Autonomia senza eroi

16 Gennaio 2010

autonomia

Marcello Madau

Una decina d’anni fa, relatore in un convegno pubblico per le celebrazioni di Amsicora (con tanto di autorità, finanziamento regionale e appositi comitati d’onore), non riuscii a sottrarmi dal richiedere che, se il mito dell’eroe in sé non mi appassionava (pur ammettendone una sua qualche utilità ideale),  forse sarebbe stato meglio riconsiderare l’opportunità di elargire denaro pubblico per la memoria del grande latifondista di Cuglieri, supposto precursore dell’autonomia. La richiesta mi pare che debba essere rinnovata. Mentre mi accingo a scrivere su tale questione arriva in redazione, sullo stesso tema, un pezzo assai appropriato di Alfonso Stiglitz. E siccome quello che la modernità ha costruito su Amsicora continua a sembrarmi uno dei punti più discutibili della costruzione dell’identità sarda, mi pare che sia utile insistere. Fiero e orgoglioso della mia cultura, il rispetto verso di essa pretende una definizione scientificamente corretta. Poichè l’invenzione non è solo e sempre produzione di falsi, in sé assolutamente deprecabili e davvero mortali ‘per la causa’, ma anche nuova formalizzazione e scoperta creativa, vi è la necessità di ‘inventare’ un’identità sarda progressista, non violenta, storicamente fondata.
E’ in questa prospettiva che il simbolo di Amsicora non mi convince. Sfuggiti a suo tempo dalle spire della retorica patriottica e militarista di un risorgimento senza eroi, liberandoci dallo spirito nazionalista e romanocentrico inculcato sin dalle scuole elementari, troviamo – nello specchio un po’ deformato delle convenzioni simboliche in atto sulla ‘patria sarda’ –  patetiche e un po’ ridicole attrazioni verso gli stessi eroismi militareschi della retorica fascista e post-fascista, il profilo di una tradizione patriottica sarda ufficiale che sembra riflettere modi e ideologie delle classi dominanti e colonialiste.
Quanto scritto  da Alfonso Stiglitz nell’articolo di questo numero delinea in maniera egregia un profilo storico e personale del primo dei principes della Sardegna. Ampsicora (Hampsicora) era proprietario di enormi latifondi nell’agro di Cuglieri. Andò in missione a Cartagine per sollecitarne l’appoggio contro i Romani all’indomani della impressionante vittoria di Annibale a Canne.
La provenienza apre la delicata questione della sua identità.  il nome sembra di etimologia nord-africana (si confronta strettamente, ad esempio, con il fiume Ampsaga, nella Libia). Due le posizioni principali della ricerca: origine sarda o nord –africana. Nell’ipotesi dell’origine sarda si evidenzierebbero antichissime relazioni formative con il nord-Africa, precedenti alla civiltà fenicio-punica, rimandando al cosiddetto substrato linguistico protosardo.
Ma sembrano più fondate le interpretazioni che lo vedono partecipe di quei nuclei nord-africani portati in Sardegna da Cartagine a partire dal V secolo a.C., in un flusso etnico ancora presente nel II secolo a.C., come testimoniano archeologicamente le necropoli puniche e romane di Olbia.
Per chi ha bisogno di definire etnicamente i veri sardi (operazione fondamentale per la creazione di un apparato celebrativo eroico) la differenza non è di poco conto, e riporta all’altro, più sostanzioso aspetto identitario, quello della sua appartenenza sociale: nel primo caso Ampsicora sarebbe il discendente di possidenti nuragici, nel secondo un colono (molto ricco) di stirpe nord-africana. Fosse stato un post-nuragico, la conservazione per almeno quattro secoli (almeno dal VI secolo a.C. sino alla seconda guerra punica) di un patrimonio così consistente, se non addirittura il suo incremento, sarebbe potuta avvenire solo con una piena integrazione della sua linea familiare nel dominio di Cartagine. Più probabilmente, però, Hampsicora fu parte di quelle forti immissioni etniche nord-africane (in questo caso numidiche: ne è specchio la celebre frase ciceroniana “Africa ipsa parens illa Sardiniae”) operate da Cartagine al fine di massimizzare i raccolti agricoli, fondamentali per mantenere i soldati dei suoi eserciti mercenari. Operazioni dirette economicamente e politicamente sul territorio da potenti latifondisti. Cartagine era in grado di fomentare le rivolte dei sardi – soprattutto quelli delle unità produttive agricole – che mal sopportavano i pesanti tributi e le requisizioni di grano di Roma.
I Romani, conquistata nel 238 a.C. l’isola tre anni dopo la fine della Prima guerra punica, subirono una serie impressionante di rivolte, che conosciamo dalla loro necessità di formalizzarne in ‘trionfi’ le campagne militari di repressione.
Nel 236, nel 235, nel 234 a.C.e giù giù sino alla seconda guerra punica (218-215 a.C.) che vide la sconvolgente campagna annibalica attraverso le Alpi sino al meridione dello stivale. Hampsicora  resistette duramente e coinvolse le civitates indigene del Montiferru (con i celebri Sardi Pelliti diversi popoli, fra i quali quei (M)uthon(enses) che evocano linguisticamente, in modo suggestivo, i Mamuthones); ma, più che un eroe dal respiro nazionale, fu pilastro organico  della metropoli cartaginese (la Sardegna stessa, ricordiamo, era territorio metropolitano di Cartagine), e in grado di organizzare economicamente una forte resistenza.
Se non trovo in ciò nulla di particolarmente disdicevole, come sardo autonomista che spera nella liberazione del suo e degli altri popoli mondiali trovo che la sua immagine non corrisponda ai valori della mia cultura e delle battaglie democratiche per le quali mi piace spendermi. Mi attrae maggiormente la storia controversa dei Pelliti e quella, anch’essa credo da rivisitare della costante (costante?) resistenziale; la dimensione multiculturale della nostra storia, percepibile negli stessi nomi delle ‘civitates barbariae’; il tentativo scientifico di dare voce ai ceti contadini subalterni che lavorarono nelle campagne sarde sotto la direzione cartaginese: essi ogni tanto emergono con elementi di cultura materiale singolari. Senza la conoscenza di essi, che non hanno ancora, per molti studiosi, la dignità degli oggetti artistici ‘belli’ o ‘guerrieri’, la nostra identità pare davvero monca. Ma non vorrei neppure tramandare immagini di morte, suicidi, eroismi militari non rappresentativi di un popolo tuttora silenzioso, né vorrei proporre ai giovani che dovranno apprendere la storia sarda tali valori. Anche per questo farne un eroe dell’autonomia sarda mi appare, francamente, fuori luogo.

