Il modo errato di concepire il ruolo e la funzione del denaro e la crisi del capitalismo

16 Settembre 2016
Foto Francesca Corona

Foto Francesca Corona

Gianfranco Sabattini

Felix Martin è un economista che ha studiato scienze umane, economia e relazioni internazionali; dopo aver lavorato, tra il 1998 e il 2008, per la Banca Mondiale, egli è attualmente membro dell'”Institute for New Economic Thinking” di New York e del “Centre for Global Studies” di Londra. Di recente è stato tradotto in italiano un suo famoso saggio, “Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito”, finalista nell’edizione 2013 del “Guardian First Book Award”.

Nel libro, Martin sostiene che tra le più grandi idee dell’uomo il denaro sarebbe l’invenzione più fraintesa, da filosofi e sovrani, così come da teorici, uomini della finanza e policy makers contemporanei. Ciò perché, secondo l’autore, il denaro, contrariamente a quanto si è soliti pensare, non è affatto una cosa, un oggetto materiale dotato di un valore in sé, naturale e immutabile, bensì una “tecnologia sociale”, caratterizzata da una forte valenza politica; in altri termini, un insieme di convenzioni e di procedure sociali che consentono, non solo, di organizzare e di governare ciò che si produce e consuma, ma anche di plasmare il modo in cui gli uomini vivono insieme.

Contrariamente alla visone tradizionale, il valore del denaro non è la merce con la quale si presume di poterlo identificare, ma il credito che esso rappresenta; fatto, questo, che lo trasforma in “tecnologia sociale”, composta da tre elementi fondamentali: il primo è l’unità di valore astratta con cui il denaro viene designato; il secondo è il sistema di conto con cui sono registrati i saldi attivi e passivi di privati o istituzioni che intrattengono rapporti economici tra loro; il terzo è la possibilità per un creditore di poter trasferire ad altri l’obbligo del suo debitore, per estinguere un debito del tutto indipendente rispetto al rapporto che ha originato il credito originario.

Quest’ultimo elemento, concernente la trasferibilità, è quello nel quale s’invera il denaro, dato che è proprio quando il credito può essere trasferito, o “girato”, che esso si trasforma in denaro, il quale, pertanto, non è solo credito, ma credito trasferibile, qualunque sia la merce che lo rappresenta. L’innovazione della trasferibilità del credito ha avuto un impatto determinante sulla storia dell’umanità; secondo Martin, questa innovazione, e non il superamento delle “mitica economia di baratto”, è stata quella che più delle altre ha concorso a rivoluzionare le società e le economie nel corso delle epoche. La trasferibilità del credito è importante anche perché consente di spiegare cosa determini il valore del denaro e perché questo “pur non essendo altro che credito, non può essere semplicemente creato a piacimento da chiunque”.

Per essere disposti ad accettare in pagamento il trasferimento di un credito disgiunto dall’operazione economica cui tale pagamento è riconducibile, i creditori devono convincersi di due cose: devono innanzitutto ritenere che il loro debitore, dal quale hanno accettato il trasferimento di un’obbligazione, sia affidabile; inoltre, essi devono confidare nel fatto che anche altri siano disposti, a loro volta, ad accettare in pagamento il credito a valere sul debitore originario. Dalla soddisfazione di queste due condizioni dipende la facilità della circolazione dei crediti, in quanto denaro.

