Solitudine e capitale sociale
20 Luglio 2026
[Amedeo Spagnuolo]
La solitudine dei nostri tempi è ormai un problema sociale che aggredisce in maniera pervasiva tutte le classi che compongono le nostre società.
La vita di comunità sembra ormai essersi dissolta, ognuno vive per sé e in sé. Da almeno vent’anni si discute sul contributo nefasto degli smartphone e dei social relativamente all’isolamento sociale, ma già dal 2000 è stato pubblicato un libro che ormai è considerato “profetico” e che è stato definito uno dei testi più influenti della sociologia contemporanea. Il suo autore è il sociologo e politologo americano Robert Putnam, il titolo del libro “Bowling Alone”.
Ho deciso di occuparmi di questo grande studioso americano ottantacinquenne poiché è stato uno dei primi, probabilmente, a capire la mutazione antropologia che stava subendo l’uomo e le sue devastanti conseguenze sulla vita delle nostre società. Al centro della riflessione sviluppata nel suo libro vi è una domanda molto semplice ma fondamentale per comprendere i processi involutivi che stanno interessando la nostra società: “perché le persone partecipano sempre meno alla vita collettiva?”.
Prima di inoltrarci tra le profonde riflessioni di Putnam, può risultare interessante capire il senso del titolo del libro: “Bowling Alone”. In sostanza il titolo nacque dalla constatazione dell’autore che i giocatori di Bowling nel 2000 aumentavano mentre diminuivano le iscrizioni ai circoli, alle associazioni insomma alla vita di comunità. Quindi si continuava a giocare ma lo si faceva in perfetta solitudine. Il Bowling quindi assumeva, nella visione di Putnam, un valore simbolico che era l’espressione di un profondo cambiamento nella società americana ovvero la graduale disgregazione della vita comunitaria. Il concetto fondamentale che attraversa tutto il saggio è quello di “capitale sociale”. Secondo Putnam per capitale sociale si deve intendere l’insieme delle relazioni, delle reti sociali, del principio di reciprocità, tutti aspetti di straordinaria importanza che consentono a qualsiasi struttura sociale di funzionare in maniera adeguata.
Quindi, e qui forse si delinea il passaggio concettuale fondamentale del saggio, non si tratta di continuare a concentrarsi sull’accumulazione delle risorse economiche bensì bisogna tornare a ricercare la ricchezza relazionale. Infatti, dice Putnam, quando il capitale sociale raggiunge alti livelli c’è una maggiore fiducia tra le persone; Gli individui sentono maggiormente la necessità di collaborare tra loro; cresce la voglia d’impegnarsi in politica; diventa più forte la spinta verso le attività di volontariato; si sviluppa una maggiore sensibilità nei confronti delle problematiche dei propri vicini, insomma nel complesso, tutte le istituzioni funzionano meglio.
Quando invece il capitale sociale comincia ad erodersi aumenta l’isolamento e le strutture democratiche vanno in crisi. Putnam giunge a questa conclusione dopo numerose ricerche che lo hanno portato a concludere che negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta, sono diminuite in maniera sostanziale: le iscrizioni ad associazioni civiche; La partecipazione ai sindacati; il volontariato organizzato; la partecipazione politica e, addirittura, le cene con amici. Insomma, gradualmente, gli americani, ma lo stesso discorso è applicabile al cosiddetto mondo occidentale, hanno sviluppato sempre di più un tipo di vita caratterizzato dalla solitudine.
Com’è successo tutto questo? Come siamo arrivati a costruire una comunità di monadi che non comunicano tra loro? Putnam afferma che le cause sono molteplici: in quegli anni egli parlava principalmente della televisione oggi dobbiamo aggiungere necessariamente internet e i social; le generazioni cresciute durante la Seconda guerra mondiale avevano sviluppato un forte senso della comunità. Le generazioni successive si sono chiuse gradualmente nell’individualismo egoistico; l’eccesso di lavoro e la lontananza dai luoghi di lavoro lascia, inevitabilmente, meno tempo per la socializzazione e lo stare insieme; i trasferimenti nella società americana e occidentale sono all’ordine del giorno, questo riduce le possibilità di creare relazioni stabili. Tutto ciò determina un depauperamento del capitale sociale che a sua volta determina maggiore sfiducia; minore partecipazione democratica; aumento esponenziale dell’individualismo, solitudine.
Per Putnam una società senza relazioni è anche una società economicamente più debole e politicamente più fragile. Il libro di Putnam è estremamente attuale poiché pone l’accento sulla crescente solitudine, mette in risalto il progressivo calo della fiducia nelle istituzioni e la crisi della partecipazione politica, sottolinea il fatto che la crisi del capitale sociale determina un inevitabile indebolimento delle comunità locali oltre ad anticipare di oltre vent’anni le devastanti conseguenze dell’abuso dei social e di internet.
Le riflessioni di Putnam sono interessanti e attuali, a mio parere, anche perché possono essere applicate all’attuale situazione del centro Sardegna. Infatti quando un territorio perde abitanti, come purtroppo sta accadendo nell’isola, perde anche quello che Putnam chiama “capitale sociale” e le conseguenze nefaste di ciò sono: chiusura di scuole, associazioni, circoli e attività commerciali, inoltre diminuiscono le occasioni d’incontro e la fiducia reciproca. Insomma lo spopolamento non è solo un fenomeno demografico, ma diventa anche una progressiva erosione della vita comunitaria.
“Non siamo nati per noi soli” Cicerone







