Michelangelo Pira e l’analisi della realtà tramite il teatro: una prospettiva preziosa per cogliere le sfumature più autentiche della quotidianità

16 Gennaio 2026

[Mattia Lasio]

I sentimenti più profondi, quelli celati nell’animo umano talvolta persino davanti all’evidenza. Le paure più intime, le speranze appena sussurrate, i rimorsi e l’anelito verso una gioia che raramente si afferra.

Elementi, questi, che compongono il mosaico della vita e che cogliere non sempre è facile, forse perché farlo vorrebbe dire fare un passo indietro, guardarsi interiormente con attenzione e prendere consapevolezza di ciò che non va. Ci sono forme d’arte che, però, consentono di fare proprie tutte queste sfumature come, ad esempio, il teatro che grazie all’atto catartico del mettere in scena la quotidianità umana con le sue gioie e le sue miserie permette di osservare la realtà da una prospettiva differente.

Una prospettiva da cui si è sviluppata una riflessione di indubbia caratura come quella di Michelangelo Pira, antropologo bittese classe 1928 tra i più influenti intellettuali isolani e non solo, che al tema del teatro, al suo valore e al suo rapporto con la Sardegna ha dedicato quattro preziosi interventi intitolati ‘’Per un teatro dei sardi’’, ‘’Paska Devaddis’’, ‘’Le notti di Nurai’’, ‘’Teatro di sole voci (cioè, Teatro degli oppressi)’’, racchiusi nell’opera ‘’Paska Devaddis. Tre radiodrammi per un teatro dei sardi’’ pubblicata nel 1981 – un anno dopo la sua prematura scomparsa il 3 giugno del 1980  – dalla casa editrice Edizione Della Torre.

A questi quattro scritti si aggiunge anche un contributo di Manlio Brigaglia dal titolo ‘’Michelangelo Pira e la comunicazione sarda’’. Un intervento nel quale Brigaglia sottolinea aspetti rilevanti del percorso di Pira quali il rapporto con il mezzo di comunicazione della radio – facendo presente la sua collaborazione con Radio Cagliari per cui realizzò la trasmissione “Controgiornale di Radio Sardegna’’ oltre alle conversazioni del ciclo ‘’Sardegna tra due lingue’’ e il radiodramma dedicato a Paska Devaddis, una delle figure di maggior fascino della storia sarda, giovane donna di Orgosolo  morta di tisi nel 1913 mentre era latitante, coinvolta nella feroce faida che sconvolse il paese barbaricino dal 1905 al 1917 a causa della disamistade tra le famiglie dei Cossu e dei Corraine.

La raccolta ‘’Paska Devaddis. Tre radiodrammi per un teatro dei sardi”, si apre con il testo ‘’Per un teatro dei sardi” contenente le riflessioni esposte da Pira in occasione di un convegno che si tenne a Macomer nel 1979. Un testo in cui analizza, tra le varie tematiche, il rapporto tra il potere del teatro e il potere politico. Queste le sue parole a riguardo. «Il potere normativo del teatro non si iscrive soltanto – come piacerebbe al potere politico concorrente – nell’immaginario.

Perciò nei confronti del teatro il potere adotta una politica a doppio binario: da un lato cerca di strumentalizzarlo, di usarlo come un’arma propria nella manipolazione del consenso, dall’altro lato cerca di dislocarne gli effetti antagonisti nella innocua sfera dell’immaginario». Poco dopo Pira, autore di opere fondamentali nello sviluppo del dibattito culturale sardo come’’Sardegna tra due lingue’’,  ‘’La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna’’, ‘’Sos Sinnos’’, ‘’Isalle’’, ‘’Il villaggio elettronico”, si concentra sul rapporto tra il teatro e la Sardegna con parole che restano impresse per la loro vis polemica: «Un teatro sardo istituzionale», scrive Pira, «non esiste per gli stessi motivi per cui in Sardegna non c’è stata città storica, principato sovrano, lingua di cultura, scuola ufficiale, legge scritta.

C’è un teatro ufficiale indotto, come sono indotte le altre presenze alle quali si accennava: lo Stato, la scuola ufficiale, la città, la lingua ufficiale». Pira, inoltre, rimarca la centralità del rapporto che si istituisce col pubblico nel momento in cui si va in scena, offre poi una definizione peculiare del teatro descritto come «il rapporto che l’uomo istituiva con la propria ombra sulla terra o con la propria immagine riflessa nell’acqua», si sofferma anche sulla TV descritta come «il teatro improprio del nostro tempo e del nostro spazio sociale» e non lesina anche un’aspra critica all’Italia a cui rivolge una riflessione che non passa inosservata: «L’Italia è di fatto una nazione mancata, cioè una macroetnia mancata, forse esposta alla catastrofe culturale più immediatamente delle microetnie interne da essa occultate e oppresse e compresse; non c’è altro che lo Stato italiano, lo Stato che è sempre classista, che di fatto è la classe dominante, con le sue pretese monoteistiche e garantiste, incapace di esercitare una reale egemonia in senso gramsciano di capacità di guidare la collettività».

Subito dopo questo scritto, si entra nel vivo dell’opera con il radiodramma ‘’Paska Devadddis’’ che, come puntualizza Manlio Brigaglia, inizialmente sarebbe dovuto essere un teledramma per la neonata Terza Rete, cosa che poi non andò in porto a causa di problemi di budget. Le riflessioni più pregnanti sono affidate al continuo dialogo tra due entità chiamate come ‘’Prima voce’’ e ‘’Seconda voce’’. Riflessioni relative alle guerre, alle leggi scritte e a quelle non scritte, al vero significato della parola pace, al dolore scaturito dai ricordi, a quanto possano essere preziose e al contempo ingannevoli le parole a cui, tramite la seconda voce, Pira rivolge questo commento: «Le parole guastano tutto; deformano tutto. Dicono cose diverse. Se ci pensi bene tutto quello che veramente sappiamo l’una dell’altra non è quello che ci siamo dette in 80 anni, ma è quello che non abbiamo mai detto».

Un’atmosfera sognante e onirica, in cui tutto sembra sfuggente ma ugualmente tangibile, caratterizza ‘’Le notti di Nurai’’, radiodramma contraddistinto da un serrato botta e risposta tra i personaggi di Orgò e il tormentato Nurai il quale, anche a distanza di tanti anni, non riesce a chiudere le porte a un passato brutale che non smette di fargli visita. E proprio Nurai rimugina costantemente sulla violenza e sui conflitti senza però giungere a una risposta che lo rassereni ma arrivando solamente a una amara conclusione. «A farli tutti uguali, gli uomini, c’è solo la morte, che miete tutto».

Uomini, protagonisti spesso inconsapevoli di uno spettacolo chiamato vita nel quale recitano parti per cui non sono tagliati. Uomini che, come rivela Pira nel radiodramma conclusivo “Teatro per sole voci (cioè, Teatro degli oppressi), «l’eccesso di saviezza faceva folli e l’eccesso di follia savi». In questo tassello conclusivo, a risaltare e a condensare pienamente la concezione del teatro di Michelangelo Pira ci pensa la parte iniziale in cui nella scena prima il personaggio del conduttore spiega l’essenza più pura del salire sopra un palco davanti a un pubblico. «Lo spettacolo. Che cos’è? È la cosa da guardare, da ascoltare, da seguire. Rappresentazione della vita degli altri per avere qualche notizia della vita propria».

Una magra consolazione, forse, ma utile nei frangenti in cui si cerca una direzione in una quotidianità che offre ben poche certezze e punti di riferimento.

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