Archeologia (pubblica) di uno sterrato

1 Aprile 2023

Foto di Dietrich Steinmetz

[Alfonso Stiglitz]

Nel quartiere di Sa Duchessa – La Vega di Cagliari esiste un luogo noto a tutti come ‘lo sterrato’. Nome significativo ed evocativo di uno spazio brullo, un tempo solo terra e roccia, oggi sede di parcheggio selvaggio, anche se è richiesta una certa abilità da pilota da rally e amici meccanici.

Come di consueto nella nostra città è sede di discariche. È anche, però, luogo del ricordo di giochi e di passeggio con cane, nonché un balcone che permette al quartiere di guardare oltre le case verso un orizzonte più aperto, dai campi del Centro Universitario Sportivo sino al Castello di San Michele. Uno spazio libero per gli abitanti del quartiere e, perciò, scandaloso.

Il ‘caso studio’ all’attenzione in questi giorni è per certi versi un ‘cold case’ (lo so che è inglese, ma è una citazione) che si sta trasformando rapidamente in un caso vivo e vegeto perché la Pubblica Amministrazione – oggi l’Ente regionale per il diritto allo studio universitario (Ersu) – torna, come emulatore, sul luogo del misfatto, Sa Duchessa, sessantasette anni dopo il primo delitto, come nel più classico dei libri gialli.

Improvvisamente e improvvidamente, infatti, si è deciso che uno spazio così vuoto, così nudo, così privo di parole urlate, dovesse essere nobilitato non con la restituzione alla sua origine naturale, ultimo frammento di un colle martoriato, ma con la costruzione un palazzo di otto piani, di cui tre interrati, destinati a parcheggi a pagamento. La decisione è stata presa quatta quatta, senza che chi ci abita sia stato interpellato o informato e coinvolto ma, semplicemente, con un emendamento a una legge Regionale e con un rendering che ci fa vedere quanto sarebbe bello da vedere il nuovo palazzo: vuoi mettere con la vista del rudere di un vecchio castello? Il tutto all’insaputa del Consiglio Comunale che, in realtà, aveva espresso unanimemente le proprie perplessità.

E, qui, entra in azione l’archeologia. Che c’entra vi chiederete?

Nell’agosto del 1956 «[alcuni sepolcri] furono rinvenuti, casualmente, nell’eseguire gli scavi di fondazione del costruendo edifizio universitario della Casa dello Studente […]. Lo sterro delle tombe fu sorvegliato saltuariamente da un addetto della Soprintendenza alle Antichità della Sardegna, ma non fu effettuato un preciso rilievo scientifico né della postura né della forma esatta delle sepolture, né della situazione degli oggetti in esse contenuti». Così scriveva Giovanni Lilliu nel 1960 pubblicando i risultati dello ‘sterro’. E continua: «dai resti del sepolcreto incontrato e devastato nel corso dei lavori di palificazione, si può indurre l’esistenza di non meno di una dozzina di fosse; ma il numero è da ritenersi assai maggiore perché lo scavo non fu esteso alle zone di terra comprese tra le trincee di fondazione e al di fuori dell’area tracciata per la costruenda ala dell’edificio universitario, zone che si possono presumere non prive di tombe». Lo ‘sterro’ e la ‘saltuaria sorveglianza’ furono talmente efficaci che il professore, indotto dalle vaghe informazioni giuntegli, pubblicò le tombe come semplici fosse e non come ipogei scavati nella roccia con pozzo verticale e camere alla base, come realmente erano.

Era stata trovata (e persa), in sostanza, la più vasta e importante necropoli a grotticelle artificiali dell’isola, appartenente a una cultura del III millennio prima della nostra Era, la ‘Cultura di Monte Claro’. Una Cultura particolarmente complessa che, probabilmente, ha nel suo essere alcuni elementi che poi troveranno piena estrinsecazione in quella nuragica del millennio successivo.

Il nome di ‘Cultura Monte Claro’ deriva dalla vicina collina omonima separata dalla regione di Sa Duchessa – in sostanza le pendici del Monte della Pace – da una valle allungata oggi percorsa dalle vie Campania e Liguria. Qui, alle falde del colle di Monte Claro, nel 1905, i «lavori di spianamento di un tratto della pendice orientale della collina detta di Villa Claro […] per erigervi il nuovo fabbricato per il Manicomio provinciale, condussero alla scoperta di una tomba con materiale preistorico interessante […] sfortunatamente l’annunzio della scoperta venne dato troppo tardi, perché oltre al materiale potessero aversi sul posto tutte le notizie necessarie e sulla forma del deposito e della tomba e sulla disposizione del materiale. […] secondo le notizie fornite dagli assistenti dell’impresa, la tomba avrebbe l’aspetto di un forno, scavato nella roccia tenera, con un pozzetto d’accesso», così scriveva Antonio Taramelli. Anche in questo caso, quindi, l’unica cosa che ci resta è una parte del materiale di corredo.

