L’Odissea di Christopher Nolan, intervista ad Antonello Zanda
28 Agosto 2026
[Rita Atzeri]
Il momento in cui si riaccendono le luci in sala, subito dopo la fine di un film, porta con sé una strana sospensione, un bilico tra il mondo reale e la finzione dello schermo.
Si colloca in questo territorio emotivo il nuovo lungometraggio L’Odissea di Christopher Nolan, un’opera imponente che sceglie di smantellare il mito classico per proporre una narrazione viscerale. Nel film, la forza motrice del racconto si concentra sullo straordinario ruolo delle donne, figure titaniche che ridefiniscono interamente il viaggio omerico, e su una profonda riscrittura del protagonista.
Le figure femminili agiscono come agenti di svelamento psicologico: la sequenza con Circe mostra una metamorfosi brutale mediata dalla forza fisica anziché da una magia astratta, rivelando la natura bestiale degli uomini, mentre Calipso distrugge l’illusione della nostalgia mostrando a Ulisse come, nel profondo, egli non volesse affatto tornare a casa. Parallelamente, l’Ulisse di Nolan si allontana dall’eroe fiero della tradizione classica per mostrarsi come un uomo distrutto e schiacciato dal senso di colpa, pienamente consapevole di aver violato le regole sacre dell’universo e di aver seminato soltanto morte e distruzione lungo il cammino.
Per approfondire le implicazioni culturali di questa operazione cinematografica, abbiamo rivolto una serie di domande ad Antonello Zanda, direttore della Cineteca Sarda e stimato critico cinematografico, che ha analizzato il rapporto tra l’adattamento del poema omerico, l’opera di Nolan e la caratterizzazione dei personaggi e del cast.
Zanda come giudica il bilanciamento tra il rispetto del poema omerico e le libertà autoriali tipiche di Nolan?
Non esiste un problema di bilanciamento. Un’opera cinematografica non è vincolata al rispetto della storia da cui è tratta: il regista è un’artista libero di fare dello spartito letterario quello che vuole, di reinventare la storia, di adattarla al proprio contesto storico e culturale. Gli esercizi di confronto sono utili se ci fanno capire meglio le due opere, non se devono farci decidere chi ha fatto la scelta giusta. Il film di Nolan va valutato per quello che è, non per quello che sarebbe dovuto essere. Certo possiamo chiederci: perché ha tagliato Nausicaa? Che risultato estetico introduce questa modifica? Cercare una risposta significa che possiamo capire meglio Omero e Nolan anche con le assenze, anche con le mutazioni. Ancora: quale immagine di Ulisse ci ha voluto restituire il regista? Certo una immagine molto diversa da quella che ci hanno dato i tanti interpreti: Dante Alighieri, Nikos Kazantzakis, Mario Camerini, Franco Rossi, Andrej Končalovskij, Theo Angelopoulos, persino James Joyce, eccetera. Non possiamo nemmeno omettere la versione sarda di Marco Antonio Pani che scodella il tema del viaggio dentro il corpo della memoria e dell’identità comunitaria. Ma se confrontiamo quelle sono anch’esse tutte diverse l’una dall’altra.
La scelta di eliminare o accorpare tappe iconiche (come l’assenza dei Lotofagi) penalizza il ritmo o stringe efficacemente la narrazione?
Il ritmo è un problema squisitamente cinematografico e riguarda il montaggio, la struttura narrativa, la forza dei personaggi: il film ha un suo equilibrio interno. Fino ad oggi la versione di Franco Rossi – una miniserie televisiva che si spande su 370 minuti – è quella che ha un tempo di resa che ha consentito di attendere meglio al ritmo dell’Odissea omerica. Il ritmo dell’opera letteraria è anch’esso un tema molto complesso da affrontare, non foss’altro perché non sappiamo nemmeno se è opera di un autore determinato o di una pluralità di autori (tesi quest’ultima oggi più accreditata). Eliminare una sequenza non cambia il ritmo perché è assente. La storia può reggere senza un pezzo e persino non reggere se il pezzo c’è ma non è ben integrato. Io per esempio ritengo che la sequenza di Polifemo nel film di Nolan non sia ben riuscita, stride con il ritmo complessivo del film, è approssimativa. La sua presenza e la sua caratura mi sembra rispondere più ad esigenze di spettacolo. Persino la figura di Ulisse appare scontornata e “superficiale”.