8 Commenti a “Autonomia senza eroi”

  1. Angelo Morittu scrive:

    Molto interessante questo pezzo, ma prima di rispondere in modo articolato avrei bisogno di qualche chiarimento.
    In tutto l’articolo parli di “autonomia” ma non citi una sola volta la parola “indipendenza”, da indipendentista, vorrei chiarire, ove ve ne fosse bisogno, che in politica e nello specifico sardo i due termini indicano concetti profondamente diversi, anzi antitetici.
    Non che mi esalti particolarmente l’epopea di Amsicora e Josto, ma è giusto ricordare che spesso nelle lotte di indipendenza abbiamo esempi di combattenti di diversa nazionalità che prendono a cuore le sorti di un popolo o di un altra nazione: il Che era argentino ma combatté per altre nazioni e divenne un eroe cubano, e le stesse guerre d’indipendenza italiane furono comandate dai Savoia che italiani non erano, e naturalmente nemmeno proletari.

  2. Marcello Madau scrive:

    Caro Angelo, ti ringrazio per le osservazioni, davvero utili alla discussione. Conosco la differenza fra autonomia e indipendenza, anche se non sono in grado di giurare sulla loro costante antiteticità. In quanto io ho scritto non ho avuto motivo di citare la parola indipendenza. Ma non è perché io non mi riconosca, pur rispettandola ed essendogli anche stato un po ‘di tempo fa molto vicino, nell’idea indipendentista: piuttosto Amsicora, se non mi pare adeguato a un sincero autonomismo, lo è anche di meno all’indipendentismo. Dubito che egli prendesse a cuore le sorti di un’altra nazione, e anche che i Pelliti e le civitates da lui coinvolte (magari con una sorta di coscrizione obbligatoria) esprimessero un livello di coscienza nazionale. E la logica resistenza dei latifondisti punici della Sardegna – che sono anche disposto a considerare ormai sardi – rispetto a Roma non mi pare che si esplicasse su criteri di liberazione nazionale isolana. I tuoi paragoni, assai interessanti, non mi convincono: il ‘Che’ non era cubano, ma in ogni caso un comunista internazionalista. I Savoia, per gli interessi piemontesi, avevano bisogno di una certa unificazione nazionale. Amsicora non lo percepisco, pur con le differenze di tempo e di spazio, come internazionalista né immagino che potesse anche solo pensare ad una liberazione nazionale, perché era totalmente organico a Cartagine, della quale la Sardegna era territorio metropolitano senza neppure una debole autonomia.

  3. Angelo Morittu scrive:

    Non volevo e non ho scritto che il Che era cubano, ma è innegabile che egli ormai, a torto o ragione, faccia parte dell’iconografia della rivoluzione cubana.
    Questo per dire che tanti o tutti i “miti nazionali” sono assai “manipolati”, costruiti e/o demoliti dal potere egemonico del momento e quanto meno discutibili quando si approcciano “laicamente”, Amsicora non sfugge alla regola, in ogni caso non è un gran problema.

