Pier Franco Devias e la sinistra indipendentista

16 Giugno 2016
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Nadir Congiu

In Sardegna  si è da poco conclusa un’altra tornata elettorale che ha definito i sindaci di tantissimi comuni, fra cui Cagliari dove si è sostanzialmente imposto ancora il blocco dei partiti del cosiddetto centrosinistra italiano, palesando una condizione di staticità della politica sarda.Condizione che per molti versi può essere definita come un ristagno, con l’assenza di clamorose novità se non alcuni progetti politici locali che purtroppo non hanno alle spalle risorse, come i loro avversari patrocinati dalle segreterie romane e dalle clientele diffuse, che possano favorire successi elettorali facilitati. Per questo è un bene accogliere progetti politici che non nascono in un ufficio a Roma o nelle negoziazioni di corridoio fra correnti di partiti che bussano alle porte del viceré con domicilio in Viale Trento. C’è tanto bisogno di politica in Sardegna, inutile ripetere che genere di politica: lo spettacolo indecoroso che assistiamo dalla compagnia di teatro Pigliaru ha già fatto storia ed è per molti aspetti la palese continuità dei governi regionali precedenti. Il 7 maggio scorso a Cagliari è stato presentata una nuova sigla indipendentista, LIBE.R.U. ossia Liberos Rispetados Uguales, partito che si presenta ai sardi dopo la fase congressuale tenutasi a Ghilarza in cui è stato approvato lo statuto e definito l’organigramma.  Per conoscere meglio i perché e le finalità di LIBE.R.U. ho voluto parlarne con Pier Franco Devias, attuale segretario, indipendentista già conosciuto in Sardegna durante la competizione elettorale regionale del 2014, nella quale era candidato per il Fronte Unidu Indipendentista.

Che cosa rappresenta la nascita di LIBE.R.U.? C’era la necessità di un nuovo soggetto politico? Se sì perché?
Liberos Rispetados Uguales – LIBE.R.U. è il partito della sinistra indipendentista sarda e rappresenta quello spazio organizzativo di continuità e allo stesso tempo d’innovazione di quello che è il patrimonio storico complessivo della sinistra indipendentista sarda. La sua nascita rappresenta un avanzamento della lotta di liberazione nazionale, in quanto questa si arricchisce di un nuovo tassello. Noi crediamo che un processo complesso come la liberazione di un popolo abbia bisogno di diverse prospettive. Noi rappresentiamo quell’angolatura che guarda a tutti quelli che sopportano maggiormente il peso del colonialismo, ai lavoratori (in attività o in cerca di occupazione), ai cittadini cui vengono negati i più elementari diritti civili, categorie che noi consideriamo il motore propulsivo della lotta d’indipendenza.
C’era sicuramente una grande necessità, avvertita da più parti, che nascesse questo nuovo soggetto politico, capace di dare finalmente una solida casa a tutte quelle persone che vogliono guardare alla lotta d’indipendenza rivendicando i valori della sinistra e dell’anticolonialismo.

Nel breve termine, Quali sono gli scopi principali del partito?
LIBE.R.U. sta conducendo delle battaglie (e numerose altre sono già in programma) per portare l’attenzione del popolo sardo su quella che è la sua reale condizione. La nostra gente è spesso ipnotizzata dalla macchina propagandistica coloniale e non si rende conto qual è la sua reale situazione. Lo Stato italiano e i suoi fedeli alleati sardi ingannano la nostra gente sviando continuamente l’attenzione da quella che è la realtà delle cose. Ad esempio ci fanno credere che noi dobbiamo trovare il modo di produrre quanta più energia elettrica possibile, ma la nostra gente non sa che la Sardegna è esportatrice di energia elettrica verso l’Italia e che noi abbiamo bisogno di rilanciare il comparto agroalimentare anziché produrre energia per le esigenze dell’Italia. Noi oggi importiamo da fuori l’80% dei prodotti agroalimentari che consumiamo, però pensiamo a come poter produrre l’energia che serve agli industriali italiani. Questo è solo un esempio di come siamo abbindolati dalla classe dominante, ma potremmo continuare per giorni a fare esempi. Quindi noi in questa fase siamo impegnati nello smascherare le manovre coloniali facendo capire ai Sardi ciò che viene fatto ai suoi danni e invitando la nostra gente alla lotta per migliorare la sua condizione e per difendere i suoi beni. La lotta per le terre di Surigheddu è emblematica.

