Dammi tre parole

16 Settembre 2012

Valeria Piasentà

Largo ai giovani! è il nuovo slogan populista e bipartisan sotteso cui tutti i politici ricorrono, specie ora che siamo in campagna elettorale. A partire dal governo cosiddetto tecnico, vedi il pacchetto scuola gravido di concorsi per gli under 30 (anche i 40enni sono da rottamare?) e le ultime esternazioni del ministro Fornero che, dopo aver allungato l’età pensionabile nella speranza che il trapasso fisico del lavoratore ne anticipi la liquidazione del dovuto, ora davanti ai giovani ciellini riuniti a Rimini sostiene di voler abbassare gli stipendi agli over 50, perché «Ci sono rigidità per cui la retribuzione cresce sempre ma non la produttività. Una crescita per la quale i lavoratori anziani finiscono con il costare troppo a fronte di una produttività discendente … occorre quindi correggere questo meccanismo e prevedere la possibilità di impiegare i lavoratori anziani senza espellerli dal ciclo produttivo».
Una affermazione discriminatoria, che oltretutto evoca nefaste ideologie eugenetiche novecentesche applicate poi nei campi di concentramento, dove anche gli anziani venivano eliminati se non più produttivi. Aspettiamoci una applicazione a breve della formula Fornero: forse anche a questo si riferiva Monti parlando di uno «spread della produttività da sciogliere molto rapidamente».

Perciò apprezziamo chi, andando apertamente e coraggiosamente contro corrente, difende l’esperienza degli anziani, siano essi dei sinceri razzisti come l’ex sindaco sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini (classe 1929), quello che voleva far correre gli extracomunitari «vestiti da leprotti per fare pim pim pim col fucile». Roberto Maroni il 7 settembre parla a Treviso della possibile candidatura di Gentilini a sindaco della città: «L’ho già detto: largo ai giovani (pure lui! n.d.r.).
Ma Gentilini è fuori quota, è il sindaco sceriffo, è stato il mio ispiratore anche quand’ero ministro dell’interno. Anzi, Gentilini ha sempre detto che lui è lo sceriffo numero 1 e che io ero il secondo. Sono d’accordo … Deciderà la segreteria nazionale, provinciale e cittadina se sarà ancora Gentilini. Io sono per la democrazia. Se il popolo deciderà per Gentilini o un altro candidato, io comunque parteciperò alla campagna elettorale».

E ‘largo ai giovani’ è fra gli intenti di Matteo Renzi il principale.
Il trentasettenne sindaco Pd di Firenze cercherà di intercettare i voti in uscita dal centrodestra, dichiara, quindi anche dalla Lega. Non a caso la sua campagna elettorale parte proprio da Verona, una delle ‘capitali leghiste’ che ha recentemente rieletto con voto plebiscitario un altro giovane sindaco, Flavio Tosi.
Renzi, dal suo camper elettorale con la scritta Adesso (la stessa di Franceschini alle primarie perse contro Bersani) sulla fiancata, è pronto a un tour completo dell’Italia e dichiara:
«Da Verona annuncio ufficialmente la mia candidatura a guidare l’Italia per i prossimi 5 anni. Pongo il mio onore, la mia parola nel meritare la vostra fiducia, la vostra amicizia, il vostro sostegno».
E ancora
«oggi provo un’emozione profonda, perché io credo che la politica oltre alle regole sia soprattutto emozione».
Politica come emozione. Siamo ancora sommersi nell’immaginario berlusconiano, nel mondo fantastico e immaginifico di fusilli Barilla, della televendita di materassi o di miracolose creme scioglipancia. Berlusconi il comunicatore piacione ha fatto scuola.
Nella nostra politica postmoderna è la parola, lo slogan, a creare il contenuto e non viceversa. Sono le formule retoriche stereotipate e rituali del berlusconismo finalizzate al media televisivo a far scuola, non la serietà di un programma articolato e dimensionato agli imperativi della drammatica contingenza sociale. E Matteo Renzi mostra di aver imparato bene la lezione quando lancia le sue parole d’ordine «Futuro, Europa e merito». Tre parole. Solo tre parole, in attesa del programma.

Una regola aurea della pubblicità anglosassone novecentesca è la costruzione del pay off (lo slogan che, abbinato al marchio dell’azienda, identifica il prodotto) con tre parole: una formula semplice e sintetica, la più adatta a farsi ricordare, a diventare motto e farsi canticchiare. Tre parole poi si impaginano bene anche graficamente, e sullo sfondo dell’immagine fissa del manifesto diventano un logo, un segno grafico che trascende il significato linguistico.
Negli anni ’60 i pubblicitari italiani si sono divertiti con le assonanze dei paradossi dadaisti: ‘Ava come lava!’ Alla fine degli anni ’80 il pay off dell’amaro Ramazzotti ha segnato la cultura di un epoca con ‘Milano da bere’. Nel 2008 Barack Obama vince le elezioni con il motto ‘Yes We Can’. Non raggiunge lo stesso scopo la suoneria ‘Insieme a Silvio’ di Formigoni, forse perché la confezione del suo intero pacchetto pubblicitario scade spesso: voleva crearsi l’immagine giovanilistica e accattivante del berlusconiano piacione ma è risultato solo ridicolo.

Ma oltre la politica come tifoseria calcistica e dell’insulto trucido, leghista e non solo; come avanspettacolo godereccio fra ragazzotte poco vestite, prostitute trans e piste di coca; come prodotto da promozionare nei talk show e sui manifesti giganti come le scenografie urbane dei Medici nella Firenze cinquecentesca; come il paese dei balocchi di Matteo Renzi; c’è un’altra Italia politica.
C’è quella dei blog che sono l’antidoto giovanile alla spettacolarizzazione della politica televisiva, perciò Grillo proibisce ai suoi l’apparizione nei salotti televisivi, e questa è anche la forza organizzativa del Popolo viola in Italia e di Occupy in USA.
E c’è l’Italia reale dei cittadini, che evidentemente non si sono bevuti del tutto il cervello malgrado il deserto culturale che 20 anni di berlusconismo ha prodotto. Un sondaggio di Lorien consulting dei primi giorni di settembre ha rilevato il sentimento politico degli italiani, il grado di fiducia nelle istituzioni, le aspettative per il futuro. Alla domanda: Quale parola definisce per immaginare il futuro? hanno risposto: cambiamento 24,5%, serietà 25,3%, stabilità 15,1%. Alla domanda: Quanta fiducia ha nel futuro? hanno risposto: molta-abbastanza 52,5%, poca-per niente 45,9%. Alla domanda: Quale è il suo giudizio sulla sua situazione professionale? Hanno risposto: abbastanza negativo 39,5%, abbastanza positivo 29,5%. Alla domanda: Quale è il suo giudizio sulla situazione economica dell’Italia? hanno risposto: molto-abbastanza negativo 93,4%, molto-abbastanza positivo 5,1%.
Alla Domanda: Quali sono secondo lei i temi prioritari che il governo dovrebbe affrontare per stimolare la crescita del Paese negli ultimi 6 mesi di governo? (più risposte) hanno risposto: riduzione delle tasse 72,3%, riduzione del costo del lavoro 47,4%, riduzione della burocrazia 41,4%, riduzione del costo della benzina 26%.
In nessuna parte del sondaggio compaiono le tre paroline magiche di Renzi ‘il rottamatore’: «Futuro, Europa e merito». Gli italiani non sognano più.

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