Siamo qualcosa che non resta
8 Agosto 2026
[Gianni Loy]
Come possiamo dimenticare che ad Auschwitz c’era la neve, e che il fumo saliva lento nei freddi giorni d’inverno? Francesco Guccini, il primo della famiglia ad aver studiato, ce lo ha ripetuto sino allo sfinimento.
E quando – seguendo le tracce di Allen Ginsberg – si è messo a cantare che Dio era morto? Si rivolgeva alla sua generazione, cioè alla nostra, quando dopo la prima infatuazione, cominciava ad annunciarsi la tempesta.
Il brano fu censurato dalla Rai, non avvertita del fatto che, dopo tre giorni Dio sarebbe risuscitato. Non un semplice finale a lieto fine per addolcire la pillola, ma la convinzione – è lui stesso a spiegarlo – che davvero la sua, nostra, generazione fosse preparata a un mondo nuovo, ad una rivolta senza armi. Peccato che non sia andata proprio così.
Abbiamo percorso, insieme, una vita intera, condiviso le sue emozioni. Forse anche pianto per la morte di un’amica che, nell’autostrada, cercava la vita.
Credo che dopo il tam tam che ha annunciato la sua morte, sul suo conto tutto sia già stato detto. Per il consenso che raccoglie anche tra quanti non condividono le sue tendenze anarcoidi e di sinistra, potrebbe persino esser proclamato santo subito. Al massimo potrebbe storcere il naso qualche comunista di vecchia scuola. Ma non credo.
A noi resta il dubbio di come ricordarlo.
Istintivamente, non lo nego, mi verrebbe in mente di doverlo ricordare com’era, di pensare che ancora viva, e che come allora sorrida, suoni e canti, o magari giochi a carte, alzando il gomito, in un’osteria fuori porta.
Ed invece, mi viene in mente il testamento, peraltro precoce, di chi di fronte all’alba magica della collina, non prova più quello che provava prima, che trova le strade piene di rabbia e di simboli di morte. Mi appare la figura di un ultraottuagenario dal passo incerto e sofferente, che si vive addosso, ma trova la forza di cantare ancora bella ciao pensando alle donne iraniane. Quindi, non ricorderò il giovane esuberante, ma il vecchio poeta dal passo incerto che mi ricorda il vecchio Parini.
Pensando, parafrasando un altro suo testo, che siamo qualcosa che non resta, e ripromettendomi di meditare ancora sul significato di quelle parole.
Infine, mi piace ricordare che Francesco Guccini è stato, e rimane, soprattutto un grande poeta, per contenuti e per forma, straordinario manipolatore di versi capace di trarre ritmo e armonia da una grande varietà di metriche, e di sugellarle con rime di rara efficacia.