Puoi spiegare brevemente la questione di Surigheddu?
La Regione è proprietaria delle aziende agricole di Surigheddu-Mamuntanas, 1200 ettari di terra eccellente. Davanti a una disoccupazione dilagante (specialmente giovanile), a un’emigrazione continua di oltre 7000 persone all’anno, al già menzionato consumo di prodotti agroalimentari importati, qualunque politico intelligente e onesto prenderebbe quelle terre e le darebbe in concessione a giovani sardi per abbattere la disoccupazione, fermare l’emigrazione e rilanciare il consumo dell’agroalimentare sardo. Invece la Giunta Pigliaru cosa fa?
Organizza una conferenza stampa, dove dice che vuole rilanciare l’agricoltura ecc ecc, tutte cose buonissime ma… lo fa tramite un bando di vendita internazionale. Mette gli annunci sul Times e sull’Economist, sperando che gli imprenditori del mondo guardino a quelle terre. Terre e stabili che, manco a farlo apposta, sono a un tiro di schioppo dall’aeroporto, attraversate dalla ferrovia e distanti appena cinque chilometri da Alghero. E non le da in concessione: le vende. Non ci vuole una grande fantasia per capire che stanno consegnando quelle terre alla speculazione internazionale. Infatti sono presenti circa 20.000 metri quadri complessivi di stabili da ristrutturare. Questo permetterebbe all’acquirente di aggirare i vincoli che limitano l’edificazione, trattandosi di stabili già esistenti che basta solo riadattare a strutture ricettive extralusso. La Regione, che potrebbe tramite concessione temporanea verificare se si rispetta il contratto di utilizzo agricolo delle terre, preferisce vendere. Chi può vigilare sull’utilizzo di quelle terre e di quegli stabili una volta che vengono venduti? Ovviamente nessuno.
E’ evidente che quindi si stia procedendo a un’operazione di affidamento di terre e stabili regionali nelle mani della speculazione internazionale spacciandola come operazione di rilancio dell’agricoltura.
Per questo LIBE.R.U. il 12 maggio ha effettuato un blitz in quella località per portare all’attenzione di tutti i Sardi questo pericolo imminente e ha lanciato per l’11 giugno la chiamata per un’occupazione delle terre. L’obiettivo, appunto, è quello di ricordare al popolo sardo che lui è il padrone della sua terra e che spetta a lui difenderla e utilizzarla per sviluppare la propria economia, gettare le basi per cambiare il corso della storia, costruire la sua indipendenza.
LIBE.R.U. è uno strumento nelle mani del popolo sardo, è al suo servizio ed esiste per garantire i suoi diritti.