Per via della trasferibilità, è accaduto che per lungo tempo si sia ritenuto che il denaro emesso dallo Stato, o dal Sovrano, fosse dotato di una particolare specialità; un’influente scuola di pensiero, la teoria cartalista (nota anche come teoria statale della moneta), ha sostenuto che il valore del denaro dipendesse soltanto dal fatto che il “materiale” nel quale il valore si sostanziava circolasse per volontà dello Stato, o del Sovrano, e non per le merci in cui il materiale consisteva, o che rappresentava. La validità della teoria cartalista è stata largamente riconosciuta, sebbene le siano stati attribuiti, successivamente alla sua formulazione, specifici limiti, derivanti dall’arbitrio con cui lo Stato, o il Sovrano, gestivano spesso la creazione del denaro. Secondo Martin, l’autonomia del valore del denaro dalle merci starebbe a dimostrare che, anche quando il denaro è creato dallo Stato, o dal Sovrano, in caso di crisi degli ordinamenti monetari ufficiali, il denaro continua a conservare la sua funzione come sistema di credito e debito che “si espande e contrae senza sosta come un cuore pulsante”, mantenendo in vita il sistema della produzione e della sua distribuzione. Secondo Martin, quel che importa “è soltanto che esistano emittenti che il pubblico considera affidabili dal punto di vista creditizio, e una convinzione sufficientemente condivisa che le loro obbligazioni saranno accettate da terzi”.

L’applicazione del denaro come unità di valore astratta e il suo ruolo centrale nel tenere coeso l’intero sistema economico hanno concorso ad originare e a rafforzare la trasferibilità del credito, che a sua volta ha reso possibile la compensazione decentrata delle obbligazioni, senza la necessità della presenza di un’autorità centrale. Il risultato di questo processo è stata la nascita della “tecnologia sociale” che ha dato luogo al rafforzamento del ruolo del mercato, che ha impresso un’ulteriore accelerazione al ritmo della monetizzazione della società, in quanto ha condotto alla crescente trasformazione di tutti gli obblighi sociali in relazioni finanziarie. Questa nuova visione ha comportato anche che l’uso del denaro fosse, non solo efficace ai fini della regolazione del sistema economico, ma anche “giusto”, in grado cioè “di fondere insieme l’<<ordinamento transazionale>> a breve termine e quello a lungo termine, di governare sia le minuzie del quotidiano spendere e guadagnare, sia le profondità dell’armonia sociale nei secoli”. In un siffatto ordine, dal momento che l’uso del denaro si estendeva oltre il finanziamento delle spese più immediate, la sua creazione doveva divenire un servizio pubblico essenziale che doveva “essere gestita nell’interesse generale del pubblico”.

L’essenzialità di questo servizio è stato imposto dalla necessità di porre un freno alle discrezionalità dello Stato o del Sovrano nell’emettere moneta; l’idea innovativa è stata quella di assegnare alla politica monetaria il ruolo di regolatore del sistema economico, in funzione del benessere della società, e non solo quello di provvedere alle esigenze fiscali dello Stato o del Sovrano. La prospettiva di considerare la creazione del denaro come servizio pubblico ha portato, secondo Martin, a riconoscere che se “la politica monetaria doveva mirare all’interesse generale, ciò implicava che doveva essere la comunità a controllarla” e non lo Stato o il Sovrano, nel senso che solo la comunità doveva avere il potere di decidere “se, come, quanto e in che misura” il denaro poteva essere modificato, per cui né lo Stato, né il Sovrano potevano usurpare tale potere.

Riguardo a tale potere, che la comunità avrebbe dovuto svolgere nel suo proprio interesse, a parere di Martin il problema era che, sino al tardo Medioevo, non vi era mai stato modo di costringere gli Stati, o i Sovrani, a rispettare la sovranità monetarie del pubblico; le cose sono mutate quando è stata “inventata” un’alternativa al potere creativo del denaro da parte dello Stato, o del Sovrano; l’invenzione è stata la banca. Infatti, nel mondo moderno – afferma Martin – quasi tutto il denaro in circolazione ha cessato di essere emesso dall’autorità politica, in quanto quest’ultima è stata sostituita dalle banche. Per alcuni secoli, queste hanno creato l’illusione di riuscire a sincronizzare “i pagamenti in entrata e in uscita dai bilanci”; tuttavia, per quanto grande sia stata la loro abilità, col sopraggiungere delle crisi finanziarie nel mondo moderno, il funzionamento del sistema economico governato dal sistema bancario nell’interesse del pubblico è divenuto instabile e l’uso del denaro è diventato socialmente “ingiusto”.