    Tutte le nazioni tradizionalmente intese hanno bisogno di un altare dove mettere i loro “eroi”, e ciascuna mette ovviamente quello che ha, forse noi sardi non siamo abbastanza forniti dei materiali umani o sovrumani adatti e/o poco esperti sulla nostra storia, ma se diamo uno sguardo agli eroi nazionali: italiani, francesi, inglesi, scozzesi, irlandesi, svizzeri, croati, russi etc etc, siamo così sicuri che questi abbiano il pedigree in ordine?
    Proprio in questi giorni, la “nostra Patria” sta forgiando in perfetto bipartisan-style un nuovo eroe: un grande statista, vittima ed esule dal Sacro Suolo, come vedete la mamma delle bufale è sempre pregna.

    Ben vengano le critiche anche feroci verso Amsicora e tutti gli altri miti veri o fasulli dei sardi, l’importante è che non siano strumentalizzazioni contro chi oggi si spende per l’indipendenza, che è cosa ben diversa dall’autonomia +/- larga all’interno di un altro contesto statuale; com’è vero che non abbiamo bisogno di eroi è altrettanto vero che non averne non significa rinunciare alle nostre aspirazioni.

  4. Marcello Madau scrive:

    Effettivamente ben pochi pedigrees nazionali appaiono “in ordine”. Più che strumentalizzare Amsicora contro l’indipendentismo, operazione alla quale non siamo interessati, il fatto che la costruzione del nazionalismo sia inseparabile dalla creazione di miti, veri o fasulli, di altari ed eroi rappresenta un interrogativo di non poco conto. Io credo che il legame sia molto stretto. Non so se riusciremo a creare istanze di liberazione emancipate da tutto ciò, ma mi sembra utile lavorare per tale emancipazione.

  5. Mario Puddu scrive:

    Sarebbe stato interessante vedere un elenco puntuale di fonti da cui l’autore del post ritiene che Ampsicora sia di origine cartaginese… nominare un toponimo mi sembra un po’ poco…

  6. Marcello Madau scrive:

    Caro lettore, il dato toponomastico, se non è decisivo, non è comunque lieve. Le fonti principali che parlano di Amsicora (Ampsicora, Hampsicora, Hampsagoras) sono Tito Livio, Polibio e Silio Italico. Ci sono, anche se non le condivido, serie ragioni per un’interpretazione sarda: il toponimo potrebbe in questo caso risalire al substrato africano dei sardi legato a fasi più antiche di quelle fenicie e puniche.
    Ma chiudere nella dimensione ‘etnica’ una collocazione può essere fuorviante.
    Io credo che Ampsicora, il più ricco e potente fra i latifondisti, fosse nato in Sardegna ma discendente da quella forte immissione africana che dal V secolo a.C. Cartagine operò per colonizzare l’isola e controllarne le risorse agricole. Alle fonti vanno uniti il contesto storico e la lettura dei modelli sociali ed economici: il quadro più probabile mi pare quello che fa di Ampsicora un sardo di origine punica nord-africana, politicamente e culturalmente punico.

  7. Omar Onnis scrive:

    Le osservazioni di Angelo sono molto pertinenti e le condivido in pieno. Quando si tratta di Sardegna, chissà perché, si usa sempre una sorta di neo-lingua in cui le parole assumono significati o almeno connotazioni opposte a quel che dovrebbero significare. Si applicano diffusamente concetti moderni a epoche in cui tali concetti non hanno alcun diritto di cittadinanza: Amsicora e autonomia (regionale?) non è che stiano proprio bene insieme. Spesso poi si compiono operazioni mistificatorie: Eleonora precorritrice del Risorgimento italiano, Giovanni Maria Angioy precursore del medesimo, ecc. ecc. Entrambi, ovviamente, eroi dell’autonomia (!). Non c’è molta rimozione “pelosa” in tutto ciò? E soprattutto, chi se ne frega di quel che pensava o sosteneva Amsicora nel 215 a.C.? Non è più importante saperci ubicare oggi e qui? Per questo serve la conoscenza storica, della nostra storia, non per fondare miti artificiosi o predicare ritorni a improbabili età dell’oro. Ma non ci sapremo mai ubicare (e quindi progettare la nostra emancipazione) se l’orizzonte in cui iscriviamo noi stessi non è il nostro e ci sentiamo costretti a continue tecnicizzazioni di miti farlocchi per incastrarci in una storia altra, solo per non ammettere di averne una diversa (da quella “italiana”), bella o brutta che sia. Viviamo in una costante sindrome da Carte di Arborea, insomma. Mi sbaglierò, ma a me questo sembra un grandissimo problema che non è possibile né onesto eludere.

  8. Marcello Madau scrive:

    Grazie Omar, condivido assolutamente quanto scrivi. Per scrupolo un chiarimento: qua per autonomia intendo quella ‘ufficiale’ e contemporanea, che ha creato operazioni finanziarie e ideologiche sul personaggio associandolo ad essa. Questa relazione mi pare …impropria, ma forse coincide proprio con quanto tu stesso sostieni.

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