L’indipendentismo sardo è in crescita?
L’indipendentismo in crescita è quello ideologico. Nel senso che sempre più Sardi abbracciano la speranza di costruire uno Stato indipendente slegato dall’Italia e aperto al mondo. Diverso è dire che cresce l’indipendentismo organizzato. Preciso che qui parlo solo d’indipendentismo vero e proprio, che è cosa ben diversa da un certo nazionalismo sardo con venature destroidi e populiste più o meno marcate. Per quanto riguarda l’indipendentismo le ultime elezioni regionali del 2014, lette con attenzione, danno un’immagine piuttosto impietosa. Gli unici partiti indipendentisti erano ProgReS, iRS e il cartello del FIU. Se sommiamo i voti delle liste di iRS, ProgReS e FIU raggiungiamo circa 29.000 voti. Alle elezioni regionali del 2009 i partiti indipendentisti presenti erano iRS e il cartello di Unidade con Sardigna Natzione e A Manca Pro s’Indipendentzia. Sommati i voti quelle liste raggiungevano circa 21.000 voti. Come vediamo rispetto alla precedente tornata elettorale la crescita effettivamente c’è stata, ma non si può certo parlare di un boom degli ultimi anni per circa ottomila voti in più. Sia ben chiaro che parlo esclusivamente di preferenze alle liste, non dei voti al candidato, altrimenti le cose cambiano, ma a quel punto bisogna entrare nella complessità di orientamenti dichiaratamente non indipendentisti che rappresentava Michela Murgia, e nella molteplicità di motivazioni che hanno portato a dare quasi ottantamila voti a lei e molti di meno alle liste che la sostenevano.  Perciò in definitiva abbiamo un indipendentismo che cresce, una grande voglia di indipendenza che sta conquistando il nostro popolo, ma d’altra parte una palese mancanza di fiducia verso i partiti indipendentisti. Anche questo ha molteplici letture e cause. Non tralasciamo un’autocritica generale che vale per tutti, riconoscendo che probabilmente ancora non c’è stato nessun partito all’altezza del compito di rappresentare davvero l’indipendentismo crescente, ma d’altra parte non si può nemmeno trascurare l’enorme potere delle logiche elettorali claniste e il fenomeno capillarmente diffuso del voto di scambio con tutto ciò che ne consegue in termini di dirottamento del consenso e di sostegno politico di tipo para-mafioso.
LIBE.R.U. si impegna anche per diventare il punto di riferimento della lotta d’indipendenza, ma con la coscienza che il partito unico non esiste e non deve esistere. Crediamo nella molteplicità di orientamenti e di contributi, certi che la nostra nazione – come ogni altra nazione – è composta da persone che la pensano diversamente ma che possono trovare un punto di condivisione comune nell’aspirazione all’indipendenza. Crediamo in una collaborazione tra forze indipendentiste verso uno stesso obiettivo e siamo pronti a lottare con altre forze, ma la questione delle alleanze elettorali si può affrontare solo dopo un lungo percorso di battaglie condivise. L’indipendentismo non cresce con alchimie elettorali slegate dalla lotta: cresce lottando e difendendo gli interessi del nostro Paese. Noi ci siamo.

Quanto hanno influito i partiti indipendentisti nella politica sarda dalle scorse elezioni regionali ad oggi?
Anche in questo caso devo prendermi gli strali di numerosi dirigenti se dico, come credo sia vero, che nella politica sarda abbia influito più l’indipendentismo ideologico diffuso e senza casa che i partiti indipendentisti. L’indipendentismo diffuso è lo spauracchio dell’unionismo al potere. La politica sarda unionista cerca in ogni modo di tenerlo buono e liquidarlo nella maniera più indolore possibile, cerca di impantanarlo negli ambiti di un nazionalismo di facciata con un delirio di stereotipi di tipico stampo coloniale, col solito mito duro a morire del buon selvaggio coraggioso ma fedele, ingiustamente maltrattato, ma degno di migliore riconoscenza sotto la tavola del padrone. Fortunatamente gran parte degli indipendentisti non abbocca e questo rende la politica unionista sempre piuttosto apprensiva e straordinariamente riverente. Riverente perché sa che anche se i partiti indipendentisti oggi prendono un paio di punti percentuali alle elezioni, un domani potrebbero diventare punto di riferimento dell’indipendentismo diffuso. Che a dispetto delle percentuali attualmente irrisorie dei partiti indipendentisti si attesta come convinzione abbracciata dal 40% della popolazione, come emerge da un importante sondaggio fatto dall’Università di Edimburgo. Un pericolo da non sottovalutare per l’unionismo, e una risorsa da non sprecare per l’indipendentismo. Credo che sia ora di rimboccarsi davvero le maniche e conquistare quel consenso che i Sardi vorrebbero dare a chi incarna le loro speranze.


Un giudizio su Francesco Pigliaru e la sua Giunta Regionale? L’Agenzia sarda delle Entrate resta un miraggio?
Il mio giudizio su Francesco Pigliaru, ovviamente dal punto di vista politico, e nei confronti della sua Giunta è profondamente negativo. Sarebbe bello poter dire che sono una Giunta di incapaci, perché salverebbe la loro buona fede e imputerebbe il loro operato all’incapacità di saper fare di meglio. Invece la questione è un’altra: loro fanno esattamente il loro dovere, lavorano egregiamente per soddisfare le esigenze dei loro referenti politici, obbediscono ciecamente agli ordini di scuderia delle segreterie romane di cui sono espressione. La loro condotta è totalmente asservita agli interessi e ai diktat che arrivano da Roma, in ambito di basi e servitù militari così come di inceneritori, trasporti, scuola, sanità (sì, anche sanità!), turismo, commercio solo per parlare citarne alcune.
La vicenda dell’Agenzia sarda delle Entrate è, senza mezzi termini, una presa in giro. Stanno costruendo un carrozzone con 22 dipendenti che ci costano due milioni all’anno per fare i conti e dire a Roma quanto ci devono restituire. Ma da Roma hanno già avvisato che si tratterranno i soldi per far fronte quando ci sono eventi improvvisi e calamità di qualche tipo. Per credere che l’Italia non troverà, di volta in volta, un buon motivo, un’emergenza e una calamità per trattenere a suo vantaggio i nostri soldi bisogna essere sciocchi o in malafede.
E una cosa è certa: questa non è una Giunta di sciocchi.

