Nel carcere di Uta le persone detenute soffrono sovraffollamento e sanità insufficiente
28 Luglio 2026
[red]
Una delegazione composta da Nessuno Tocchi Caino, Camere Penali di Cagliari, Diritti Detenuti e Associazione Tonino Pascali–Sardegna Radicale ha visitato ieri la Casa circondariale di Uta, incontrando il direttore reggente Pietro Borruto, il comandante della Polizia penitenziaria Alessandro Caria e il capo area Claudio Caria.
Nell’istituto sono presenti 753 detenuti a fronte di 561 posti regolamentari, un tasso di affollamento del 134,2% con 192 persone oltre capienza, aggravato da quattro camere inagibili che sottraggono ulteriori 12 posti. Delle 753 persone recluse, 553 sono italiane e 200 straniere, e almeno il 20,6% non ha ancora ricevuto una condanna definitiva.
La funzione rieducativa della pena, prevista dall’articolo 27 della Costituzione, resta un principio più enunciato che praticato: deve tradursi concretamente nella possibilità di studiare, lavorare, curarsi e mantenere legami familiari. A distanza di sette mesi dalla visita del 31 dicembre 2025, le criticità sul diritto allo studio restano irrisolte: dei cinque computer consegnati all’istituto nessuno è stato attivato, e il sistema Citrix, previsto dallo Stato per lezioni a distanza ed esami da remoto, non è mai entrato in funzione. Gli studenti sono scesi da otto a soli due, senza che sia stato possibile chiarire la sorte degli altri sei, mentre i detenuti restano privi persino della possibilità di ricevere e-mail, con ulteriori ostacoli ai rapporti con docenti e familiari.
Esistono esperienze positive che dimostrano la possibilità concreta di reinserimento: 212 detenuti sono impiegati in lavori interni (lavanderia, falegnameria, rigenerazione modem con Tiscali), due lavorano da McDonald’s e altri percorsi coinvolgono Domus de Luna e Seconda Chance. Restano tuttavia numeri marginali rispetto alla popolazione complessiva: semilibertà e articolo 21 riguardano appena il 3,1% dei detenuti, a conferma che la funzione rieducativa non può essere affidata solo alla buona volontà di associazioni e imprese, ma richiede investimenti pubblici stabili.
La situazione sanitaria è definita gravissima: tra il 70% e l’80% della popolazione presenta problematiche psichiatriche, con soli due psichiatri disponibili e due suicidi nell’ultimo anno. Di notte e nei festivi un solo medico di guardia deve assistere tutti i 753 detenuti, mentre gli infermieri sono 23 contro i 36 necessari (scopertura del 36,1%) e mancano del tutto oculista, otorino e fisiatra. Anche la Polizia penitenziaria è sotto organico, con 326 unità su 428 necessarie (-23,8%).
Il caso più drammatico riguarda un uomo di 89 anni, detenuto da 44, affetto da grave patologia oncologica, diabete di tipo 1, sordità e forte compromissione della vista: le sue condizioni impongono una valutazione immediata della compatibilità con la detenzione, perché a quell’età, con un quadro clinico così compromesso, il carcere rischia di trasformarsi in mera amministrazione della sofferenza. La delegazione ha inoltre incontrato un detenuto costretto a ripetere due volte lo stesso percorso medico per un’ernia peggiorata a causa di trasferimenti tra istituti, e un detenuto psichiatrico che da venti giorni non può parlare con i familiari per lungaggini burocratiche.
Preoccupa anche l’apertura della nuova sezione 41-bis, che avrà capienza per 91 detenuti ma richiederà un presidio sanitario autonomo (almeno cinque-sei medici di guardia aggiuntivi, otto infermieri, doppia dotazione di attrezzature) oggi non disponibile. Il reparto ospedaliero del Santissima Trinità, che dovrebbe supportare anche questa esigenza, non è mai stato attivato per mancanza di bando e di personale ASL, con apertura prevista non prima del 2027; le associazioni chiedono che l’apertura del 41-bis sia subordinata alla reale disponibilità di risorse sanitarie, senza sottrarne agli altri detenuti.
L’Associazione Tonino Pascali–Sardegna Radicale chiede l’immediata attivazione dei cinque computer e del sistema Citrix, la possibilità di comunicazioni via e-mail tramite il servizio gratuito di Movimento Italiano Diritti Detenuti, il potenziamento di tutor e offerta scolastica, il rafforzamento dei percorsi lavorativi e l’aumento di personale educativo, sanitario e di polizia penitenziaria, con un intervento della Regione Sardegna. Una pena che non garantisce studio, lavoro, salute e relazioni familiari non è rieducativa, ma solo tempo sottratto alla vita: e uno Stato che lascia spenti i computer destinati allo studio, mentre pretende di rieducare, contraddice nei fatti la propria Costituzione.
Foto Roberto Pili