La struttura attuale del sistema bancario genera una distribuzione iniqua dei rischi, per cui accade che le perdite del sistema siano solitamente socializzate e “scaricate” sui contribuenti, mentre i guadagni siano privatizzati, a vantaggio delle banche e dei loro investitori. Come rimediare a questa situazione? La risposta, secondo Martin, potrebbe collocarsi tra due “opzioni estreme”: la prima consisterebbe nella privatizzazione di tutti i rischi, da realizzarsi con la ristrutturazione del sistema bancario, in modo che banche e i loro investitori si accollino tutti i potenziali costi e profitti; la seconda, invece, comporterebbe la ristrutturazione del sistema finanziario, in modo da socializzare, non solo i rischi, ma anche i profitti. Le due opzioni, secondo Martin, pur avendo il pregio di eliminare la “distribuzione problematica dei rischi”, insiti nella struttura attuale del sistema bancario, presentano però un grave inconveniente: il prezzo da pagare sarebbe la distruzione della “società monetaria” e con essa la perdita dei vantaggi del decentramento nella regolazione dei rapporti di debito e credito che nascono dalle libere decisioni economiche di tutti i componenti il sistema sociale.

Infatti, con la prima alternativa verrebbe meno la capacità sovrana di ridistribuire i rischi intrinseci al decentramento della regolazione dei rapporti di debito e credito, in quanto lo Stato perderebbe ogni possibilità di ridistribuire quei rischi attraverso la politica monetaria; mentre con la seconda alternativa, il ritorno alla “moneta sovrana”, cioè alla creazione della moneta da parte dello Stato e al controllo statale delle banche, avrebbe l’effetto disfunzionale di vedere inaugurata una politica monetaria nella quale “l’ingiustizia del costringere i contribuenti” a coprire le perdite causate dalle banche e dai suoi finanziatori verrebbe sostituita dall’”ingiustizia” del costringerli a coprire le perdite dello Stato.

Quel che serve, conclude Martin, è una coincidenza, anche se non completa, tra costi e benefici che contribuenti, banchieri e i loro investitori tendono ad assumersi, tenendo conto che poiché il denaro è lo strumento con cui è possibile garantire stabilità di funzionamento del sistema economico e libertà d’azione di tutti i componenti del sistema sociale, l’unica autorità legittimata a realizzare una politica monetaria utile a salvaguardare il ruolo e la funzione del denaro, inteso non come merce, ma come “tecnologia sociale” finalizzata ad assicurare il massimo livello di benessere pubblico, non può che essere lo Stato democratico; ma perché sia possibile realizzare una politica monetaria coerente con tale disegno, occorre ricondurre le banche sotto il diretto controllo del pubblico, esercitato attraverso lo Stato democratico.

La produzione normativa attuale, secondo Martin, è “sulla strada giusta”; le proposte statunitensi, inglesi ed europee sostengono tutte – egli afferma – che “il rischio vada sostenuto più dai privati e meno da contribuenti. Ma le riforme che esse suggeriscono non si spingono abbastanza in là”. Ciò è comprovato dal “Bail in”, la direttiva dell’Unione Europea entrata in vigore il primo di quest’anno, che prevede la possibilità di utilizzare depositi e conti correnti ordinari della clientela per risanare gli istituti di credito in difficoltà.

Ciò sta a significare che i mali del capitalismo, non dipendono solo, come sostiene Martin, dall’errata interpretazione della natura e del ruolo della denaro (moneta), ma anche dal fatto che i “guardiani” dell’ideologia neoliberista e dell’egemonia dei mercati finanziari gestiti dalle banche non sono certo propensi a prevenire i comportamenti imprudenti delle istituzioni finanziarie, riconducendo il loro controllo ad una forma di vigilanza più democratica di quella garantita dalla sola massima istituzione bancaria, qual è stata sinora la Banca Centrale.

 

 

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