Giornate del Respiro, intervista alla danzatrice, performer e autrice Giulia Cannas
3 Giugno 2026
[Claudia Pizzati]
Domenica 7 giugno nell’ambito di Giornate del Respiro, festival di arti performative organizzato da Sardegna Teatro si terrà nella sede di Sa Manifattura alle 20 Breathing Room, performance di Salvo Lombardo, con il fine di creare uno spazio poetico in cui “riprendere fiato”.
Ad interpretare l’assolo sarà Giulia Cannas, danzatrice e autrice nata a Livorno e cresciuta in Sardegna. Giulia sviluppa un linguaggio sperimentale e personale attraverso cui indaga il movimento, la memoria e la marginalità. Questo contenuto è stato realizzato da Claudia Pizzati nell’ambito degli insegnamenti di Discipline dello spettacolo dell’Università di Cagliari.
Inizi il tuo percorso artistico molto giovane, cosa ti ha avvicinata alla danza?
Ho iniziato a studiare danza a 16 anni, ma danzavo da molto prima. Dai 9 ai 12 anni ho seguito il corso di hip hop di Giulia Podda, in arte Kendra, e Noemi Madeddu, in arte Memi, ad Iglesias. Se ne parla molto poco ma credo che la scena hip hop in Sardegna e in particolare nel Sulcis Iglesiente sia una potenza disarmante e affamata. Ho iniziato a praticare improvvisazione prima ancora di aver imparato delle tecniche e forse questo mi ha avvantaggiata quando mi sono avvicinata ai linguaggi del contemporaneo. Quando poi ho iniziato il mio percorso in modo più serio – nel senso che avevo capito che sarebbe diventato il mio lavoro – è stato anche per via di un innamoramento. Mi ero innamorata di una danzatrice ed ero curiosa di sapere qualcosa di più del suo mondo.
Qual è il tuo rapporto con la Sardegna? L’Isola come influisce sul tuo lavoro?
La Sardegna è la mia casa. La penso con l’affetto che si prova per una persona a cui si vuole molto bene e che non esercita malizia alcuna nei tuoi confronti. Dopo il diploma sentivo che per crescere artisticamente avrei dovuto lasciarla. Quando l’ho fatto però ho capito che, per radicarmi davvero nelle mie domande, avevo bisogno di tornarci. L’aria dell’isola mi fa bene anche fisicamente, mi toglie i brufoli, migliora l’umore, mi permette di affondare in un altro tempo. Stare lontana dalla centralità veloce delle grandi città mi radica nelle mie domande. E questo entra inevitabilmente in conflitto con un umano desiderio di “parvenir”, di affermarsi, di essere al centro delle cose.
Il tuo spettacolo Alba ti ha portata a compiere diversi viaggi di ricerca in Albania. Cosa hai tratto da questa esperienza?
Nel corso del 2025 sono stata quattro volte in Albania per “Alba” che, oltre ad essere un lavoro performativo, è stato il pretesto per affondare le mani, il corpo, nelle mie radici familiari albanesi, rimaste sospese nel tempo per più di venticinque anni. Questa ondata di ritorno ha aperto un varco, uno spostamento energetico, una fessura da cui entra una luce molto forte, ed è proprio questa per me l’alba. Un inizio. Sento che questo lavoro è solo il primo passo di una ricerca molto più ampia, che forse durerà per altri cinque o dieci anni, o che magari non finirà mai. Questo processo è stato possibile anche grazie alla complicità di realtà che mi supportano da anni in questo territorio, in particolare Fuorimargine che ne ha curato la produzione, Carovana SMI e Movimentopoetico che mi hanno accompagnata con primi sguardi, e stimolanti conversazioni.
Tendenzialmente da cosa prendi ispirazione per i tuoi lavori?
Una volta una persona che stimo molto ha detto che dovrei fare sempre ciò che mi piace davvero e che mi interessa profondamente. Cerco di seguire questo consiglio. Non riesco a lavorare su “temi” scelti a tavolino. Di solito parto da domande che mi attraversano anche nel personale. Se dovessi nominare alcuni nuclei ricorrenti direi gli affetti, i diritti, la memoria, le geografie marginali.
I percorsi artistici non sono mai troppo facili. Cosa ti ha motivata a insistere su questa strada?
In realtà non ho mai avuto molti dubbi sul fatto che questo sarebbe diventato il mio lavoro. Non mi sono mai immaginata a fare altro se non qualcosa che avesse a che fare con la creazione e con l’ambito creativo, qualunque cosa questo significhi. Credo che questa certezza, più che una forma di coraggio, sia stata una specie di necessità.
Durante le Giornate del Respiro collabori con Salvo Lombardo per il progetto Breathing Room. Quale significato attribuisci a questa performance?
Di Breathing Room so in realtà pochissimo. Ho ricevuto una chiamata di invito molto misteriosa da Salvo Lombardo che mi ha detto che ci incontreremo direttamente il giorno della performance, circa un’ora prima. Mi intriga molto l’idea di entrare in questo spazio di decompressione, così come viene descritto nella sinossi, e di consegnarmi totalmente all’esperienza senza cercare di prevederla o controllarla in anticipo. E quale luogo migliore per questo attraversamento se non il contesto delle Giornate del Respiro?







