PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini
4 Agosto 2026
[Mario Fiumene]
Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.
Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”
Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.
L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:
Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie.
Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono trattati al fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.
L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.
I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.
La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.
Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.
Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.
La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.
Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.
Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.







