Salario minimo

16 Dicembre 2008

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Dai compagni di Sinistra critica riceviamo e pubblichiamo copia della proposta di legge sulla fissazione del salario minimo.

La proposta di legge che avanziamo riguarda complessivamente la difesa dei salari e delle pensioni e prevede l’istituzione di una tutela di reddito su tutti gli stati di disoccupazione. Essa tiene conto della copertura finanziaria praticabile (a partire dalla cancellazione del cuneo fiscale e dei vari privilegi fiscali e finanziari di banche, imprese e rendite) e si articola nei seguenti punti:
1.la fissazione “per legge” della soglia salariale minima (7.5 euro orari netti).
2.l’istituzione del salario minimo di disoccupazione (1000 euro mensili).
3.la fissazione della misura minima delle pensioni da lavoro (1000 euro mensili).
4.il recupero della tassazione sugli aumenti nominali di salario (fiscal drag).
5.il recupero automatico del differenziale sull’inflazione reale (scala mobile).
Nessuno di questi obiettivi è più rinviabile: è scattata la soglia di allarme della povertà, sono messi in gioco i diritti fondamentali di milioni di  cittadini ed è posta a rischio la tenuta elementare della vita civile. Ciascuno di questi medesimi obiettivi può apparire impraticabile nel contesto della crisi generale in atto. Tanto più difficile per una classe politica integralmente allevata e nutrita all’interno del dogmatismo bancario e confindustriale. Ma  lo stato delle cose oggi presenta il conto a tutti e pone la domanda decisiva: chi paga la crisi? Con questa proposta noi intendiamo portare al calendario parlamentare, attraverso l’iniziativa popolare diretta, un pro-memoria di sopravvivenza su cui tutti i governi degli ultimi 20 anni hanno ingannato i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati e i giovani, e che i partiti e i sindacati maggioritari hanno integralmente rimosso.  Noi riteniamo che con la necessità storica di una svolta “sociale” di questa natura sussista anche la praticabilità concreta di essa: è perciò non più rinviabile una radicale modificazione della spesa pubblica e della leva fiscale che ponga fine risolutamente ai privilegi di banche, imprese e grandi rendite, e che impedisca con forza lo scempio di risorse pubbliche nel mercato della politica, nella “normalità” della corruzione e nell’alimentazione delle spese di guerra. Ma anche a prescindere da questo traguardo, che necessita di una grande forza sociale e di un profondo rinnovamento morale di cui oggi la classe politica appare incapace, intendiamo in primo luogo porre le istituzioni di fronte a una semplice prova del nove, del tutto priva di costi per l’erario: che si fissi per legge la quota minima di salario e si ponga fine alla vergogna di una nazione che costringe uomini e donne a sottostare a contratti inumani per paghe orarie di 3 o 4 euro. Si fissi “per legge” il salario minimo e si recida all’origine il cappio che genera e riproduce la precarietà.

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