Non è finita, passa il tempo e nel settembre del 1965, meno di dieci anni dalla scoperta della Casa dello Studente, durante dei lavori svolti in via Basilicata per la realizzazione di sottoservizi della Scuola di San Vincenzo, vennero intercettate altre quattro tombe, sempre a pozzo e grotticella artificiale. «Grazie alla gentilezza e alla sensibilità dell’impresa Costruzioni Morelli è stato possibile effettuare prontamente lo scavo di almeno una delle tombe [dotata di tre camere], di quella forse più danneggiata dalle pale dell’escavatrice meccanica», così relaziona Enrico Atzeni. Di queste tombe niente sappiamo più. Non bastasse, una decina di anni dopo, nel costruire l’ultimo palazzo di via Trentino, dove finisce lo ‘sterrato’, le pale meccaniche distrussero l’ennesima tomba a pozzo con camera/e, della quale ci restano poche foto di una deposizione, un inumato in posizione prona, scattate sempre da Enrico Atzeni, avvertito a danno fatto.

Il villaggio di riferimento di quei poveri morti era situato un po’ più in alto sulle balze del Monte della Pace, ma ormai pressoché illeggibile, demolito in buona parte dalla costruzione della Facoltà di Lettere (absit iniura verbis: per le ‘lettere’ intendo).

Aggiungiamo che in quegli anni sono stati realizzati, tra le tombe di Via Basilicata e quelle della Casa dello Studente, gli edifici di alcune scuole pubbliche (Mereu e Collodi) e il corpo aggiunto della Facoltà, ma niente sappiamo, né abbiamo potuto godere, come aveva fatto Taramelli (e Lilliu e Atzeni più di cinquant’anni dopo), della «deferenza della ditta assuntrice dei lavori».

Questa (triste) storia ci richiama alle nostre responsabilità di archeologi, di amministratori pubblici e di cittadini per non avere impedito in quasi settant’anni la scomparsa (non totale) di uno dei principali siti archeologici della preistoria sarda, per indifferenza, ignavia o non conoscenza.

Però, la (triste) storia non deve essere un malinconico sguardo al passato, a un destino cinico e baro; al contrario deve stimolare la capacità di reagire e ci sono le condizioni per farlo. In primo luogo, oggi, lo ‘sterrato’ è stato indicato dalla Soprintendenza archeologica come area ad alto rischio archeologico, quindi niente si muoverà senza indagini scientifiche preliminari e questo ci rassicura, entro certi limiti, sull’aspetto archeologico, ma non sul resto. Il problema non è meramente urbanistico-amministrativo ma è, soprattutto, il diritto-dovere di una Comunità, quella che abita in quel quartiere, di essere partecipe delle sorti del luogo. Per questo il Comitato spontaneo di quartiere, che si è formato da anni, sta tenendo desta l’attenzione e reclama la partecipazione alle scelte; iniziative alle quali hanno preso parte studenti universitari, teorici destinatari del palazzo dell’ERSU, che rifiutano di diventare lo strumento di fantasie edilizie annunciate.

Le persone di questa straordinaria cultura (la Cultura di Monte Claro) meritano di ritrovare il posto che spetta loro nella nostra storia; le possibilità ci sono, gli spazi ancora liberi sono lì a raccontarcelo. Per questo, per noi archeologi/ghe è una straordinaria esperienza di «Archeologia pubblica» che vede come protagonista principale la comunità locale e la cittadinanza tutta, in un rovesciamento dei ruoli, nel quale la comunità è la mandante e l’esperto/a fornisce gli strumenti tecnici e scientifici necessari per le scelte alle quali partecipa. Una pedagogia dal basso, in sostanza, che richiama da vicino la quasi trentennale battaglia per Tuvixeddu. Non a caso Sa Duchessa – La Vega sono le pendici orientali del colle di Tuvixeddu – Tuvumannu/Monte della Pace. Un luogo, un destino.

Per saperne di più: https://ojs.unica.it/index.php/archeoarte/article/view/952, p. 129 (bibliografia del sito e immagini).

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