L’episodio di Polifemo è stato criticato per la mancanza del celebre gioco linguistico del nome “Nessuno”: ritiene sia una semplificazione eccessiva o una scelta coerente con la durezza del film?
Anche nel film di Mario Camerini, un classico del 1954, che aveva persino l’ambizione, pur nella sintesi di 90 minuti, di essere fedele al testo, manca il riferimento a “Nessuno”. È comunque una scelta legata alla figura di Ulisse che si vuole restituire. Nel film di Camerini questa omissione era meno giustificata perché si voleva magnificare l’astuzia, il cinismo guerriero, l’intelligenza strategica del personaggio interpretato da Kirk Douglas. Nel film di Nolan, che ci restituisce un personaggio con grandi sensi di colpa, molto introverso e tormentato interiormente, l’omissione dell’astuzia linguistica non toglie nulla al film e segna semmai una forte coerenza non con la durezza del film ma con la complessità psicologica del protagonista. L’Ulisse di Nolan è più attento alla contemporaneità.
L’Ulisse di Matt Damon è dipinto come un uomo duro, traumatizzato e tormentato dai sensi di colpa. Ritiene efficace questa modernizzazione psicologica rispetto all’eroe classico?
Il film non vuole essere una trasposizione filologica e quindi questa “modernizzazione”, cioè la restituzione di una figura più complessa e infragilita da una tragedia, lo rende più vicino a noi. Oggi non esistono eroi senza ombre: anche i personaggi della Marvel che piacciono di più sono quelli più fragili, più problematici. Molta fantascienza e molto fantasy di oggi rincorre il mito, o meglio attinge al meccanismo della macchina mitologica che aveva così ben rivelato un pensatore come Furio Jesi. La guerra è un trauma in sé e pensare di raccontare un personaggio come Ulisse – che è responsabile di una tragedia, di una carneficina, di un massacro di uomini, donne e bambini – e che possa uscirne psicologicamente indenne sarebbe inattendibile. Nolan smitizza Ulisse e lo àncora al presente. Dopo il genocidio palestinese nessuna opera artistica può dirsi neutrale in un confronto con la nostra realtà e la nostra storia. Per questo motivo quando vediamo Itaca distrutta, oggi noi ci vediamo Gaza, ma l’Ulisse di Nolan – se vogliamo fare un riferimento – somiglia a molti soldati israeliani che tornano, dal viaggio nella macelleria, distrutti da questa complicità criminale, che cominciano a dissociarsi dal genocidio. Il trauma di Ulisse certo non rimanda a un assassino sionista e fascista come Netanyahu, feroce, disumano e senza sensi di colpa. Il Male come forza oscura che oggi avvertiamo la viviamo soprattutto nella nostra impotenza politica. E anche Ulisse non sa rispondere, al caos e alla violenza che domina in casa sua, in altro modo che con la violenza.
I Proci, in particolare l’Antinoo di Robert Pattinson, sono stati definiti tra i personaggi riusciti meglio: concorda con questo giudizio?
Sono d’accordo e devo dire che l’Antinoo di Pattinson ricorda un po’ l’interpretazione di Anthony Quinn nel film di Camerini del 1954. Quello di Quinn più è virile e minaccioso, schematico e compatto; questo di Pattinson è più calcolatore e sgradevole, sfaccettato e contradditorio, ma con un substrato identico per l’istinto perfido e manipolatorio. Aggiungo che un’altra figura ben riuscita perché innovativa è quella di Circe. Ma se in Camerini la scelta geniale di fare interpretare Penelope e Circe dalla stessa attrice, Silvana Mangano, inseriva un elemento simbolico forte nella interpretazione, la Circe di Samantha Morton tracima in una portata morale e la metamorfosi che muta i compagni di Ulisse in porci ne interpreta la natura umana, è una forma interna latente.
Le forti polemiche sul “color-blind casting” (es. Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena) hanno un reale impatto sulla resa cinematografica o sono critiche sterili?
Se ne parla e quindi la scelta è giusta, ha avuto il suo impatto estetico anche se poi viene isterilito sul piano mediatico. L’importante è che non si perda di vista il quadro generale, il film, il suo valore e significato artistico, la sua dimensione contemporanea. Il film di Nolan non è soltanto, sic et simpliciter, un’opera di spettacolo ben congegnato. È un concentrato estetico e politico con cui ci misuriamo e che ci costringe ad un autointerrogatorio costante.







