusso. Paskedda Zau, invece, resta ai margini, affidata a una memoria più fragile, meno istituzionalizzata. Eppure, proprio questa differenza rende ancora più evidente ciò che hanno in comune: entrambi meritano di essere ricordati come parte viva della storia dei loro territori.
A Napoli la storia di Masaniello è ovunque. La respiri. È nei racconti, nelle rappresentazioni, nella memoria collettiva che tiene insieme una città complicata ma capace, di riconoscersi nei propri simboli. Masaniello è stato studiato, discusso, perfino contraddetto. Ma non è mai stato ignorato. Ecco, forse è proprio questo il punto: non essere ignorati. Perché Paskedda Zau, invece, rischia proprio questo. Non di essere dimenticata dopo essere stata conosciuta, ma di non essere mai davvero conosciuta. E allora non è più solo una questione storica. Diventa qualcosa di più profondo, quasi personale. Una sensazione che si conosce bene: quella di lasciare indietro i propri figli migliori, come se il riconoscimento dovesse sempre arrivare da fuori per essere considerato valido.
Viene in mente Grazia Deledda. Un Nobel. Una voce che ha attraversato il mondo. Eppure, per troppo tempo, non abbastanza nostra. Non abbastanza vissuta qui, dove è nata. Con Paskedda succede qualcosa di simile, ma ancora più silenzioso. Perché lei non ha avuto il palcoscenico internazionale, non ha avuto il tempo di diventare un nome inevitabile. È rimasta affidata alla memoria di pochi. E la memoria, se non viene nutrita, si assottiglia. In questo spazio fragile, però, c’è chi ha deciso di non dimenticare: L’associazione nuorese di “Promozione Sociale Paskedda Zau”.
Non fanno rumore neanche loro, ma fanno qualcosa di più difficile: tengono viva una storia. La raccontano, la cercano, la proteggono. Senza grandi mezzi, senza riflettori. Solo con una specie di ostinazione che somiglia molto all’amore. Ed è qui che la domanda arriva, senza bisogno di alzare la voce: dov’è la città di Nuoro? Non è una provocazione. È una richiesta semplice, quasi naturale. Perché certe storie non possono restare affidate solo alla buona volontà di pochi. Hanno bisogno di spazio, di riconoscimento, di una casa pubblica. Hanno bisogno di trovare un posto nelle strade, nei luoghi dove una comunità si racconta a sé stessa. Non si tratta di fare celebrazioni vuote.
Si tratta di scegliere cosa tenere vivo. Perché una comunità si vede anche da questo: da come tratta le sue storie più fragili, quelle che non si impongono da sole. Napoli, con Masaniello, ha fatto una scelta chiara. Ha deciso che quella storia doveva restare. Nuoro, forse, è ancora in tempo. in fondo, Masaniello e Paskedda Zau raccontano la stessa cosa: che a volte la storia non nasce nei palazzi, ma nelle crepe. E che da quelle crepe, quando la pressione diventa troppo forte, può uscire una voce capace di cambiare tutto — anche solo per un attimo.
Paskedda Zau non ha bisogno di essere trasformata in qualcosa che non è stata. Non serve mitizzarla. Basta riconoscerla. Basta smettere di lasciarla ai margini. Perché ci sono storie che, se non le prendi per mano, si perdono. E quando si perdono, non perdi solo loro. Perdi anche un pezzo di te.







