Con Umberto Allegretti alla ricerca dei segni dei tempi

17 Giugno 2026

[Gianni Loy]

Nei primi anni 70, ancora era la nave il primo mezzo di trasporto per il continente, e ancora i delfini inseguivano, saltellando, le schiume evanescenti prodotte dalle eliche. I gabbiani – indolenti compagni di viaggio – non si erano ancora convertiti all’umiliazione delle discariche, ancora somigliavano ai reali albatròs. La destinazione era Assisi, meta per molti di noi abituale, a quei tempi.

Sdraiato su di un’incomoda poltroncina del salone, leggevo un fumetto, in attesa che la stanchezza prendesse il sopravvento.

Umberto, che passava per il corridoio, trovandomi impegnato in un’attività così poco impegnata, credo che avvertì un poco di imbarazzo. Ma si limitò a dirmi, con sottile ironia, che riteneva leggessi quella robaccia – il giudizio fu sottinteso – per motivo di studio o ricerca, ché già era al corrente  di un mio contratto di ricerca all’università.

Venivamo da differenti esperienze – e poi lui era già affermato professore – alla ricerca di quale fosse, per davvero, la via indicata dal povero Cristo morto in croce, ché sapevamo, entrambi, che molte, troppe cose, ancora, si facevano nel nome del Signore. In molti, quasi tutti allevati alla religione dogmatica del Concilio di Trento, andavamo alla ricerca dei Segni dei tempi, di quei segni che, secondo l’insegnamento di un più recente Concilio, trasformando, o almeno incocciando a scalfire l’impero della controriforma, avrebbero consentito di restituire pari dignità, nella Chiesa, ai laici e alle donne, e di guardare con altro sguardo ai poveri e ai bisognosi.

I nostri profeti erano moderni – da Don Milani a Primo Mazzolari, da Ernesto Balducci ad Arturo Paoli, e non erano neppure Santi –. Un’altra teologia, germogliata tra i cristiani poveri del terzo mondo, proponeva un percorso eterodosso verso la libertà, a cristiani e a non cristiani. Né posso dimenticare “Dom” Giovanni Franzoni, che un giorno, dopo pranzo, gli tocco di lavare i piatti proprio a casa mia, e Giulio Girardi, che alcuni anni li trascorse a Sassari.  

Venivamo da diverse esperienze, ricordarlo non è banale, visto che, a quei tempi, la Congregazione mariana, un oratorio o un circolo di Azione cattolica non erano certo la stessa cosa: vi si adorava lo stesso Dio, ma con riti, e con sottintesi, diversi.

A farci incontrare è stata proprio la ricerca dei segni dei tempi, e non  in un salotto, ma tra le periferie più emarginate, a partire dal ghetto per eccellenza: Sant’Elia.

Umberto l’ho incontrato nello scorrere di quel magma, dove ho conosciuto persone meravigliose delle quali conservo nostalgia.  Sì, formidabili quegli anni, come diceva Mario, lo ripeto, senza nostalgia. 

Si remava insieme, figurarsi se non eravamo democratici. Eppure, lui era pur sempre uno tra i maestri, nel senso che per competenze e carisma – e sempre con umiltà – dava un contributo di particolare qualità alla crescita di quel movimento di cattolici del dissenso, o di cristiani per il socialismo, che riflettevano, sì, ma allo stesso tempo partecipavano alle lotte dei quartieri popolari, e a volte le guidavano, e si riunivano in nuove Comunità di laici, preti e suore.

Per me, poi, è stato maestro anche all’università, non per coincidenza di disciplina, ma perché quando si è accorto che continuavo a gingillarmi nel precariato, che non avevo ancora capito come funziona l’accademia, me lo ha spiegato, con poche parole. E poi, mi ha aiutato a trovare, oltremare, un altro singolare maestro, del quale sono stato fedele apostolo e grazie al quale ho potuto esplorare un mondo affascinante. Senza quel suo intuito iniziale, chissà come sarebbero andate le cose. Ma dire che gliene sono grato sarebbe riduttivo.

Tornando alla lettura di quel fumetto, – che è il tema della riflessione – il diverso approccio ad un percorso  condiviso, stava nel fatto che mentre io fluttuavo, – e, per la verità,  continuo a fluttuare, sempre più stancamente – Umberto, invece, era adamantino. Era duro, lucido, razionale, impegnato ad obbedire ad uno smisurato imperativo categorico.

Da parte mia, avendo condiviso, per diversi anni, l’esperienza del polo universitario di viale S. Ignazio, ho potuto apprezzarne la passione, la coerenza, l’apertura, la tensione innovativa, anche sotto il profilo del suo lavoro di docente e di ricercatore. Ho persino vagheggiato che potesse diventare Rettore dell’università di Cagliari, ma non erano quelle le sua ambizioni. Oggi, a mente fredda, penso che si trattasse di un ruolo che poco si addice ad un persona adamantina.

Ha quindi percorso altre strade accademiche, lasciando un vuoto al momento della partenza ma gratificando, al suo ritorno, molti di noi. Ad altri il compito di decantare i suoi meriti di studioso.

Credo che Umberto abbia amato tanto, e credo che dovremmo ringraziare la sorte che ci ha concesso il privilegio di percorrere qualche tratto di strada in sua compagnia.

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