Democrazia da ricostruire

22 Marzo 2013
Gabriele Polo
“Di fronte a una crisi globale – politica che mina la democrazia, economica che rovina milioni di persone – sarebbe follia restare fermi sperando che passi la nottata, senza affrontare i nodi dei problemi. Bisogna rimettere tutto e tutti in discussione”. Maurizio Landini non usa mezzi termini per analizzare l’Italia di oggi.
Iniziamo dalla politica. C’è stato un voto che sembra buttare tutti all’aria. Sorpreso?
Non molto. Questo è un voto che cambia completamente il quadro politico, basta pensare che il 25% non ha votato e un altro quarto dell’elettorato ha scelto i 5 stelle cioè ha votato “contro” l’esistente. Lo spostamento di milioni di voti – persi da tutti i partiti tradizionali – evidenzia la crisi di rappresentanza politico-istituzionale, confermata anche dalle analisi sociali del voto: moltissimi operai e lavoratori precari  hanno votato per Grillo, cioè hanno chiesto un cambiamento. Tutto questo non è liquidabile come antipolitica, segnala anzi una domanda di partecipazione.
Quanto hanno inciso la crisi economica e le scelte del governo Monti?
Moltissimo. Monti è il vero sconfitto di queste elezioni. E’ stato un voto contro le politiche d’austerità europee e tutti i partiti che le hanno sostenute, compreso il Pd. Le persone si sono sentite poche rappresentate e quindi nel messaggio grillino del “mandiamoli tutti a casa” si sono ritrovati l’operaio che perde il posto di lavoro con l’imprenditore che chiude l’azienda. Dall’innalzamento dell’età pensionabile alla crescente disoccupazione alle rigidità di bilancio, si è creata una miscela che ha acceso il voto grillino raccogliendo consensi politicamente e socialmente trasversali.
Questo voto però chiama in causa pesantemente anche il sindacato, mette in discussione tutti gli organi di rappresentanza intermedia, quindi anche la Fiom.
Assolutamente. Tutta la rappresentanza è in crisi, quella politica e quella sociale. Il voto segnala una distanza tra i sindacati e le persone che noi dovremmo rappresentare. Non c’è solo il vuoto del lavoro precario che nessuno rappresenta e che non ha tutele o ammortizzatori, c’è una crescente lontananza tra il sindacato e i settori del lavoro che ne hanno fatto la storia. Ma, almeno, nelle elezioni politiche, si è potuto esprimere un dissenso esplicito che chiede un cambiamento, mentre nelle fabbriche non si può nemmeno votare.
Basta chiedere il diritto di voto ai lavoratori per essere rappresentativi e non essere bollati come casta?
Di certo è la condizione necessaria per la partecipazione dei lavoratori e la loro possibilità di coalizzarsi in sindacato. Oggi la distanza deriva dal fatto che il sindacato fa delle cose per i lavoratori ma i lavoratori non hanno mai la possibilità di decidere se quelle cose siano giuste o meno, né di proporre davvero alternative. Questa rottura democratica provoca nei sindacati una mutazione genetica e li spinge – come è successo per i partiti – a chiudersi rispetto all’esterno, in un riflesso corporativo in cui le rappresentanze istituzionalizzate, per sopravvivere, si legittimano solo nel riconoscersi reciprocamente. Per la Fiom e per la Cgil ciò richiederebbe una discussione strategica straordinaria per democratizzarsi di fronte ai cambiamenti che in Italia e in Europa ne mettono in discussione l’esistenza e il ruolo. Questo dovrebbe essere il congresso della Cgil, offrendo la possibilità a iscritte e iscritti di decidere su tutto in modo trasparente e aperto.
Tornando alla crisi, quali proposte fa la Fiom su occupazione e reddito?
Riforma degli ammortizzatori sociali estendendo la Cig anche a chi non ce l’ha; reddito di cittadinanza a carico della fiscalità generale per chi ha perso il lavoro, non l’ha mai avuto, per chi studia e per chi esaurisce la cassa integrazione (se l’azienda non ha più prospettive di riapertura, interviene il sostegno dello stato); riduzione dell’orario per  ridistribuire il lavoro che c’è; investimenti per la manutenzione del territorio, dei servizi scolastici e sanitari, la salvaguardia dell’ambiente. Ma per costruire un futuro serve una nuova idea di politica industriale, un nuovo modello di sviluppo in cui il pubblico ha un ruolo decisivo. Per affrontare la recessione e uscire dal declino, serve un piano di investimenti – pubblici e privati – sulla mobilità, le energie rinnovabili, la banda larga, la siderurgia. Settori strategici che sono a rischio anche per l’inadeguatezza di tante nostre produzioni.
Per fare tutto questo servono soldi e dicono che non ce ne sono…
Rimanendo dentro i vincoli di bilancio imposti dall’Ue e ratificati dal governo Monti, non se ne esce. Dobbiamo impegnare l’Italia in una battaglia europea per superare i vincoli imposti, perché quest’Unione fondata solo sulla moneta rischia di implodere con le ricette inefficaci, dal taglio dei bilanci pubblici ai licenziamenti facili fino alla cancellazione dei contratti.
A proposito di contratti, qual è il bilancio della consultazione sulla Carta rivendicativa che avete proposto contro l’accordo separato firmato da Fim, Uilm e Federmeccanica?
Dove riusciamo a votare l’intesa imposta da Federmeccanica viene bocciata: i lavoratori ci rimettono e la considerano una vera cancellazione del contratto nazionale. Entro il mese concluderemo la consultazione – che è certificata, bene ricordarlo – ma possiamo già dire che la maggioranza dei metalmeccanici non accetta quell’intesa e ci chiede di impedire la realizzazione delle norme peggiorative. Federmeccanica e Confindustria vogliono approfittare della crisi, delle divisioni sindacali e anche del vuoto politico, per incassare il più possibile e tentano di impedire che il voto dei lavoratori pesi, si trasformi in accordi dimostrando che è possibile una via alternativa al modello-Fiat. Su questo apriremo vertenze ovunque, nelle aziende e nei territori, è pronto un pacchetto di ore di sciopero e organizzeremo una manifestazione nazionale a maggio – non solo dei metalmeccanici ma con le altre categorie, i precari gli studenti – per dire che chi attacca i diritti del lavoro vuole usare la crisi per impedire la nascita di un nuovo modello sociale e di sviluppo. Questa è una questione politica generale e per questo scriveremo a tutti i gruppi parlamentari neo-eletti e a ciascun singolo parlamentare per segnalare ciò che – secondo noi – bisognerebbe fare: cambiare le leggi su pensioni e lavoro prodotte da Berlusconi e Monti, varo di nuove leggi su rappresentanza e reddito di cittadinanza, nuove politiche sociali, una politica industriale pubblica. Per una via d’uscita democratica dalla crisi che eviti la chiusura coorporativa e per rispondere alla domanda di cambiamento che chiama in causa tutti.

(Il testo integrale di questa intervista è su www.imec-fiom.it)

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