In Sardegna si fa strada, con consensi crescenti, la lotta all’occupazione militare e ai business associati alla produzione bellica, con una diffusione di notevoli proporzioni fra studenti e giovani in generale. Pensi che le lotte attuali siano portate avanti nel modo più efficiente?
Io penso che le lotte attuali siano portate avanti con entusiasmo e grande sacrificio dai tanti soggetti impegnati in questa battaglia storica. Tuttavia non credo che siano portate avanti con il massimo dell’efficienza, ma questo credo che sia una convinzione diffusa nel movimento complessivo contro l’occupazione militare, tant’è che si tenta a più riprese di ragionare su come migliorare l’efficienza e pianificare nuovi avanzamenti. Credo fermamente che la liberazione dall’occupazione militare sia possibile solo quando si diventa capaci di mobilitare il popolo, unico veramente capace di smantellare l’occupazione. Per fare questo è necessario che le avanguardie non facciano salti nel buio ma si leghino alle esigenze della nostra gente e purtroppo alcune volte mi pare di vedere che questo non è capito. Penso che una lotta di liberazione dall’occupazione debba essere multiforme e orizzontale, e ci vuole una grande partecipazione per mettere in pratica la miriade di forme di lotta che solo la fantasia popolare può ideare. LIBE.R.U. sta affrontando il dibattito sull’occupazione militare e si avvale anche dell’esperienza di tanti compagni che hanno preso parte alle lotte degli ultimi decenni. Tra non molto chiariremo meglio le nostre posizioni e le renderemo pubbliche. Una cosa è certa: nessuna esperienza va persa e nessuno deve essere estraneo alla liberazione del proprio Paese dall’occupazione militare straniera.

Chiudiamo quest’intervista con un messaggio da mandare alle nuove generazioni. Che messaggio vuoi dare ai giovani sardi?
Voglio dare un messaggio di speranza e di coraggio, voglio dire a tutti i giovani sardi che loro sono il futuro della nazione e devono assumersi la pesante responsabilità che questo comporta. Loro hanno la responsabilità di far vivere nel futuro questa antichissima nazione. Se emigreranno, ondata dopo ondata, nessuno resterà più qui a far vivere e prosperare il nostro Paese: i vecchi moriranno, gli speculatori compreranno tutto, nessuno tornerà più a vivere in Sardigna dopo aver trovato lavoro altrove, costruito una casa e messo su famiglia.
Io dico ai giovani Sardi: impegnatevi per il vostro Paese, sacrificatevi per il vostro Paese, viaggiate, conoscete il mondo ma tornate a casa a difendere il futuro e il diritto della nostra gente di vivere su questa terra, a fare crescere su questa terra le nuove generazioni, a fare continuare a vivere l’antica nazione dei Sardi.
Ci vuole grande forza di volontà, coraggio, determinazione, ostinazione. Bisogna mangiare veleno ogni giorno, fare con difficoltà tutto ciò che altrove è facile, combattere ogni giorno con la tentazione di credere che stiamo sprecando l’unica vita che ci è dato di vivere, che stiamo sprecando le nostre conoscenze, le nostre capacità, le nostre possibilità di vivere felici. Ma non si può vivere felici quando si lascia morire la propria nazione, non si può vivere felici quando la si lascia prigioniera e umiliata. E’ qui, su questa terra, che dobbiamo costruire il nostro sviluppo, il nostro benessere, la nostra libertà per essere finalmente al pari di tutte le nazioni del mondo.
Abbiate il coraggio, sa balentia, di difendere il vostro futuro nel vostro Paese.

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