Donne e carcere [2]

1 Giugno 2015
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Gianfranca Fois

Il carcere è uguale ormai per le donne e per gli uomini, uguale la struttura, uguali le regole, ma la popolazione femminile non raggiunge il 5% del totale delle persone recluse. Questo significa che le esigenze femminili sono ridotte a marginalità e irrilevanza. L’unica differenza è data dal fatto che lo Stato interviene nei confronti delle donne per tutelare i loro figli più piccoli, d’età inferiore ai tre anni.
Al di sotto di questa età i bambini possono stare in carcere con le mamme. E già questo è contrario ai diritti del bambino, oltre che della mamma.
Infatti questa pratica si ripercuote pesantemente su entrambi e anche sul loro rapporto. La mancanza o povertà di relazioni in una fase così importante della loro vita determina infatti nei piccoli carenze nello sviluppo motorio e cognitivo oltre al danno, difficile da misurare, relazionale ed emozionale.
Doloroso è anche il capitolo che riguarda i figli con età superiore ai tre anni, il distacco forzato e improvviso viene percepito come una perdita, con il disorientamento dei figli e con gravi sensi di colpa e di vergogna delle madri, e questi aspetti spesso impediscono la comunicazione.
Per il resto, come ho detto, dietro le sbarre non c’è alcuna differenza o, meglio, le regole rispondono a una norma maschile per cui in base al regolamento in carcere può entrare il rasoio ma non una crema, il barbiere ma non un parrucchiere e così via.
Che cosa succede quando un donna entra in carcere è stato ben spiegato nel corso della seconda tavola rotonda (Donne in reclusione e il tema delle pari opportunità) del convegno: Michel Foucault e comunità ospitanti, organizzato dal FAI Sardegna in occasione della seconda apertura ai cittadini del carcere di Buoncammino.
Al momento dell’ingresso nell’istituto di detenzione la donna viene spogliata subito di tutto ciò che caratterizza la sua femminilità: gioielli, scarpe col tacco, cosmetici, specchi e accessori vari, il corpo assume un aspetto diverso ed estraneo, e il corpo e i sensi registrano tutto ciò. A questo si aggiungono l’inattività, la noia e il disagio esistenziale che conducono spesso a stati di depressione e ansia, aumento di peso, disturbi e irregolarità del ciclo mestruale dando vita a un circolo vizioso che non si ferma perché si interviene soprattutto con farmaci (il 70% delle detenute assume psicofarmaci), raramente con uno psichiatra, si mira infatti non alla risoluzione del problema ma al contenimento delle conseguenze. Per le detenute il rapporto con il proprio corpo diventa così il problema della propria salute e attraverso la cura del corpo passano pure i sentimenti, l’affettività.
Ma succede anche che le donne, da sole o in gruppo, riescano a riprendere in mano le fila della propria vita, ricercando risorse dentro di sé, praticando percorsi di resistenza, organizzandosi e reagendo alla sofferenza. Tutti percorsi e conquiste che le aiuteranno anche fuori dal carcere.
Il tasso di recidiva è però molto alto, quindi la pena non svolge una funzione riabilitativa e risulta essere una sofferenza fine a se stessa, non spezza il cerchio marginalità-stigmatizzazione-maggiore marginalità, non crea opportunità e alternative.
Ma la politica italiana e l’opinione pubblica chiedono l’aumento del numero delle carceri e un sistema più severo senza volere o riuscire a pensare a una alternativa al carcere come pena.
Il sistema penale italiano prevede il carcere per reati che obbiettivamente hanno scarsa rilevanza sociale, mentre in effetti ignora o conosce poco nuovi reati molto più allarmanti legati ad esempio al mondo economico o informatico.
Quindi oltre a una rivisitazione del codice penale si dovrebbe procedere a determinare pene alternative, lasciando il carcere per i reati più gravi, e numerose sono le proposte o gli esempi che ci vengono dagli esperti o dalle esperienze di altri paesi: forme di riparazione delle conseguenze dannose del reato nei confronti delle persone offese ma anche dell’intera società per quanto riguarda i reati meno gravi, condanne a misure di tipo interdittivo o a forti sanzione pecuniarie per reati contro la pubblica amministrazione, a lavori di pubblica utilità ecc.
Rimane comunque per le donne e per gli uomini in carcere la necessità che vengano salvaguardati i diritti inviolabili della persona, dignità, salute, lavoro, ambiente vivibile, in conformità con il dettato costituzionale che recita all’articolo 27: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

[foto Giampiero Corelli, bellezza dentro]

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