L’internamento di massa, strategia del capitale

30 Ottobre 2018
[Patrizio Gonnella]

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria.

Gli Stati, avendo oramai rinunciato a politiche inclusive welfariste, si affidano all’ossessione securitaria, e dunque all’eccezionale retorica della reclusione per produrre il risultato complesso, nella sua ingiustizia e tragicità classista, di neutralizzazione selettiva delle persone che vivono ai margini del sistema economico e sociale. Una neutralizzazione, dunque, funzionale alla normalizzazione capitalistica.

Così come recita il sottotitolo, il volume va alle origini del sistema penitenziario, tornando indietro di alcuni secoli per spiegare il rapporto tra universo punitivo e ideologia della produzione. Troppo spesso di questi tempi siamo abituati ad accontentarci di spiegazioni semplici, unidimensionali per dare senso a questioni di eccezionale complessità.

Si pensi a quanto sta accadendo a proposito del tema universale e gigantesco delle migrazioni, dove gli speculatori politici usano politiche e parole banali, nonché la pratica e la retorica del controllo, della deportazione e dell’internamento per contenere i flussi migratori e porsi a difesa delle ricchezze occidentali. Anche la questione migratoria dunque sta dentro il più ampio rapporto tra privazione della libertà (in senso ampio) e organizzazione capitalistica.

Non si può comprendere con chiarezza l’internamento di massa avvenuto negli ultimi decenni, a partire dagli Stati Uniti d’America, senza andare a fondo nelle intersecazioni possibili tra pena, lavoro e capitale. Gli oltre due milioni di detenuti nelle carceri americane possono avere molte spiegazioni, che non necessariamente si escludono a vicenda.

Ognuna di essa però a sua volta richiede uno sguardo al passato del sistema penitenziario disciplinare ottocentesco americano di Auburn e Filadelfia. Nella Prefazione al volume Jonathan Simon, uno dei più grandi studiosi contemporanei della penalità, noto in Italia per lo straordinario saggio Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America (Raffaello Cortina, 2008), assegna all’analisi di Melossi e Pavarini una funzione strategica di comprensione del presente, in quanto il libro viene ripubblicato in un periodo storico molto particolare, quando sia il carcere che il capitalismo hanno raggiunto quelle che lui definisce «condizioni di egemonia globale». Un’egemonia che sta progressivamente mettendo in discussione non solo la tenuta del modello penale o di quello più genericamente giuridico ma anche la tenuta dello stesso modello democratico.

Chiunque nella società e nelle università si intenda occupare criticamente di politiche criminali, ideologia del controllo, carceri e potere punitivo deve obbligatoriamente avere nei suoi scaffali alcuni volumi imprescindibili e tra questi non può non esserci Carcere e fabbrica.

[Da Il manifesto]

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