Il re muore di Eugène Ionesco e il coraggio di essere ostinatamente interrogativi infiniti

23 Giugno 2026

[Mattia Lasio]

«Gli uomini sanno. E si comportano come se non sapessero! Sanno e dimenticano». Le parole che Eugène Ionesco, tra i più autorevoli esponenti della storia del teatro contemporaneo, fa pronunciare al personaggio di Margherita racchiude appieno la profondità, l’incisività e al contempo l’eleganza di un Classico del teatro dell’assurdo del calibro di ‘’Il re muore’’ che Ionesco portò in scena per la prima volta in quel di Parigi nel dicembre 1962.

Un’opera che, a distanza di oltre mezzo secolo, mostra la miopia di chi sta al potere e del potere diventa succube, un’opera che pone l’accento su quanto chi si trova a ricoprire un ruolo di grande rilievo possa snaturarsi, finendo per dimenticarsi completamente di chi ha davanti a sé, cadendo nel tranello dell’egoismo e di un narcisismo che a nulla porta se non a perdere di vista ciò che realmente ha valore.

Al centro della scena si trova il re Bérenger I in procinto di morire, colto nel momento finale della propria esistenza, in cui si trova in preda a una vulnerabilità con cui pensava di non dover mai fare i conti. eppure, suo malgrado, scoprirà che i nodi prima o poi vengono sempre al pettine.

L’autore, nato a Bucarest nel 1912 e venuto a mancare nel 1994 nella capitale francese in cui viveva dal 1946, descrive un sovrano avido, profondamente insicuro, addirittura fragile seppur la sua fragilità altro non fa se non destare amara commiserazione a causa del suo egoismo spiccato e grottesco. Un egoismo su cui fanno luce gli altri personaggi dell’opera ovvero le regine Margherita e Maria, rispettivamente la prima e la seconda moglie di Bérenger I, la figura del Medico e l’infermiera Juliette.

Molteplici gli argomenti su cui Ionesco si sofferma: oltre al potere e alla sua caducità, si affronta il mistero del tempo e il suo valore prezioso di cui si prende spesso consapevolezza tardivamente, senza tralasciare la bellezza dell’atto del sognare e la malinconia subentrata una volta che si tocca con mano la crudezza della realtà in cui ci si trova.

Non mancano richiami a tematiche come i rischi in cui si può incappare dando ascolto a voci ingannatrici così come l’importanza di non dare mai nulla per scontato, nemmeno ciò che si ritiene di minimo rilievo, a tutto questo si aggiunge una critica risoluta e garbata a un modo spregiudicato di fare politica che altro non fa se non causare malcontento e frustrazione.

Tanti i frangenti ricchi di lirismo all’interno del lavoro di Ionesco che lasciano un segno indelebile, tra cui spicca il momento in cui si elabora uno dei concetti più rilevanti del dramma ovvero quello dell’interrogativo infinito così descritto dal personaggio della regina Maria che afferma: «Esistere, è una parola, morire, è una parola: formule, fissazioni, fisime. Se tu capisci questo niente potrà intaccarti. Afferrati, tieniti forte, non perderti più di vista e dimentica tutto il resto. Tu esisti, adesso, esisti. Non essere altro che un interrogativo infinito».

Essere un interrogativo infinito, proprio così: non semplicemente per seminare e alimentare dubbi, non semplicemente per sottoporre costantemente  al proprio vaglio critico le opinioni altrui. No, si va al di là di tutto questo: essere un interrogativo infinito ha una valenza più autentica e pregnante, significa aprirsi alle infinite varianti che la vita pone davanti, scorgendo sentieri laddove si pensava ci fossero solamente ostacoli.

Interrogativi infiniti, proprio così, in modo tale da imparare a capire quando è il momento di tornare sui propri passi e guardare con occhi nuovi ciò che non si è stati in grado di osservare con la giusta attenzione. 

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